Il s'agit d'une montagne qui n'est nullement magique : cette véranda, dans un sanatorium des Alpes, est la terrasse commune à la population masculine des lieux, et où le narrateur, un jeune avocat, l'un des rejetons de la famille placée au centre du Jour du jugement, fait l'apprentissage d'un monde trop humain, toutes classes et toutes régions d'Italie confondues, où la hantise de la maladie - le thermomètre, la balance - mais aussi quelque amour ou amourette - car la séparation entre sexes n'y est pas absolue - scandent les journées en chaise longue. On y voit naître, en pleine jeunesse, une âpre méditation qui aboutira au "jugement" : un jugement qu'incarne l'un des personnages les plus singuliers du livre, un certain Aubergine, oublié par la mort aussi bien que par la vie. Salvatore Satta, juriste de grand renom, originaire de la Sardaigne, s'est révélé, au lendemain de sa mort en 1975, être un écrivain magistral : on sait le succès retentissant qu'a obtenu Le jour du jugement. Pour tous ceux qui ont aimé cette histoire sentimentale et populaire de sa Sardaigne natale, La véranda sera une découverte saisissante ; le talent original de l'écrivain transparaît dans ce premier livre percutant écrit dans les années trente.
Salvatore Satta, scrittore e giurista, nasce a Nuoro il 9 agosto 1902, ultimo figlio di Satta Salvatore, notaio di Nuoro, e di Galfrè Valentina. Consegue il diploma di licenza liceale presso il Liceo "Azuni" di Sassari nel 1920 e si laurea in Giurisprudenza col massimo dei voti e la lode nell'Ateneo della stessa città nel 1924, discutendo la tesi sul Sistema revocativo fallimentare. Una malattia lo costringe ad interrompere il tirocinio di avvocato presso il noto giurista milanese Marco Tullio Zanzucchi e a ricoverarsi per circa due anni nel sanatorio di Merano, dove scrive La veranda, un romanzo sulla propria e altrui sofferenza. Nel 1932 consegue la libera docenza all'Università di Camerino dove riceve l'incarico per l'insegnamento di Diritto Processuale Civile. Successivamente diventa titolare di cattedra a Macerata, Padova, Genova e, infine, a Roma. Si sposa a Trieste nel 1939 con Laura Boschian, un'assistente volontaria alla cattedra di Letteratura Russa, dalla quale avrà due figli, Filippo e Gino. Pubblica numerosi studi giuridici tra cui un monumentale Commentario al Codice di Procedura Civile e Diritto processuale civile, un'opera complessa in cinque volumi che gli conferisce una certa notorietà nell'ambiente dei giuristi. Fra il '44 e il '45 scrive il De profundis, mirabile affresco sulla condizione umana, originato dalle riflessioni sulla negativa esperienza maturata durante il periodo della guerra. Nello stesso anno viene nominato Pro-rettore all'Università di Trieste e a tale titolo pronuncia il Discorso Inaugurale per l'anno accademico 1945/46, rimasto celebre per lo spiccato spirito democratico che lo anima e per la sottesa polemica posizione sia nei confronti del fascismo che del comunismo. Tra le sue opere vanno ricordate anche: Poesia e verità nella vita del notaio, pubblicato in Vita notarile del 1955, Soliloqui e colloqui di un giurista del 1968, Quaderni del diritto e del processo civile del 1969 e diversi manuali ed articoli di carattere giuridico pubblicati su riviste e quotidiani. Nel 1970 inizia il suo capolavoro Il giorno del giudizio, pubblicato postumo nel 1977 dalla Casa Editrice Cedam, specializzata in pubblicazioni giuridiche. Inizialmente il romanzo passa sotto silenzio ed è quasi totalmente ignorato dalla cosiddetta critica ufficiale. Si deve a Roberto Calasso, dietro segnalazione del professor Mercadante, il successivo rilancio dell'opera da parte della Casa editrice milanese Adelphi che la pubblica nel 1979, con un'operazione pubblicitaria tra le più efficaci degli ultimi anni, creando uno dei casi letterari del secolo. Il libro suscita sconcerto e malcontento sopiattutto a Nuoro, dove molti si riconoscono nei personaggi descritti. Oggi il romanzo, tradotto in diciassette lingue, è considerato un'opera letteraria di grande spessore e riscuote ampi consensi da parte della critica più qualificata. Colpito da un male incurabile, Salvatore Satta muore a Roma il 19 aprile 1975.
Ho trovato un tesoro prezioso. Vivo la sensazione di una scoperta inattesa e ricca. Ho scoperto “La veranda”: è il suo destino essere scoperta. Nel 1981 giaceva, forse dimenticata, tra le cartelle di uno dei sommi giuristi di fama europea che la Sardegna, generosa, ha saputo donare. Giaceva adagiata fra scritti di altra natura ai quali il suo autore si era poi dedicato. Alla sua morte è emersa, salvata dal destino che il suo autore le aveva riservato:” L’ho distrutto”. Salvatore Satta, non apprezzato all’esordio con la sua proposta al Premio Viareggio, scartato il suo primo lavoro, abbandonò il mondo dei letterati ma non certo quello della letteratura. Lo si ricorda oggi per il suo più famoso “il giorno del Giudizio” (1977) e per il “De profundis” scritto nel ’48 una profonda meditazione sull’Italia postfascista e del dopoguerra .
Ambientato in un sanatorio o meglio nella sua veranda, per le famose pratiche già elevato a dignità letteraria nel ’24 da Thomas Mann ne “La montagna incantata”, l’opera ha per protagonista un giovane avvocato che, malato di “tuba”, tra una “pipa” (termometro) e una “bomboniera” (sputacchiera), osserva un microcosmo e lo rappresenta restituendocelo come lirica metafora dell’umanità. La veranda è luogo personificato: ingloba con i suoi accadimenti il bene e il male. La veranda è una cassa di risonanza dove ogni parola detta o taciuta, paradossalmente, si amplifica, dove non risuonano conversazioni ma “parole che rompono dal mondo”. Gli ospiti sono nominati come i luoghi dai quali provengono, ma oltre il Po “gli uomini diventano regioni ché paesi e città non hanno risonanza negli animi di questi comunardi, e il muro e la fossa sono rimasti nel loro spirito”. La veranda è la metafora dell’ ”adattamento animalesco” alla vita e a tutto ciò comporta :“nell’affetto e nell’amicizia e fin nell’amore noi affondiamo nella consuetudine, come l’albero le sue radici nella terra; e il dolore prima che ogni cosa è una ferita alla consuetudine.” Le pagine si susseguono una più bella dell’altra e non è la narrazione il fulcro che spinge il lettore a consumar le righe, a voltar pagina, quanto la brama di conoscere il pensiero di un giovane autore emergente che, ricordando la tempestiva genialità dei grandi nomi della letteratura, ti sorprende per la visione della vita e per la lucidità con la quale ce l’ha restituita, sottilmente ispirata al “male di vivere” di montaliana memoria. A voi scoprirla l'opera, se gradite.
La veranda è il primo libro scritto da Salvatore Satta intorno al 1930. La narrazione si svolge in un sanatorio e, per questo, qualcuno propose l'accostamento con La montagna incantata di Mann, scritta nel 1924. E proprio perché ho amato moltissimo il libro di Mann, ne ho iniziato la lettura. Devo dire però che il parallelo è del tutto fuorviante, visto che gli obiettivi dei due libri (e a mio parere anche l'efficacia) sono molto molto differenti.
Il titolo fa riferimento alla veranda nella quale si ritrovano, giorno dopo giorno, gli ospiti del sanatorio, tra i quali c'è anche l'autore, per passare il tempo e per ossigenare i polmoni malati.
Nonostante il sanatorio venga descritto in modo approssimativo, si intravedono bene i riti tipici di questi luoghi, le visite di controllo, i periodi di "cura" sulla veranda, l'ossessione delle linee di febbre, l'uso delle sputacchiere (chiamate bomboniere, che in questo caso non contengono confetti, ma almeno servono a qualcosa). Il contatto dei degenti col mondo esterno è abbastanza limitato, perché essi, col passare del tempo, gradiscono sempre meno il pietismo dimostrato spesso dai sani. Ne risulta un piccolo mondo chiuso in cui le persone, nonostante siano accomunate dalla sorte avversa, dimostrano poca solidarietà tra di loro, arrivando anche a vessazioni nei confronti dei più deboli di carattere. Forse per ridurre la tensione e l'atmosfera legata alla morte che aleggia nel sanatorio, Satta si sofferma anche su episodi goliardici tra i malati, con una sorta di effetto Amici miei, che conferisce alle situazioni un aspetto ancora più triste e penoso.
Onestamente il libro non mi ha entusiasmato particolarmente. A parte qualche brevissimo passaggio degno di nota, non ho trovato né particolare profondità nelle descrizioni dei luoghi, né adeguato scavo psicologico, né uno stile uniforme.
Non ho ancora letto La montagna incantata quindi non posso sapere se esiste un parallelismo come suggerisce la scheda del libro. Siamo nell'ala maschile di un sanatorio del nord Italia e la veranda del titolo è il luogo in cui i malati di tubercolosi passano le giornate in un noioso riposo terapeutico. La forzata inattività si traduce in atti di bullismo verbale, metaforici arruffamenti di pelo e scherzi da ragazzini ai danni dei pazienti meno cinici. Uomini che temono un grado di febbre o la perdita di qualche etto di peso cercano di affermarsi animalescamente, con quel poco di forza bruta che possono avere dei tisici. In fondo anche questo è un modo di esorcizzare la paura. Dall'altro lato del loro piccolo mondo si aggirano le donne, fonte di un desiderio carnale che, anche in questo caso, è più verbale che altro. Ci sono sporadiche occasioni ufficiali di incontro, supervisionate da medici e soprattutto dalle suore che fanno da infermiere, e in questo caso anche il più vocale degli uomini perde confidenza. Altre occasioni vengono create, incontri segreti tra corpi che cercano sollievo in un po' di fisicità. In questo caso le donne, descritte come vacche e bramate come angeli del dolce stil novo, si rivelano umane tanto quanto i compagni di degenza. Chi rincorre chi? Chi sceglie chi? E cosa accade quando l'interesse per l'altra persona è reale? Il protagonista si innamora. Anche qui si innamora di una figura lontana, una donna idealizzata da cui fuggirà quando avrà la possibilità di avvicinarla. Belli i comprimari, da suo Paola a Melanzana. Meno, molto meno belli gli altri pazienti, che incalano in comportamenti disdicevoli la paura della morte.
Nonostante le varie similitudini non riesco a mettere sullo stesso piano questo romanzo e "La montagna incantata". Differente tipo di scrittura, differente pensiero filosofico e differente realtà sociale. Gli argomenti trattati sono davvero troppo realistici e fuori dai soliti schemi di quell' Italia di inizio secolo perciò capisco come mai sia stato pubblicato molti anni dopo. Non apprezzo assolutamente la visione delle donne narrata.
Il protagonista (del quale c'è dato ben poco da sapere, neppure se il suo nome) si trova in sanatorio per curare la sua "tuba", ma in un modo completamente diverso e disincantato rispetto ad Hans nella Montagna Incantata di Mann. Il romanzo (decisamente poco famoso) di Satta si divide in due parti. La prima è geniale, interessantissima, ambientata sulla veranda nella quale i degenti passano la gran parte del tempo. Degenti che portano tutti un soprannome, che parlano di donne, di malori, di bomboniere/sputacchiere, di linee di febbre. Divertente e intrigante, mai eccessivamente pesante nonostante l'argomento. La seconda parte, invece, l'ho trovata eccessivamente lirica e meno interessante, e lo stesso giudizio va al finale. Insomma, un nì, però ne vale la pena di leggerlo per conoscere un Satta diverso da quello che normalmente viene presentato, un Satta che è e sa essere lontano dalla Sardegna senza sentirne (troppo) la mancanza.