Con "Pietà del nostro mal perverso", Andelon Curse ci offre un romanzo che riesce in un’impresa difficile: riportare alla luce una storia arcinota, quella di Paolo e Francesca, e farla vibrare di nuova forza emotiva, politica e umana. La celebre vicenda, resa immortale da Dante nel V canto dell’Inferno, qui si trasforma in qualcosa di più intimo, più radicale, ma anche profondamente moderno.
La narrazione parte da un evento storico ben documentato: Francesca da Polenta, figlia della nobiltà ravennate, viene data in sposa a Gianciotto Malatesta per sancire un’alleanza tra famiglie. Ma a rappresentare Gianciotto al momento delle nozze è il fratello Paolo, più giovane e affascinante, e tra i due nasce un’attrazione destinata a deflagrare.
Tuttavia, la scelta narrativa non è quella di riscrivere un amore tragico fine a sé stesso. Francesca qui non è la vittima ingenua che la tradizione ci ha consegnato: è una donna viva, colta, consapevole. È costretta a muoversi in un mondo patriarcale e violento, ma non lo fa in silenzio. La cultura – la lettura, la scrittura, la riflessione – diventa per lei una via di salvezza e anche un’arma, nel tentativo di costruirsi un’identità autonoma all’interno di una società che le ha già assegnato un ruolo.
Il romanzo, quindi, non è solo una storia d’amore. È anche una riflessione sulla violenza domestica, sul controllo sociale, sull’oppressione delle donne, ma con una narrazione che non cade mai nella predica. Il punto di vista è immersivo e carico di tensione, e la scrittura è spesso poetica, evocativa, ma anche tagliente nei momenti giusti.
Questo libro gioca abilmente con le identità di genere, le maschere imposte dalla società e i desideri proibiti. Parla in maniera diretta, ma mai forzata, della fluidità del desiderio, della dissonanza tra ciò che si è e ciò che si può essere, soprattutto in un mondo in cui la libertà affettiva è punita. È una scelta narrativa coraggiosa, che non cerca di attualizzare a forza il Medioevo, ma mostra come certe dinamiche di esclusione e di censura siano sempre esistite, solo declinate in forme diverse.
Lo stile di è elegante e intenso. C’è un ritmo studiato, una cura per le immagini, e soprattutto un tono che non tradisce mai la profondità delle emozioni dei protagonisti. La tensione narrativa è ben calibrata, e anche chi conosce già l’esito della storia si ritrova coinvolto fino all’ultima pagina.
È un testo che parla al cuore, ma anche alla mente, e che dimostra come le grandi tragedie del passato possano ancora dirci molto sul nostro presente.