Tre stelle e mezza.
È un periodo in cui ho voglia di leggere libri sui viaggi nel tempo, senza far caso al resto (per esempio, come in questo caso, al fatto che gli autori italiani non mi fanno impazzire). Questo "L'anno dei dodici inverni" è sicuramente molto migliore di altri, ma ha qualcosa che non funziona.
Emanuele Libonati è un personaggio misterioso che nei primi giorni del 1982 compare nella vita della famiglia Grandi con una scusa, quella di voler scrivere un libro sui bambini nati il giorno di Natale, come la piccola Chiara. Sebbene Libonati passi con la famiglia Grandi solo poche ore all'anno, presto diventa una persona importante per la famiglia, un amico. Un amico che non è rintracciabile, un amico che non ti lascia un indirizzo né un numero di telefono. Uno strano amico, a dirla tutta. La prima parte del romanzo parla delle visite di quest'uomo a casa Grandi, di come piano piano entra in confidenza con la famiglia fino a svelare segreti del futuro in grado di influenzarne profondamente le sorti. Ecco, il romanzo sembra scritto secondo la legge di Murphy che dice che il primo 10% di un lavoro viene svolto nel 90% del tempo, il restante 90% nel restante 10%. Quanto la prima parte del romanzo è accurata e tiene incollati al libro, tanto le altre due (specie la seconda) sono noiose e piene di piccole imprecisioni che nell'economia generale del romanzo stridono.
Nella seconda parte si scopre che Libonati viene in realtà dal futuro per "salvare" Chiara dal triste destino che la attende. Nella linea temporale da cui origina il viaggio nel tempo, Libonati e Chiara sono stati amanti, e sinceramente non si capisce cosa abbia di speciale Chiara (a parte il banalissimo dettaglio di guidare in modo spericolato), perché Libonati si sia così perdutamente innamorato di lei. Chiara sembra quasi un oggetto buttato lì per farle ruotare il romanzo attorno, non c'è un minimo di approfondimento e di caratterizzazione psicologica. È una ragazza bella ma non si capisce se oltre questa bellezza ci sia qualcosa di più. Comunque sia, Libonati torna nel passato e "piega" gli eventi, in maniera leggera per non creare paradossi, in modo tale che la vita di Chiara sia felice e lunga, e l'incontro con il Libonati, che per lei abbandona la sua famiglia, non avvenga mai.
Compiuta la missione, nell'ultima parte, il romanzo si conclude con un grossissimo e incomprensibile pasticcio che cerca di risolvere, probabilmente, degli interrogativi legati ai viaggi nel tempo ma in realtà non fa che incasinare il tutto e buttare tutto in vacca. Libonati, infatti, tornato in una linea temporale che non è più la sua e della quale non ricorda niente (non ha mai lasciato moglie e figli, sostanzialmente) si preoccupa di fare in modo di creare un evento della linea temporale originaria, che quindi è già successo senza che lui intervenisse. Insomma, un pasticcio.
Quel che c'è di bello è il richiamo ad artisti americani come Pynchon e Dick (del quale non si capisce perché, perché lo chiama "Filippo Dick" e non Philip Dick? Perché, sei pure in UK e lo chiami Filippo, perché?), i continui riferimenti musicali che fanno quasi da colonna sonora al libro. Insomma, un ni. Peccato, perché partiva proprio bene e poi si perde in un bicchiere d'acqua.