C'è un popolo che vive di stenti in una terra ostile. Una terra in cui nevica sempre, anche d'estate, le valanghe incombono dalle giogaie dei monti e le api sono bianche. E gli uomini hanno la carnagione pallida, il carattere chiuso, le parole congelate in bocca. Però è gente capace di riconoscenza, di solidarietà silenziosa, uomini e donne con un istinto operoso che li fa resistere senza lamentarsi, anzi, addirittura lavorare con creativa alacrità, con una fierezza gioiosa, talvolta, pronti a godere dei rari momenti di requie, della bellezza severa del paesaggio, della voce allegra del loro "campo liquido", il torrente che, scorrendo sul fondo della valle, dà impulso a segherie e mulini. Il torrente è una delle voci di questi uomini freddi solo all'apparenza, ed è l'acqua - neve allo stato liquido, si potrebbe dire, - che, se da un lato mette in moto tutte le attività, dall'altro innesca il dramma che sta sospeso su quelle vite grame eppure, in qualche modo, felici. Corona ci ha abituato alle narrazioni corali, alle epopee umili di gente che avanza compatta con le proprie storie senza storia solo perché nessuno ha voluto abbassare l'orecchio al livello del suolo per ascoltarne la voce flebile eppure emozionante. Vite che, come scriveva Ungaretti dei morti: "Non fanno più rumore del crescere dell'erba, lieta dove non passa l'uomo". All'armonia di una vita aspra ma equilibrata si contrappone il ritmo disumano delle "città fumanti", dove ci sono tanti meno disagi ma nessuno di quei valori che nascono dalla comune sofferenza. Il lettore ritroverà, nella voce di questi uomini freddi, temi cari alla contestazione dello sviluppo a tutti i costi, ma senza l'asprezza della rivendicazione e della denuncia. Questo romanzo è soprattutto una fiaba. Sotto la sua trama è facile riconoscere una storia molto amara e molto nota, la tragedia del Vajont, il bruciore di una ferita reale e incurabile che solo spostandosi su un altro piano, quello dell¿invenzione, dell'apologo, della creazione fantastica riesce a ricomporsi, a rendersi dicibile, a diventare superamento, speranza, catarsi.
Mauro Corona è nato nel 1950. Da ragazzo ha lavorato come boiscaiolo e cavatore. Fin da bambino ha cominciato a intagliare il legno. Lo scultore Augusto Murer ha intuito il suo talento e lo ha accolto nel suo studio di Falcade, dove Mauro Corona ha approfondito la tecnica e l'arte che gli ha permesso di diventare uno scultore ligneo conosciuto in tutta Europa.
Alpinista e arrampicatore, ha aperto numerosi itinerari sulle Dolomiti d'Oltre Piave e partecipato a diverse spedizioni internazionali.
Nel 1997 pubblica il suo primo libro "Il volo della martora". La scrittura diventa così un'altra delle sue grandi passioni, grazie alla quale è oggi annoverato tra gli scrittori più apprezzati in Italia.
La voce degli uomini freddi di Mauro Corona - Ed. Mondadori
“C'è un popolo che vive di stenti in una terra ostile. Una terra in cui nevica sempre, anche d'estate, le valanghe incombono dalle giogaie dei monti e le api sono bianche. E gli uomini hanno la carnagione pallida, il carattere chiuso, le parole congelate in bocca. Però è gente capace di riconoscenza, di solidarietà silenziosa, uomini e donne con un istinto operoso che li fa resistere senza lamentarsi, anzi, addirittura lavorare con creativa alacrità, con una fierezza gioiosa, talvolta, pronti a godere dei rari momenti di requie, della bellezza severa del paesaggio, della voce allegra del loro "campo liquido", il torrente che, scorrendo sul fondo della valle, dà impulso a segherie e mulini. Il torrente è una delle voci di questi uomini freddi solo all'apparenza, ed è l'acqua - neve allo stato liquido, si potrebbe dire, - che, se da un lato mette in moto tutte le attività, dall'altro innesca il dramma che sta sospeso su quelle vite grame eppure, in qualche modo, felici. Corona ci ha abituato alle narrazioni corali, alle epopee umili di gente che avanza compatta con le proprie storie senza storia solo perché nessuno ha voluto abbassare l'orecchio al livello del suolo per ascoltarne la voce flebile eppure emozionante. Vite che, come scriveva Ungaretti dei morti: "Non fanno più rumore del crescere dell'erba, lieta dove non passa l'uomo". All'armonia di una vita aspra ma equilibrata si contrappone il ritmo disumano delle "città fumanti", dove ci sono tanti meno disagi ma nessuno di quei valori che nascono dalla comune sofferenza. Il lettore ritroverà, nella voce di questi uomini freddi, temi cari alla contestazione dello sviluppo a tutti i costi, ma senza l'asprezza della rivendicazione e della denuncia. Questo romanzo è soprattutto una fiaba”.
Una favola lenta, triste e lunga ben 230 pagine, a tratti ripetitiva, con spunti di fantasia e fatti realmente accaduti, seppur non del tutto identificabili, narrata con un apprezzabile stile lirico-fiabesco. Non ci sono personaggi specifici e non ci sono dialoghi, il che non aiuta a superare la monotonia. Traspare tutto l’amore e il rispetto per la Natura, che è il vero cuore dell’opera, ma nell’insieme non entusiasma. La morale passa, forte e chiara: abbiamo solo questo pianeta ma lo stiamo uccidendo, ignorando molto stupidamente che ci si ritorcerà contro.
Sono un "fan" di Mauro Corona fin dagli inizi in cui era solo un "povero" arrampicatore nelle falesie di Erto; più volte lo ho "difeso" nei forum e blog dove a più voci lo si accusava di essere un moralista piuttosto che un modesto scrittore. Ho più volte condiviso il suo pensiero. Fatta questa premessa, capirete con quanta delusione arrivo a recensire questo libro. Sono schietto, come forse anche Mauro suggerirebbe: questo libro è buono forse per la stufa viste le dimensioni, e poco altro. La sinossi è ridicola, sta in due righe: un paese dove nevica sempre e la popolazioni si batte per sopravvivere. Non esagero se dico che questo concetto è ripetuto per 235 pagine. Corona prova a mescolare la minestra inserendo delle trovate letterarie che a me risultanto talmente naif da suonare più comiche che romantiche: - le api bianche che fanno il miele bianco per via della neve. - il girotondo con le mani impastricciate di miele. - la gente che quando muore diventa calda e scioglie la neve (ahahahh) - la grotta della memoria dove incidono i loro racconti in stile paleolitico - le idee da mentecatti di questi popolani che si accoppiano in conche di neve (ma quando mai) e pensano che concentrandosi si possa volare. Addirittura in un capitolo vi sono due che parlano telepaticamente. - alberi che fanno la musica e altre castronerie inventate da Corona tanto per fare "magico"...non accorgendosi che invece fanno ridere, e nulla hanno a che vedere con la vita semplice e dura dei contadini di alta montagna (che conosco bene, e anche Mauro conosce bene..solo che qui voleva vendere alla gente di città...mica fesso).
Davvero, suona come un racconto scritto da un bimbo di terza media. Forse sarà la neve? ma tutto manca di profondità. Non esistono personaggi protagonisti, quindi si fatica a trovare empatia con questo popolo che non sorride mai (anche qui...ma dai Mauro...); non suscita alcun sentimento...ne commozione ne malinconia...nulla...una lettura sterile e vacua come una parete liscia senza appigli. Ogni tanto trova una figura retorica o una similitudine azzeccata, ma in tal caso la ripete costante per almeno dieci passaggi (qualcuno ha notato "la neve che graffia come artigli"?).
Mi chiedo come diavolo abbia fatto ad arrivare in finale al premio Campiello..santa Mondadori evidentemente....e anche mi chiedo dove siano gli editor su questi lavori. Poteva stare tranquillamente in un libro di racconti, segando tutte le parti veramente e pesantemente inutili. La cosa bella è che pur essendo lungo, non lascia nulla..!
Potrei continuare a lungo...ne avrei da dire quasi su ogni pagina. Mi fermo qui per rispetto ad uno scrittore che ho amato. Certamente è finita un'era, e Una lacrima color turchese mi pare il degno prosecuo pre Natalizio.
Auguri a chi piace, spero Mauro questo sia un arrivederci e non un addio.
Sembra quasi una fiaba questo romanzo, in cui i protagonisti sono gli abitanti di uno sperduto paesini in montagna. Il loro carattere è duro, temprato dal freddo e dalla neve, ma in realtà nascondono dei sentimenti molto profondi. Sono intensamente legati alla natura, che rispettano e accettano senza tentare di ostacolarla. Le loro tradizioni sembrano immutate nel tempo, in quanto la modernità non è per loro interessante. Nonostante questo tra i paesani nascono alcuni inventori, che riescono a migliorare le condizioni dei loro concittadini basandosi sulla vita di tutti i giorni.
Seguiamo le avventure e vicissitudini di diverse generazioni, che corrispondono a tre grandi tragedie che segnano la vita del paesino. Sono pochi gli esempi di personaggi cattivi all’interno della comunità, perché tutti si danno da fare, senza andare a infastidire o nuocere al proprio vicino. Le asperità della vita in montagna riescono a eliminare le cattiverie dal loro animo e solo quando alcuni di loro si recano nelle città in pianura iniziano a covare cattivi pensieri.
Nessuna persona della città si trasferisce nel paesino, mentre alcuni abitanti provano a stabilirsi in pianura. Questa differenza è data soprattutto dallo stile di vita, con le tradizioni da una parte e la corruzione e il desiderio di potere dall’altra. Gli animi semplici dei protagonisti subiscono questa influenza quasi senza riuscire a opporsi. Si lasciano abbattere dalla tristezza per la lontananza dalla pace della montagna, finendo per deprimersi senza più essere felici. Oppure imbracciano l’avidità, senza alcun freno, diventando veramente spietati pur di accumulare ricchezza.
Nei capitoli finali però si capisce come questa pseudo fiaba ricordi un fatto storico ben preciso, il disastro del Vajont, e purtroppo possiamo già presagire come andrà a concludersi.
“Era un paese di neve. Nevicava anche d’estate. E nelle altre stagioni lo stesso. Nevicava sempre.”
Il romanzo è un’affascinante fiaba moderna ma è anche, soprattutto, una intensa allegoria delle quotidiane e gravi problematiche del mondo reale in cui viviamo. Il fantastico paese degli uomini freddi ospita una comunità montana che vive in simbiosi con la natura, persone spontanee, tenaci, pacifiche, che accettano con dignità le difficoltà che l’ambiente naturale comporta, superandole con la collaborazione e il sostegno reciproco. Gli uomini freddi si trovano anche a dover fronteggiare varie catastrofi naturali, come alluvioni e valanghe, alle quali reagiscono con coraggio, voglia di ricostruire e di guardare al futuro, ma sempre nel rispetto dell’ambiente naturale, da cui traggono quotidianamente, con gratitudine, le risorse per vivere.
Tuttavia le più gravi catastrofi non sono quelle causate dalla natura ma dalla cupidigia umana, che dilaga nelle lontane “città fumanti”, le città industrializzate: un mondo ben diverso da quello degli uomini freddi, un mondo corrotto, governato da profitto, sete di potere e violenza, dove il sacro legame con la natura è ormai dimenticato e rinnegato. Da questo falso progresso scaturiranno inevitabilmente devastazione e rovina.
A comporre la melodia di questo romanzo concorrono diverse note: i molteplici aspetti fiabeschi, l’amore per la natura, la vita rurale, l’originalità dei personaggi (tra cui il liutaio sensibile al canto degli alberi, trasposizione fantastica di Stradivari, oppure il cercatore di cristalli e molti altri), la lontana eco delle guerre mondiali, la tragedia del Vajont.
Fiaba e realtà, leggenda e storia si intrecciano in un connubio che incanta il lettore e lo porta a una seria riflessione sulla società contemporanea e futura.
“La voce degli uomini freddi” è un romanzo che ho letto subendo, pagina dopo pagina, il fascino delle parole che Corona usa con immensa bravura. E’ un’avventura straordinaria che nasce dall’intimo rapporto tra uomini e territorio. Una narrazione che si frantuma in mille raffinate schegge che ci mostrano sentimenti, tradizioni, sacrifici. E’ la poesia che prende vita nelle descrizioni dei bianchi paesaggi, nel senso di appartenenza ad un luogo in cui tutto è vissuto con profondo rispetto per la Natura. Rispetto che alcuni uomini tradiranno in nome del Dio denaro. E’un tradimento che porterà lacrime e sangue. Speriamo che l’uomo impari dai suoi errori! Voi, intanto, leggete questo libro e scoprirete un autore che, sono sicura, vi conquisterà.
A book of a fictional community living high in the Italian alps from medieval to modern times, but hardly affected by the march of technological progress until at one point this community can no longer escape the greed and reach of the rest of men in the low country. Through a series of tales of key individual and community experiences, the author explains how this community develops customs, traditions and principles of moral purity to adapt to the hardships of their environment and achieve harmony between man and nature. Clearly written to extol the value of nature and guard against the intrusion and exploitation of man, it is a fun read that those who love the beauty and majesty of the Alps (which when combined with weather may be harsh and unforgiving) will love.
La storia degli uomini freddi è sicuramente affascinante e in certa misura interessante, il linguaggio è raffinato e delicato, oltre che insolito: non potrà non stupire chi conosce Corona. Purtroppo, le lunghe descrizioni e l’assenza di un intreccio definito non possono che rendere la lettura faticosa e il romanzo, anche se dispiace ammetterlo, un po’ noioso. La lettura è consigliata a chi desidera conoscere qualcosa di più sulla vita degli uomini sulle Alpi nel passato, e chi si sente in grado di immedesimarsi nella narrazione.
Emozionante come un bel libro di poesie. Come sempre Corona scrive come un poeta, parole calibrate come le emozioni, suggerisce luoghi e situazione che permettono al lettore di penetrare nella storia. La mente si trova catapultata nei freddi luoghi descritti e molte sono le volte che i luoghi sembrano diventare reali. Uomini freddi in un terra ostile, difficile pensare che siano esistiti eppure per certi versi sembrano reali. Dedicato alle persone che adorano le montagne
La prosa è poetica, a tratti molto efficace, a volte struggente. Ma è un romanzo senza personaggi che viene appesantito molto da quest'assenza, e nonostante la prosa affascinante e le atmosfere al tempo stesso misteriose e familiari la lettura non scorre per niente: come il Vajont stesso prosciugato dalla diga…