Che il femminismo riparta da qui.
Oggi che il fenomeno del femminismo è stato ridotto ad un mero strumento di marketing, fatto di slogan e frasi vendibili, l'unico modo per non vanificare decenni di lotta femminile è quello di tornare alle origini. Il femminismo dovrebbe ripartire dalle idee e dai testi che hanno ispirato le prime donne italiane alla lotta al sistema patriarcale.
La Lonzi e le femministe del '70 non volevano l'uguaglianza. L'uguaglianza, intesa come ordinamento giuridico, è solo una gentile concessione del vincitore al vinto, dell’oppressore all’oppresso, per illuderlo di essere considerato al pari. La Lonzi definisce l’uguaglianza come “la veste in cui si maschera oggi l’inferiorità della donna” perché cela e non risolve la percezione sociale della donna come essere passivo. Il cambiamento auspicato dalle femministe è un cambiamento molto più profondo, che non si limita al raggiungimento dei pari diritti o all'indipendenza economica, ma si infittisce sul piano sociale ed ideologico. L’uguaglianza giuridica non coincide con la fine della lotta femminista, ma più con l’inizio, perché il fine ultimo è il raggiungimento dell’accettazione di ogni differenza e il rispetto della molteplicità dell’essere, più che la sopraffazione mal celata di un gruppo sull’altro.
Le femministe del '70 auspicavano ad un cambiamento radicale all'interno della società che scuotesse le istituzioni cardine del patriarcato, tra cui la famiglia. La famiglia è considerata il caposaldo del patriarcato in quanto fin dagli albori ha vincolato l'esistenza della donna in rapporto all'uomo; la donna è stata il primo esempio esistente della proprietà privata, intesa come oggetto sessuale ceduto dal padre al marito come mera merce di scambio. L'autorità paternale e maschilista si è sempre manifestata in seno alla famiglia come un abuso, le cui vittime principali sono state le donne e i giovani. In un contesto patriarcale in cui la famiglia è una istituzione sociale e religiosa, la condizione necessaria affinché si possa verificare la liberazione del sesso oppresso risulta essere la rivoluzione marxista; solo con la comunanza dei beni e la disgregazione della famiglia è possibile ottenere la liberazione assoluta della donna.
Nonostante ciò, la Lonzi accusa il marxismo di aver tralasciato la questione femminile e di averla subordinata alla rivoluzione comunista che ha infine represso e strumentalizzato il femminismo.
Critica Hegel e Freud per l'opinione denigratoria che hanno perpetrato circa la condizione femminile che si riassume nel controverso titolo dell'opera "Sputiamo su Hegel". Hegel riteneva che la donna fosse "passiva" per natura e questa passività la escludesse dalla dialettica servo-padrone, impedendole di liberarsi autonomamente dal proprio oppressore. Freud teorizzava che alla base dell'inferiorità della donna ci fosse la sua invidia del pene. La Lonzi controbatte che "La donna così com'è è un invidivuo completo; la trasformazione non deve avvenire su di lei, ma su come lei si vede dentro l'universo e come si vedono gli altri" e la sua unica differenza rispetto all'uomo consiste negli anni di storia in cui è stata oggetto manchevole.
La società di oggi è ben diversa da quella degli anni '70. L'uguaglianza giuridica ed economica è raggiunta, ma la nostra rimane una società ideologicamente patriarcale. Che il femminismo riparta da qui.