Maria Cristina, la tredicenne protagonista del romanzo, è una ragazza qualunque di una qualunque metropoli, che per caso è Torino. Ha un padre artigiano, confinato nelle sue delusioni, un fratello "cinese" che "fa la rivoluzione al telefono", un'amica emancipata che scappa con un coetaneo. Poiché non ha memoria e non ha fantasia, e va male a scuola, in famiglia la considerano una stupida. Scopre che nessuno la ama, e si accorge di vivere anch'essa in un'assenza di sentimenti per gli altri. Per lei tutto passa nel "fare": l'unica cosa in cui eccelle è il disegno, e ciò che le accade attorno si riflette nei suoi occhi con la nettezza di chi è abituato a esprimersi attraverso il segno grafico. Chiusa com'è in una silenziosa fatica d'insetto, le tocca scoprire con le sue sole forze che la condizione femminile è fatalmente, fisiologicamente servile; e quando, approfittando di quel gusto per il "fare", la vogliono rinchiudere in un destino di lavoro domestico, trova in sé la volontà di sfuggirne. Qui approda il sottinteso del romanzo, che rappresenta oggettivamente l'amarezza del "mestiere di donna": la schiavitù di gestire una casa, accudire ad altri, rimediare ai bisogni di tutti, rinunciare alla realizzazione di se stessi.
Marina Jarre è stata una scrittrice, drammaturga e insegnante italiana.
Nata in Lettonia, da padre ebreo lettone, Samuel Gersoni, e madre valdese italiana, trascorre l'infanzia nella capitale del paese fino al 1935, quando, dopo la separazione dei genitori, si trasferisce con la sorella Annalisa a Torre Pellice, paese piemontese dove vive la nonna materna: essendo di lingua madre tedesca, da quel momento apprenderà la lingua italiana.
Nel 1941 il padre viene ucciso dai nazisti insieme agli altri ebrei che appartenevano al ghetto della città di Riga.
A diciotto anni approda a Torino per frequentare l'Università di Torino e, dopo la laurea in letteratura cristiana antica ottenuta nel 1948, per oltre venticinque anni si dedica all'insegnamento del francese nelle scuole pubbliche del capoluogo. Nel 1949 sposa l'ingegnere Giovanni Jarre, da cui ha quattro figli.
Nel 2004 vince il Premio Grinzane Cavour con il romanzo "Ritorno in Lettonia", edito da Einaudi.
Un romanzo stupendo, una protagonista indimenticabile, la scrittura lucente di Jarre, la Torino del 1969, i luoghi dolorosi della mente, le aspirazioni e la scoperta di una possibilità di essere altro. Jarre concentra nei personaggi un bisogno di raccontare che si fa quasi doloroso, una bramosia di raccontare una storia che restituisca alla sua "bizzarra" protagonista una voce e un punto di vista unici. Maria Cristina non è la ragazzina che scopre l'oppressione delle donne e se ne libera, ma una ragazza che trova, nell'occhio dipinto, la vocazione artistica. Il fratello, il padre, la madre, Eliana, Rosaria, la Mimma sono personaggi comprimari di uno spessore colossale, raccontati attraverso la lente di una ragazza che non comprende i fatti, le persone e i sentimenti ma solo, vagamente, gli oggetti. Della sua immaginazione possiamo fidarci o meno, ma certamente possiamo bearci dell'originalità e bellezza del suo sguardo sul mondo, abbracciando un romanzo di formazione che è prima di tutto romanzo di decostruzione, quella di un mondo e di una prospettiva a cui Maria Cristina non fa capo. Il privilegio è quello di assistere a questo ri configurarsi di molte esistenze, di Torino, dell'Italia della fine anni 60, e di farlo grazie all'occhio mirabolante di una protagonista intramontabile.
“E il tempo entrò tumultuosamente dentro di lei dalla finestra aperta sul mare. Era giovane, avrebbe disegnato ancora, per anni e anni avrebbe disegnato, avrebbe disegnato sempre meglio, avrebbe dipinto, avrebbe preso i colori dal mondo e li avrebbe mescolati insieme e dalla sua mano sarebbe uscito un altro mondo, creato come le piante dalla terra. Il tempo entrò tumultuosamente dentro di lei come un gran vento e segnò una data, ventitré giugno 1969. "Il primo giorno in cui sono stata felice." “
Maria Cristina vive negli anni sessanta, in una famiglia povera che nel frattempo ha iniziato, con il fratello Roberto, il percorso di emancipazione, tra anelito borghese e desiderio di rivoluzione. Nella sua apparente stupidità ha una straordinaria lucidità nel vedere dentro le situazioni e dentro le persone, che la porta ad essere il fulcro del piccolo mondo in cui vive. Alla fine riuscirà a costruirsi, vincendo gli ostacoli, un proprio percorso di crescita.