Ho letto questo testo aspettandomi un bel saggio sull’iconografia sociale, metaforica, culturale, pop della ragazza triste. I primi due capitoli sono meravigliosi, rispettano in pieno le aspettative del lettore. Ciò che mi prefiguravo venisse citato, ciò in cui mi sono sempre riconosciuta, viene esaminato, anche se mi sarei aspettata più approfondimento. Le ragazze tristi vogliono eviscerarli i concetti, dopotutto. C’è Sylvia Plath, c’è Sofia Coppola, ci sono le vergini suicide, Ifigenia, Ofelia, Maria Antonietta, Euridice, PJ Harvey e tutte le altre. C’è Tumblr! E ci sono anche i maschi ingabbiati nel patriarcato. Poi il fulcro cambia: non si parla più di ragazze tristi ma di tutte le tipologie di ragazze. Si passa in rassegna tutto il circo: capitalismo, corpi, corpi mangiati dal capitalismo, metoo, sex workers, lavoratrici, dinamiche di potere sbilanciate. Cose lette e rilette, ormai diventate “banali”, per lettori che hanno già affrontato quantomeno le fondamenta del femminismo. Non c’è neanche originalità, né un pensiero critico personale. Eppure c’era così tanto da indagare: se parliamo di sad girl perché analizzare le carriere di Britney Spears, Christina Aguilera, Beyoncé e Olivia Rodrigo quando abbiamo Courtney Love, Lana Del Rey, le Boygenius e Billie Eilish? Perché non indagare la wave della “sad hot girl”? Perché non vagliare il lavoro di Donna Tartt, Sally Rooney o Ottessa Moshfegh? Lolita, La sessualizzazione dello sguardo maschile e al contempo l’infantilizzazione del corpo femminile, le irresistibili ninfette tristi di Nabokov; Era tutto lì, a portata di penna. La mancanza di un editor che rimettesse in carreggiata Sara Marzullo si sente molto purtroppo. E io la delusione l’ho presa sul personale. Come fanno di norma le ragazze tristi.