Ci sono dei libri che, inaspettatamente, ma certamente in modo amabile e attraente, sanno catturare la tua attenzione. Sono in grado infatti di tenerti sveglio persino la notte, titillandoti con la promessa di vedere realizzato quell’implacabile e perenne desiderio di sapere che cosa accade ora, allorquando un’altra pagina viene girata; che cosa riserva il futuro al nostro protagonista e a coloro che gli stanno attorno; insomma – e più esattamente –, che cosa hanno in serbo per noi quelle pagine ancora intonse, quelle pagine immacolate che ancora non hanno provato l’ebbrezza del contatto con la pelle delle nostre dita.
Ebbene, un libro del genere ho avuto la fortuna di averlo tra le mani. Il suo titolo è “Martin Bauman”, il suo autore David Leavitt.
Mi sia concessa, prima della presentazione della sua trama, qualche parola sullo stile narrativo di Leavitt, autore che non conoscevo.
Non vi è – penso – maggior piacere per un lettore che quello di credere che i personaggi di un libro siano come “vivi”, “concreti”, in “3D”, per così dire. Voglio affermare che non vi è maggior piacere per noi lettori che quello di riuscire a costruire, nel corso della lettura di un libro, un profilo psicologico del protagonista – almeno –, e, se siamo di fronte a un autore davvero bravo, pure dei personaggi secondari. Ora, in questo libro tutto ciò è permesso. Nulla viene trattato tanto superficialmente da lasciarci affamati di dettagli, descrizioni o aspetti senza i quali vagheremmo pencolanti nel tentativo di meglio comprenderli, quei personaggi, con le poche informazioni che altrimenti avremmo di loro. Tutti, in questa opera, hanno una loro chiara e distinta personalità, un loro “spessore”, come viene anche detto, e così forte che ti ritrovi spesso a dialogare con loro, sebbene tu sappia che non possono sentirti, come quando, guardando un film, ti ritrovi a suggerire a qualcuno degli attori di fare o non fare una certa cosa, dimentico, in quel momento, che non può udirti.
Di che cosa parla dunque questo libro, “Martin Bauman”?
La sua trama intreccia in modo mirifico un periodo della vita di Martin Bauman, aspirante scrittore omosessuale che noi incontriamo per la prima volta quando, diciannovenne, viene ammesso in un prestigioso college americano per seguire i corsi dell’enigmatico ed elusivo Stanley Flint, «il leggendario editor che con una sola parola può far decollare una carriera» (come recita la sovraccoperta), e il dinamismo, l’eclettismo e l’atmosfera frizzantina della società culturale newyorkese degli anni Ottanta. David Leavitt usa come alias Martin Bauman perché ci sia concesso di (ri-)vivere, con lui, le mode letterarie di quel periodo (sono gli anni del minimalismo e dell’ondata di scrittori della nuova “generazione perduta”) e i suoi disinvolti costumi sessuali, accompagnandoci con maestria nel racconto delle difficoltà e delle fortune dei suoi inizi, dei travagli della sua vita amorosa e della complessità delle sue relazioni intellettuali.
Questo è dunque, come dice sempre la sovraccoperta, un «romanzo di formazione di uno scrittore e di un omosessuale[; ma] “Martin Bauman” è anche un affascinante romanzo “storico”. [Questo è] un libro sincero e “autentico”, scritto con la sensibilità e la grazia […], grandioso nel restituirci l’atmosfera di un’epoca sensuale e travolgente.»
E, inframmezzate tra le sue pagine, non mancano anche moltissime considerazioni sui libri e sul loro mondo: da alcuni “principi” da seguire per scrivere un buon libro a nostalgiche annotazioni sull’editoria dell’epoca che, pari pari, potrebbero essere valide ancora oggi.
Un esempio del primo tipo, che mi è rimasto impresso, dice: “«Il mio unico obbligo è verso me stesso, ed è quello di scrivere meglio che posso» controbattevo. Infatti ero sempre più d’accordo con Flint che, quando si cerca di soddisfare le richieste degli altri, il risultato è la mediocrità. Solo prestando orecchio a quella strana voce, quella voce esile che parlava nei momenti più impensati (e dai luoghi più improbabili), si poteva pensare di produrre qualcosa di durevole.”
Un esempio del secondo tipo è invece questo: “«Il problema dell’editoria oggi è che gli editori sono sempre in caccia delle Grace Metalious, e non dei Samuel Beckett. E io ho intenzione di cambiare questa tendenza.»”
Sopra tutto, però, è il rapporto che intercorre tra Martin Bauman e Stanley Flint, tra allievo e maestro a sorprenderci per la forza con la quale, anche sottotraccia in taluni casi, sembra avere un influsso, in modo – direi – unidirezionale, su Martin Bauman.
Il maestro intellettuale, quella «austera immagine di Stanley Flint, uno scomodo ideale di perfezione, il padre letterario con cui fare dolorosamente i conti per affermare la propria identità [– di Martin Bauman, cioè]», è sempre lì, come una presenza ingombrante, come un grillo parlante, a ricordargli che lo scrittore è un certo tipo di persona, che scrive in un certo modo, che non baratta la propria arte, o la svilisce, per far piacere alle grandi case editrici attente, per la maggior parte, ad aumentare i propri profitti, a vendere più copie possibili. Questa dolorosa verità è ben esemplificata da questo estratto: “Di fronte alle peggiori indegnità – per esempio l’acquisto per un milione di dollari di un romanzo spazzatura («Un romanzo commerciale» corressero i terribili Terrier [membri della casa editrice omonima]) né meglio né peggio delle tante centinaia che ci erano state spedite – facevamo buon viso a cattivo gioco.”
Così, Bauman sembra percorrere, nei termini della propria carriera letteraria e del suo rapporto con Flint, le medesime fasi che si riscontrano nella vita di una persona in relazione al rapporto con i propri genitori, da un sentimento di estatica ammirazione per loro, passando per la ribellione adolescenziale nei confronti delle regole, dei dettami, degli insegnamenti che loro le hanno impartito, sino alla matura constatazione della validità degli stessi.
E, forse, questa dinamica nel loro rapporto si può spiegare chiamando in causa la bruciante e difficilmente placabile ambizione letteraria che sembra governare le scelte di Martin Bauman.
Da ciò emergono delle domande per nulla banali: “per quale motivo si scrive?”, “che cosa spinge una persona a intraprendere la carriera di scrittore o scrittrice?”, “qual è il suo movente?”, e, soprattutto, “l’ambizione letteraria può essere quel movente che, tra gli altri, è in grado di produrre opere che resistano al tempo, che non si infrangano contro gli scogli temibili del passare degli anni?”
Ciò che questo libro, e Martin e Stanley con esso, a tal riguardo sembra dirci è che, relativamente all’ultima domanda, la risposta è un bel “No!”.
Alla fine, quando ti sarai trovato ad accompagnare – nell’atto di girarla – l’ultima pagina di questa opera, risulterà per te impossibile non aver provato per Martin Bauman un sentimento duplice di amore e odio; per Liza, una sua amica, quel prurito tipico generato dall’essere insopportabili, a causa del fatto che sembra avere tutti i connotati per essere definita una invadente isterica che non ha ancora preso piena coscienza di sé; per Eli, che sarà importante per Martin, compassione, ma anche, talune volte, una vera e propria intolleranza per i suoi modi così iperbolici ed esagerati. Molti altri personaggi (a partire dal su menzionato Stanley Flint) compariranno sulla scena, tuttavia, non si esauriscono certo qui. Quelli che ho menzionato non sono che una esigua parte del totale.
In conclusione, questo libro mi è piaciuto moltissimo e non posso quindi non consigliarne la lettura.