Treni, profughi, convogli militari nel buio. In una lunga insonnia accanto alla stufa accesa, sulla frontiera dell’Est, Paolo Rumiz sente la notte di malaugurio di un’Europa assediata da guerre e governata dai poteri selvaggi dell’economia. Riceve segnali allarmanti da Francia, Germania, Spagna, Grecia e Paesi Baltici e si chiede come resistere a tutto questo. Orwell è entrato anche a Bruxelles, i princìpi della Costituzione europea sono in macerie, le sbarre di confine ritornano. Intorno, guerra contro le vite umane che migrano, guerra di tutti contro tutti, disumanità e indifferenza. L’uomo nel buio sente che i barbari possono arrivare in qualsiasi momento, e capisce che non basta la parola “fascismo” a definirli. Dietro al fascismo c’era un’idea di società, dietro a costoro c’è un’identità costruita da influencer e priva del profumo dolce della patria. Ed è di notte che essi si muovono, digitando parole di odio in rete. I nuovi barbari si servono meglio di chiunque altro di questa macchina perversa per occupare il vuoto politico lasciato da una sinistra inconsistente, lontana dal popolo e priva di etica. Ma proprio quando “tutte le fisarmoniche della notte sembrano suonare assieme”, Rumiz scopre una miriade di punti luce dall’Atlantico alle terre dell’Est. In Germania, ma anche altrove, sono scesi in piazza a milioni contro i sovranisti. Allora sente crescere in sé il demone dell’ironia e della lotta, e al tempo stesso la fiducia nella forza della parola di cui si sente custode. Poi il cielo si schiara, e le ombre fuggono negli anfratti del bosco.
Quelli come me non hanno che parole da offrire. Ma le parole non sono poco, in questo sconfortante silenzio.
Paolo Rumiz è un giornalista e scrittore italiano. Inviato speciale del "Piccolo di Trieste" e in seguito editorialista di "la Repubblica", segue dal 1986 gli eventi dell'area balcanica e danubiana; durante la dissoluzione della Jugoslavia segue in prima linea il conflitto prima in Croazia e successivamente in Bosnia ed Erzegovina. Nel novembre 2001 è stato inviato ad Islamabad e successivamente a Kabul, per documentare l'attacco statunitense all'Afghanistan.
Tra poco usciranno i primi exit poll e poi le proiezioni relative alle votazioni per il Parlamento Europeo; nell’attesa ho letto Verranno di notte, che è entrato in sintonia con le mie inquietudini e con il mio pessimismo e ne ha dato voce. Non so se fra poco sarò anche in sintonia con il messaggio di speranza finale, potrebbe essere un precipitare più velocemente nel buio. Forse non ci si deve arrendere, chissà.
Lucida disamina della attuale situazione italiana, europea e globale, da parte di una grande Penna nata al confine tra italia ed ex Jugoslavia, con tutto ciò che ne consegue.
Rende in modo magistrale i pericoli che si stanno correndo, le guerre dietro la porta, la sinistra senza proposte, la destra che soffia sul vento, il termine fascismo che spesso appare persino troppo nobile e al quale è preferibile sostituire quello di "barbarie".
Sprazzi di speranza dell'inversione di tendenza recentemente registrata in Polonia e dai milioni di democratici in piazza.
Sarà sufficiente per evitare che la barbarie si diffonda? Veniva da rispondermi: "speriamo". Ma Rumiz dice anche di quanto odi questo termine, "speranza", perché rischia di indurre all'inazione.
Rumiz in questo libro raccoglie molti suoi pensieri notturni, inquietudini e riflessioni riguardo alla decadente Europa. Mai banale, la sua è una delle poche voci che vanno ascoltate.
Un libro imperfetto e retorico, ma un libro che dà forma ai dubbi ai problemi alle questioni urgenti dell’Europa, smascherando l’ideologia per quello che è: un trucco per fregare quelli che non capiscono.
Un racconto notturno, di una lunga notte insonne in cui Paolo Rumiz medita sulla situazione politica e sociale dell’Europa e sulle minacce che incombono sui suoi valori di unità e di accoglienza. I "barbari" che arrivano di notte sono gli spettri del fascismo, dello sfruttamento economico e del ripristino dei confini, anche se, come ribadito dall’autore, sono i migranti e gli ultimi ad essere spesso dipinti come "barbari" dalle destre sovraniste, sempre più presenti a livello politico. Una riflessione lucida, anche se in forma di pensieri, su quanto sia importante mantenersi sempre vigili e presidiare non le frontiere ma le violazioni dei diritti e dei principi della convivenza civile. Non mancano i riferimenti di attualità sui conflitti e sui governi (anche e soprattutto sul governo italiano). Alla fine della notte, fredda e buia, c’è comunque la luce del giorno, la speranza di chi scende in piazza per difendere la democrazia e opporsi a chi vuole rendere la paura dell’altro il motore dell’odio.
"Quelli come me non hanno che parole da offrire. Ma le parole non sono poco, in questo sconfortante silenzio."
Come non sussultare nella notte buia seguendo le litanie delle ore che l'autore offre a noi viaggiatori spaesati? Si può riuscire, nel nostro tempo, a orientarsi fra le fragilità espresse dalle nostre reazioni isteriche a una guerra alle porte? Noi che abbiamo, colpevolmente, dimenticato in un lampo Sarajevo precipitata nell'inferno dopo l'illusione della sua splendida Olimpiade? Noi che viviamo ignorando le difficoltà nei segnali che il mondo ci invia? Sappiamo ancora catturare con "lo sguardo laterale" del cacciatore i movimenti che il bosco notturno della vita ci propone? Paolo Rumiz ci incoraggia a osservare e saper distinguere questi segnali cercando, in particolare, quelli a cui andare incontro con fiducia. Sapendo che i nostri sforzi e il nostro impegno saranno necessari (obbligatori) perché la situazione si modifichi. Consapevoli che solo in questo modo l'alba porterà la speranza di un mondo nuovo e migliore. Assolutamente consigliato, un testo attualissimo e illuminante. Buona lettura
Durante una notte insonne (che sia reale o finzione letteraria poco importa), lo scrittore triestino sviluppa un’accorata e preoccupata riflessione sulla situazione attuale dell’Europa. Per buona parte del libro i messaggi sono pessimistici e inquietanti, ma sempre in modo motivato, lucido e argomentato. Il sottotitolo (“Lo spettro della barbarie in Europa”) è già di per sé indicativo delle profonde apprensioni che agitano la notte di Rumiz, simbolo del buio che avvolge e minaccia il nostro continente, le sue tradizioni, la sua cultura, la sua tolleranza e capacità di accoglienza, i suoi fragili fondamenti democratici. Fortunatamente qualche spiraglio di luce, se non proprio di speranza, riesce comunque a intravederlo. Ma è necessario che tutti aprano gli occhi e si rimbocchino le maniche.
“Quelli come me non hanno che parole da offrire. Ma le parole non sono poco, in questo sconfortante silenzio.”
Scritto tutto in una notte. Da leggere tutto d'un fiato. Emozionante, vibrante. Ti rattrista (per le affermazioni incontestabili che snocciola), ma ti consola per le prospettive che regala, dopo le analisi lucide (anche se fatte in piena notte, per qualcuno (non per me) le ore migliori per pensare...). Analisi condivisibili e conclusioni altrettanto (vedi pagg. 138 e seguenti : "I bacchettoni" e "I cardinali" ). Rumiz ha il dono della chiarezza nella scrittura. E affascina con le parole, cosa non da poco.
Lo consiglio vivamente a tutti quelli che amano scavare dentro le cose che si osservano intorno a noi, tutti i giorni, nei contesti più "normali"...ma che si rivelano illuminanti se si impara a guardare dietro il bordo delle cose..
Da non perdere. È una disamina che si dipana con lo scorrere delle ore notturne. Letto a quasi un anno dall’uscita emerge quanto, ancora oggi, l’analisi esposta sia lucida e attuale. Politica, storia e geografia creano un balletto con gli spettri del fascismo, il ripristino dei confini, la guerra nel continente, la sinistra priva di un progetto e la destra che cavalca l’onda. Nel finale la speranza con qualche segno di possibile arresto della diffusione delle “barbarie”.
Pensieri appassionati sui tempi bui che stiamo vivendo, quasi un flusso di coscienza. Il libro offre molti spunti, pur senza essere né un saggio di geopolitica né un trattato organico. A convincere è la passione dell’autore e la sua prospettiva storica sull’Europa, ancora grande e insieme incompiuta.
Letto a gennaio 2025 fa ancora più effetto cazzotto nello stomaco. Quel barlume ottimista (parolone, lo so) che si evince nella parte finale del libro è andato a farsi benedire dopo quanto accaduto negli ultimi mesi e quanto sappiamo già ci aspetta nei prossimi.
Uno svolazzo di veloce e piacevole lettura sull'attuale situazione in Europa, e in parte nel mondo, che piacerà a chi si interessa di politica, storia e geografia. Non necessariamente in questo ordine.