Rileggere un libro che ci ha colpito non pochi anni, ma alcuni decenni prima, è un’esperienza insolita: di questo romanzo sapevo che è stato importante per me (trovato insieme ad altri suoi da un “bouquiniste” nel ’94, mi fece scoprire Simenon), ma non ne conservavo che sensazioni vaghe, dettagli di qualche scena.
Coincidenze della vita: leggo questo romanzo, basato su una famiglia eteroclita che si raduna dopo anni per l’occasione del funerale del decano della famiglia stessa, proprio nei giorni in cui ho visto al teatro Franco Parenti “Agosto: Osage County”, il dramma di Tracy Ritts che nel 2008 vinse il Pulitzer e il Tony (e da cui fu poi tratto un film con Meryl Streep e Julia Roberts), in un’ottima produzione dello Stabile di Torino. In entrambi i casi esplodono i conflitti generazionali ma anche quelli tra rami della famiglia, e le peggiori cattiverie vengono dalle donne, che a differenza dei loro uomini giocano letteralmente “in casa”; ma il problema di fondo è esistenziale: come dice la protagonista Barbara, “se sapessimo prevedere il futuro non ci alzeremmo dal letto la mattina”; nonchè “la vita è lunga, troppo lunga”. Consiglio caldamente lo spettacolo, se la tournée lo porta da voi!
Tornando a Simenon, il romanzo ha una struttura insolita: scritto come se fosse il diario del protagonista (protagonista per modo di dire: è un uomo del tutto passivo e demotivato), ha una “falsa partenza” in cui questi racconta di un suo diario proposto come romanzo a un editore e rifiutato perchè immorale, senza che se ne specifichi il perchè; poi parte la storia vera e propria, cioè il suicidio dello zio Antoine, grande giurista e celebrità di famiglia, con i conseguenti dubbi su chi saranno gli eredi della sua favolosa fortuna (non ha figli). Contemporaneamente ritorna in questa mai nominata città di provincia il losco cugino Édouard.
Il resto del romanzo non è che l’analisi che questi eventi, soprattutto il primo, provocano a cascata sul resto della parentela: come palle mosse da un primo colpo di biliardo. Il de cuius aveva due fratelli minori e una sorella, ognuno con numerosa figliolanza; tra tutti questi cugini sono insorte negli anni complicazioni e ruggini (adulterii, ma anche una delazione ai tedeschi durante l’occupazione), ma soprattutto una generica mediocrità: tutti dopo la guerra sono stati sistemati dalle raccomandazioni profuse a destra e a manca dal decano; ora la sua morte da un lato sconcerta, dall’altro fa sognare a molti un’eredità che permetta di cambiar vita (a un marito divorziare dalla moglie, a una moglie abbandonare un amante/protettore, o almeno comprarsi un’auto propria, ancora rara nel ’61..).
La vera poesia del romanzo è nella raffigurazione della mediocrità generale, dello spaesamento di questi piccoli borghesi per una volta ammessi ai margini dell’alta borghesia; mediocrità che ha l’apice nel protagonista Blaise, “marito compiacente” (come diceva Totò ai tempi: “non sarò mica un marito co.. un marito co.. compiacente?”), architetto fallito e insegnante svogliato, ma dolorosamente consapevole della sua situazione: cui peraltro si è adattato molto bene, dopotutto ha anche una cameriera che si lascia trattare come oggetto sessuale delle fantasie di lui (peraltro ben poca cosa: gli basta esaudire sogni adolescenziali). Notevole la sua epifania nel ristorante Globe, quando finalmente solo, lontano tanto dalla confusione della ritrovata famiglia d’origine quanto dall’ambigua comodità della sua famiglia di elezione (un ménage à trois, rimproveratogli dalla madre, su cui il narratore, cioè lui stesso, si mostra, oltre che inaffidabile, piuttosto reticente), è libero di rievocare le speranze e le amicizie della innocente giovinezza, tutte ormai perdute.
Ci sono parenti migliori di altri: Lucien, il fratello minore di Blaise, arrestato durante la Resistenza, cattolico militante, gran lavoratore e dedito padre di famiglia; la zia Juliette, vedova Lemoine, che da sola guida il figlio e i generi nel mandare avanti l’azienda di trasporti del marito (e quindi snobbata da cognate e nipoti perchè troppo plebea); la solida Marie Taboué, prigioniera del suo amore per il pessimo marito Édouard pur sapendo di essere il sogno della vita di Lucien.. ma nel mondo di Simenon la virtù non è premiata: è solo un capriccio individuale.
Nel solenne rito funebre finale (non una Messa, anche se celebrato in cattedrale: lo zio non era praticante, forse nemmeno credente), i familiari hanno sempre più la sensazione di esseere comparse di una messinscena organizzata a loro uso dai veri pari del potente zio, i maggiorenti della città che restano dietro di loro nelle panche della chiesa.
Il grande giurista, obbedendo forse a un’antica promessa fatta alla madre, ha lasciato unici eredi i figli maschi dei fratelli maschi, “portatori del nome” Huet; saranno solo Édouard, Blaise e Lucien a dividersi il palazzo sul lungofiume e quant’altro. Ma anche così, con l’imposta di successione francese che è ben altra da quella italiana, nessuno cambierà davvero vita. E non si capirà il perchè del suicidio, se non per un generico “mal di vivere”, che in fondo rende il grand’uomo in qualche modo simile allo smidollato nipote.
E la mia rilettura? Rileggendolo l’ho trovato affascinante, ma diverso da qualunque cosa potessi aver già letto: i miei vaghi ricordi erano in parte deformati, in parte addirittura inventati. Una vera lezione su come funziona, o malfunziona, la memoria: e come è cambiato in trent’anni il modo in cui creo ricordi a partire da una stessa lettura!