Conoscevo già da tempo l'operato dell'autrice, di cui seguo sia il profilo Facebook che il blog (ormai non più aggiornato da uno o due anni: ma purtroppo l'era dei blog è finita da un pezzo), e quindi in questo libro del 2007 non ho trovato grandi sorprese, ma mi ha fatto comunque piacere avere in forma completa e ben articolata quei ragionamenti che finora avevo seguito solo in maniera sparsa ed episodica.
L'autrice, antropologa, praticamente da quando è attiva si occupa di quello che succede all'incrocio tra le grandi migrazioni globali e la vendita di servizî sessuali, mettendo in discussione e contrastando con forza e intelligenza l'idea dominante che quel che succede non possa che essere una forma di sfruttamento e violenza (sussunta sotto il termine inglese di "sex trafficking", cioè tratta a scopo sessuale), un incubo le cui vittime (immaginate come principalmente donne) devono essere salvate e instradate verso forme più socialmente accettate con cui guadagnarsi da vivere.
L'autrice può compiere questo suo lavoro avendo trascorso lunghi periodi in diversi paesi del Mondo proprio coi protagonisti e le protagoniste del suo oggetto di studio, avendone ascoltate le voci senza pregiudizî, voci che parlano certo di percorsi difficili, di situazioni non inquadrabili entro i parametri culturali di chi vive invece nei paesi ricchi, di casi anche (perché nessuno nega che manchino) di violenza ed effettiva schiavitù. Ma questa è solo una parte di quadro molto più complicato e sfaccettato, non riducibile solo alle sue tinte peggiori e più scioccanti.
Come afferma l'autrice bisogna tener sempre fermo un confronto (perché quasi mai lo si fa) con altre forme di lavoro con cui cercano di vivere o sopravvivere le tante persone che migrano nei nostri paesi, che sia per fare le badanti per gli anziani o per lavorare nei campi e nei cantieri. In tutti questi àmbiti esistono usi e abusi, ma l'atteggiamento dominante cambia radicalmente a seconda che in essi sia implicata o meno la sessualità. Per dire, se com'è noto nei campi di pomodori vengono sfruttati i migranti, nessuno chiede che come soluzione del problema vengano stigmatizzati i lavoratori, che si smantelli l'intera industria agricola o che venga criminalizzato chi mangia la pasta al sugo.
Il nocciolo della questione è proprio questo, e l'autrice lo coglie con grande chiarezza: l'incapacità di affrontare la questione della sessualità come se fosse un àmbito come tanti altri e non, invece, un àmbito speciale che richiede un trattamento speciale, come se fosse materiale radioattivo e contaminante se non trattato nel modo "giusto". C'è ancora l'idea, molto vicina a quella tipica della famiglia "tradizionale" di origine religiosa, che la sessualità sia qualcosa di prezioso che rischia di essere sporcato se esportato al di fuori di una relazione duratura, o comunque tra persone che si conosco, insomma che debba essere comunque santificato dal sentimento e che non possa essere fatto oggetto di interscambio economico. È una visione della sessualità (come esperienza intima ed esclusiva) certamente legittima, ma il punto è se essa debba essere per forza applicata a tutti e tutte, e dunque se le esperienze di sessualità non conformi (anche come esperienza anonima e come semplice servizio) siano da condannare a reprimere, magari con l'ausilio della legge e del codice penale. È la solita differenza tra cui pensa che la propria morale e la propria idea di intimità debba valere universalmente e che invece accetta un ecosistema relazionale pluralistico, anche composto di fenomeni che possono essere difficili da capire.
Che sia questo il punto, e che in realtà la questione sia molto più semplice di quanto possa apparire, lo chiarisce l'autrice nelle conclusioni del libro, quando afferma che, nell'incontro-scontro tra chi si propone di salvare chi vive vendendo servizî sessuali e queste ultime persone, si verifica tipicamente una divergenza nella definizione di quali siano i problemi da affrontare al riguardo, e accade così che le persone da salvare non vogliano proprio essere salvate. E allora bisogna chiedersi se chi vuole salvare è disposto ad ascoltare le esigenze e le prospettive di chi va salvato o non preferisce invece soltanto imporre all'intera società una propria visione dell'intimità e di ciò che è corretto e scorretto fare con la sessualità, andando poi a escludere dal discorso pubblico, in virtù del proprio potere politico, economico e istituzionale, le voci di chi, cioè le persone che vendono servizî sessuali, vorrebbe far sentire anche il proprio punto di vista.
In un capitolo centrale del libro l'autrice traccia una genealogia dell'attivismo contro la commercializzazione del sesso facendola risale all'800, quando le classi borghesi, ormai sempre più forti, cercano di imporre la loro (rigida) moralità sessuale alle classi lavoratrici, immaginate come sregolate e immorali, da disciplinare e da educare all'autocontrollo e alla "decenza". È un secolo in cui si afferma la famiglia nucleare chiusa, in cui si forma il concetto di spazio domestico e intimo, separato dallo spazio del lavoro, in cui si rafforza una rigida divisione dei ruoli tra l'uomo che lavora all'esterno e la donna che deve gestire la casa e i figli (che ora non possono più lavorare). La donna delle classi borghesi, ora con molto tempo libero e risorse finanziare da spendere, diventa una "custode della morale", cui è assegnato il gravoso compito di educare e correggere le classi inferiori. Si tratta di una grande impresa sociale che certamente ha portato dei benefici (specie in termini di igiene e salute), ma che ha anche operato per disciplinare e condurre nei ranghi della rigida moralità borghese gli stili di vita "indecenti". Si tratta di un processo che, sempre negli stessi anni, coinvolge le popolazioni dei paesi colonizzati, a cui si portano strade, ferrovie e la medicina scientifica, ma a cui si insegna anche a vergognarsi dei proprî corpi (che quindi vanno coperti) e di una sessualità non irreggimentata (che quindi va repressa).
Si tratta di una storia che, tra alterne vicende, come dimostra questo libro arriva sino a oggi, con i due fronti ora composti dalle élite istituzionali dei paesi ricchi da una parte e le popolazioni migranti dall'altra. L'autrice riporta la sua esperienza di diverse conferenze e convegni organizzati da attivisti e ricercatori il cui obiettivo sarebbe quello di "abolire la prostituzione". Convegni e conferenze tenuti in palazzi d'alta classe, sotto l'egida dei simboli del potere politico e dal potere politico riccamente finanziati. Sono ritrovi molto autoreferenziali nelle idee che espongono, privi di ogni volontà di dar spazio alle voci delle persone direttamente interessate, cioè di chi vive vendendo servizî sessuali, e pronti ad attaccare e schiacciare qualunque opinione contraria al dogma repressivo, come quelle dell'autrice. Sono insomma, gli eredi non si sa quanto consapevoli dei movimenti borghesi anti-prostituzione dell'Ottocento ancora vivi, vegeti e attivissimi. La storia continua...