Dopo aver letto "Il corsivo è mio" della Berberova, mi ero riproposto di non leggere più nessun suo romanzo, un po' contrariato dall'acidità della scrittrice. E infatti... eccomi qui a commentare un suo libro.
Il racconto "Il lacché e la puttana", scritto dalla Berberova nel 1937, parla di Tanja, una ragazza di buona famiglia che, da adolescente, sogna un’esistenza di ricchezze, di amori, di feste. Purtroppo la sua giovinezza felice termina presto e le sue speranze sono distrutte dalla rivoluzione, che costringe il padre ad emigrare con la famiglia all'estero.
La vita con la famiglia all'estero è però difficile, noiosa, grigia. Tanja la rifiuta e fugge a Parigi, dove spera di trovare divertimenti e prospettive.
Anche lì però la vita si dimostra prima monotona e inappagante, poi spietata lasciandola sola e senza un reddito. Inizia una vita di digiuni, di stenti, di rabbia contro il mondo che non le concede neppure la possibilità di trovare qualcuno che la mantenga.
"Aveva ormai capito che non c’era nessuno che potesse amarla e adorarla fino alla tomba, che non c’era nessuno dietro cui nascondersi, che quanto le era accaduto accadeva a tutte, solo che le altre non lo raccontavano, e che dunque bisognava mentire, mentire, agguantare tutto ciò che era possibile agguantare nella vita, e sforzarsi di dimenticare, berci sopra, cancellare ogni traccia di quello sbaglio, di quel vergognoso cedimento a un mascalzone dagli occhi neri che più volte aveva fatto commercio del suo corpo e poi l’aveva piantata"
Affamata d'amore, di agi, di sicurezza e terrorizzata dalla paura di invecchiare, mette in atto tutto quello che può per trovare un uomo che la mantenga; riesce invece solamente ad adescare un anziano cameriere, un rimedio, un'ancora momentanea di salvezza. Nonostante lui la riempia di attenzioni, non è lui che possa soddisfare i desideri e i sogni di Tanja e infatti la loro unione risulta squallida e triste e porterà loro solo una reciproca rabbia impotente che li travolgerà.
Nel periodo in cui stava scrivendo questo racconto, come ben descritto nella sua autobiografia "Il corsivo è mio", Nina Berberova stava facendo letteralmente la fame proprio a Parigi, città scelta da moltissimi Russi come esilio volontario per sfuggire alla Rivoluzione.
La Russia, la famiglia e gli antichi agi erano ormai lontani, i sogni svaniti, le speranze di rientrare in patria inesistenti.
Non si possono quindi non vedere i molti riferimenti autobiografici del racconto, che è costruito su esuli solamente russi e le cui dinamiche sono esclusivamente basate sulla condizione di esilio.
Come già si intuisce nel Corsivo, le relazioni sentimentali non sembrano essere per la Berberova qualcosa di arricchente, ma piuttosto finalizzate a migliorare la propria condizione. Tanja è una donna che cerca in ogni modo e con ogni mezzo soprattutto la propria felicità personale; ogni altra cosa o persona è funzionale a quell'obiettivo fondamentale. E questo atteggiamento ho l'impressione sia comune alla Berberova.
Mi è sembrato che la Berberova abbia descritto il personaggio negativo di Tanja (che è una donna spregiudicata e arida) quasi giustificandola perché costretta a subire un ingrato destino di esilio senza la possibilità di ottenere la meritata felicità (meritata perché la felicità era l'unica cosa che potesse controbilanciare la sofferenza subita dagli esuli).
Altro grande tema trattato è quello del senso della vita, della vecchiaia, del futuro. La visione della Berberova è assolutamente pessimista e angosciante, l'uomo viene visto come girante a vuoto, perso in attività che hanno poco conto e poco senso.
«Ogni tanto faceva in tempo a vedere una vecchia mendicante gobba e canuta, con un sacco e un bastone, che sedeva su una panchina senza prestare alcuna attenzione ai vagoni che le sfilavano davanti, oppure un vecchietto con gli stivali legati con lo spago che schiacciava un pisolino, un operaio senza una mano che masticava del pane. E allora strani pensieri passavano per la testa di Bologovskij: la paura della fine, forse della vecchiaia, e il presente stava davanti a lui come un enorme peso che non riusciva a smuovere.»
Il libro è molto scorrevole, si legge facilmente ed è efficace. Scrive molto bene la Berberova; descrive pensieri e situazioni in modo scarno ma perfetto.
Ma per me è troppo gelida e arida è la sua visione del mondo e delle relazioni.