L’estate più calda degli ultimi duecento anni, la città stanca che soccombe sotto il peso dell’afa, il lavoro che non si può fermare e preme con le sue scadenze. Sette adulti, un bambino e una gatta si rifugiano in una casa di campagna, dove le temperature sono più clementi. Gli adulti non sono parenti né davvero amici, lavorano insieme da Bomba Agency, un’agenzia di comunicazione, e devono portare a termine una presentazione per un cliente. Una settimana sola. Tutti insieme. Lontani dal mondo. «Come il Decameron, ma senza la peste». Alla casa però ognuno di loro arriva con un carico pesante, fatto di ambizioni, ansie, speranze, paure. La lunga estate caldissima porta tutto all’estremo, potenzia ogni sensazione e sentimento, accrescendo l’incertezza di relazioni sul punto di andare a rotoli – quelle tra i fuggitivi così come, osservando la casa da un’altra distanza, quella tra gli esseri umani e il pianeta. In questo coinvolgente romanzo corale, Gabriella Dal Lago ci guida in un mondo dove ognuno sta sulla soglia, in bilico, a immaginare un futuro ancora non scritto, e del tutto incerto.
Una settimana scarsa di un torrido luglio piemontese, nella villa di campagna di Gian, il padrone di casa e titolare dell’agenzia (Bomba Agency, nome che mi pare un disastro), si riunisce un po’ di personale dell’agenzia per concludere un lavoro e presentarlo al cliente. Insieme a Gian, la sua compagna e collega Greta – e credo co-titolare dell’agenzia – che ha una quindicina d’anni in meno, è sui trenta, coetanea dei collaboratori che partecipano alla settimana che si potrebbe considerare di “team building”. E quindi, è abbastanza prevedibile immaginare che le cose non andranno come previsto.
Strano che non venga raccontato il primo pasto insieme (mi pare sia una cena), mi sarebbe sembrato un momento importante. Poi si scopre che alla Dal Lago i momenti di apparente convivialità, i pasti insieme, interessano poco, rimangono tutti a margine, quando non del tutto fuori pagina. Come sembra interessarle poco il tempo dedicato al lavoro: si sono radunati lì per portarne a termine uno, la presentazione a un cliente importante, ma sembrano fare tutt’altro, del lavoro la Dal Lago ci racconta poco. È interessata ad altro: torna indietro nel tempo, descrive fatti successi nel passato di alcuni di loro. Poi, in certi momenti, innesta perfino degli emozionanti flash forward.
L’occhio del narratore – che passa con estrema agilità dalla prima persona plurale, “noi”, alla seconda, a volte singolare, “tu”, a volte plurale, “voi” – e forse questi sono i momenti più belli, quelli dove io lettore e Gabriella Dal Lago autrice siamo stati più vicini e coinvolti – a tratti sembra distante, occhio severo. Ma tutto sommato non lo si può definire giudicante: queste otto anime – più quella del gatto – interessano e appassionano chi scrive – sia la Dal Lago che il sottoscritto – c’è voglia di fare un ragionamento sulla loro generazione, i cosiddetti millennial. Oggetti distanti e in buona parte sconosciuti per me – anche se ho un figlio che entra per diritto anagrafico nella categoria: mi piace e mi affascina come sembrano ribaltare i valori principali dell’esistenza, vedere e percepire le cose in modo diverso da me boomer. E d’altra parte, diverso – molto! – è il mondo nel quale sono cresciuti e diventati adulti: è paradossale che qualcuno li definisca così, perché non è quello che si sentono, ma è a tutti gli effetti quello che sono, degli “adulti”
Eppure non lo limiterei soltanto a romanzo generazionale: qui dentro, tra queste pagine, c’è il mondo di oggi, la gente che vive e agisce oggi. C’è il mondo intero. Almeno quello che conosciamo. Romanzo sicuramente imperfetto: ma non sarò certo io a fargli le pulci, l’ho letto in 48 ore, e l’ho goduto.
I dipinti sono tutti di Thomas Eggerer, sessantenne pittore tedesco, citato dalla Dal Lago.
Letto tutto in un week-end dalla strana atmosfera: di fuori, il primo vero week-end autunnale, con i fungaioli impazziti che iniziano a cercare già nel cuore della notte; dentro, io tappata in casa con la mia cagnona impazzita per il ciclo estrale; gli scrosci di pioggia violenta del lunedì mattina serviranno a rinfrescare le idee a tutti, cane e fungaioli.
Il camaleonte in copertina mi rende simpatico il libro sin da subito; sembra un'edizione vintage e invece è un libro di quest'anno. I personaggi non si fanno amare un granché, si capisce che è quel genere di storia in cui ci sono tutti i personaggi negativi; ma quel che conta è che rimane sempre ben desta la curiosità di sapere quello che faranno. Ho amato molto la grande casa con le stanze infilate una dentro l'altra proprio come negli edifici antichi. La grande casa è protagonista come e forse più degli umani, e il finale è lì a dimostrarlo. Il titolo si riferisce sia alle roventi temperature dell'anticiclone africano che ai rapporti tra i vari protagonisti, anche questi a loro modo roventi. La scrittura non mi fa impazzire: non è quel che si definisce sciatta, direi piuttosto che vuole essere casual e ci riesce anche a essere casual; il punto è che si tratta di quel tipo di casual che non incontra del tutto il mio gusto. Questo almeno era quello che pensavo a inizio lettura: ammetto che andando avanti ci ho fatto l'orecchio. E poi come si fa a non amare un libro letto insieme nel BookClub e riempito di scritte, sottolineature, bigliettini e oggettini di vario genere? È chiaro che resterà nel cuore per sempre. Per non dire della gioia di scrivere su un libro con la penna e con l'evidenziatore: fino a pochi giorni prima non avrei mai immaginato di permettermi una pazzia del genere, e invece mi ha fatto l'effetto di godermi un carnevale, una volta tanto poter fare quel che normalmente non è permesso.
La leggerezza della narrazione mi ha ricordato Juliet, naked di Nick Hornby, e la cosa mi fa piacere: non che Hornby sia un candidato al premio Nobel per la letteratura, però quello è stato un libro che ho amato; qualche volta ci vuole anche la leggerezza per condire quella gran insalata che è la propria selezione di letture. È un libro facile nel senso che scorre bene, si lascia leggere volentieri e con una certa disinvoltura. L'autrice è brava ad esporre i diversi punti di vista senza biasimarne nessuno e senza appoggiarne uno in particolare. C'e un'analisi dei "tempi moderni" che, ben lungi dall'essere perfetta e completa ed esaustiva, arriva comunque a centrare il bersaglio, cosa già di per sé non facile. Sa abbracciare numerosissimi temi di attualità in un romanzo relativamente breve e leggero. Restano alcuni dettagli che non mi quadrano sulla sessione di team building (come si fa a pensare che possa finire altrimenti che una colossale perdita di tempo? E tuttavia, son cose che si fanno cento volte al giorno in tutto il mondo); sullo sbirciare i cellulari altrui (ma hanno tutti le notifiche push e i banner permanenti?); e soprattutto su quel discorso di "amare male" in quel passaggio riportato in quarta di copertina: secondo me non è una questione di amare male, il punto è semplicemente che è normale farsi dei patemi d'animo, specialmente quando si è innamorati e/o turbati. Quelli che amano male sono quelli che picchiano la compagna, oppure che la aggrediscono con le parole e gli atteggiamenti, e poi magari dopo dicono scusa-mi dispiace-non volevo.
Un'icoerenza nelle date: non va ad inficiare la bontà del racconto ma denota una certa superficialità (o forse frettolosità) di autrice e/o editor. Altro elemento negativo: la droga e l'eccesso di alcool mi fanno tristezza, nei libri come nella realtà. Eppure nella realtà esistono, fanno parte della vita delle persone - per lo meno di alcune - quindi forse sono ingenua io a non volerne trovare nei romanzi. Però il finale della prima parte, dopo questa serie di elementi negativi più o meno piccoli, lo trovo scritto proprio bene: il tema della fuga all'inizio era solo accennato, era sott'acqua, e invece alla fine viene a galla. Voto finale: tre stelle e mezza, che si arrotondano a quattro per tutto l'affetto, l'entusiasmo, il contesto.
Edit feb 2025: Mi trovo obbligata a rivedere il voto al ribasso. Non credevo che in letteratura il remake fosse di moda come (e forse più che) sulla celluloide, e invece negli ultimi anni mi imbatto sempre più spesso in casi di remake, a volte mi sembra di giocare a memory nel ricordare ed associare i romanzi tra loro. Ma soprattutto, non credevo fosse considerato accettabile il sottacere la propria fonte di ispirazione da parte dell'autore/autrice del rifacimento.
Il caso ha voluto che mi trovassi a leggere prima il libro della Dal Lago, e solo un anno e mezzo dopo ho letto l'inverno freddissimo della Cialente. - Il titolo: estate caldissima con inverno freddissimo, vabbé, fosse solo per questo uno potrebbe dire "ho citato la Cialente" oppure "ho omaggiato la Cialente"; - Trama e ambientazione e situazione: una famiglia allargata che in una determinata congiuntura si ritrova a condividere l'unità di luogo e di tempo. Ogni personaggio ha le sue paturnie, qualcuno troverà conforto all'interno di questa unità, qualcun altro tenta di uscirne, per cui si hanno movimenti centripeti e movimenti centrifughi: questa cosa la Dal Lago la ha ricalcata perfettamente dalla Cialente. Un po' come fare un disegno seguendo una sagoma preconfezionata. Le riconosco tuttavia la bravura di inserire temi contemporanei nella sagoma vecchia. - Colloquialità e dissolvenze: Qui purtroppo c'è la caduta di stile, la vera scopiazzata, non si può più parlare solo di citazione. Concludere il capitolo con la voce narrante esterna e onnisciente che si rivolge in modo colloquiale al lettore per fare una specie di dissolvenza, è una cosa troppo identica per esser casuale. Questa dissolvenza che la Cialente mette alla fine della seconda parte del suo romanzo "...guardiamoli mentre si allontanano in quella breve passeggiata invernale, le ombre di due innamorati come ce ne sono tanti, la gelida nebbia che sorge dal lago e si addensa intorno ad essi..." viene ripresa pari-pari dalla Dal Lago che si allontana e rivolgendosi al lettore gli fa osservare la casa dall'altro dome da un drone.
Morale: l'operazione furbizia in qualche caso può essere premiante, almeno sul breve periodo. Ma sul lunghissimo periodo prima o poi si viene slumati e allora diventa solo una zappa sui piedi.
Estate caldissima di Gabriella Dal Lago () è un romanzo breve e inquieto. Un ritratto nervoso e commovente di una generazione che si è ritrovata senza spazio (o quasi) nel mondo: la mia. I trentenni di oggi sono quelli che hanno vissuto, anche se per poco, senza il cellulare attaccato, sono quelli che hanno dovuto fare i conti con la caduta delle illusioni: tutto ciò che ci era stato promesso non si è avverato.
Mentre i giovanissimi si affacciano al mondo del lavoro, e al mondo delle relazioni in generale, sapendo che il posto fisso è un miraggio e quindi vogliono reinventarsi, che i figli non si fanno più così presto perché bisogna anche avere le possibilità di mantenerli e altre situazioni simili (sciocchezze da niente), la mia generazione si è ritrovata a sbattere il naso su una vetrata che è andata in frantumi e ha imparato la lezione nel modo più traumatico di tutti: il mondo che hanno vissuto i nostri genitori non esiste più e noi siamo rimasti intrappolati, sospesi tra quello che avevamo sempre desiderato, perché così c'era stato insegnato, e la realtà che ci offre tutt'altro. Spaesati e dimenticati, ma non da Gabriella Dal Lago che, in Estate caldissima, ci ridà voce.
Lo dico subito, non ho dato quattro stelle perché secondo me il libro è troppo breve. Sono arrivata alla fine con grandissima curiosità e in fretta, ma mi è rimasto un po' di senso di insoddisfazione. Avrei voluto sapere di più di questi personaggi che ho conosciuto, intravisto, per una settimana. Ho apprezzato molto il finale ma avrei avuto bisogno di stare ancora con loro per averne un ritratto più preciso. RECENSIONE COMPLETA: www.lalettricecontrocorrente.it
libro scritto molto bene, da un’autrice che non conoscevo e che immagino piuttosto giovane, a giudicare dalla naturalezza con cui tratta non solo telefonini e video chiamate (quelli, anch’io), ma soprattutto le funzionalità delle app sul pc, e poi attività come le presentazioni, legami sociali definiti community, persone qualificate internet persons, cose così. E i nick che inventa – greatgreta, marniemonti – sono molto simpatici. Ci sono, è vero, alcune cose che non tornano: in questa estate caldissima compaiono spesso felpe e cappucci, maglioni, ci sono anche un pavimento gelido e addirittura una coperta (??): forse un po’ di attenzione in più non sarebbe stata inutile, però rimane che la Dal Lago scrive molto bene. Poi cominciano i guai. Capisco bene l’espediente letterario di mettere un gruppo di persone in un ambiente ristretto e creare così l’occasione per incontri e scontri fra i presenti, con la vita in comune a fare da accelerante alle deflagrazioni, ma non riesco mai a dimenticare che è un artificio. Non so se, fra i creativi, o i giovani in generale, succeda che ci si ritiri da qualche parte per lavorare insieme; a me, che non appartengo a nessuna delle due categorie, non è mai capitato, e se fosse capitato avrei pensato già prima di partire che sarebbe stato molto di più il tempo perso di quello dedicato al lavoro (come mi pare sia puntualmente successo ai nostri protagonisti). Senza contare che chi ha una vita privata può non essere disponibile a devolvere un’intera settimana, 24/7 (come direbbero loro!!), al lavoro. Ma questo è il meno, dato che parliamo di un libro di narrativa e non di un manuale per il lavoro di gruppo. Quello che rende fastidioso – a me – l’espediente del gruppo chiuso in una villa (a parte presupporre che qualcuno disponga di una villa avita, un po’ delabré come si conviene ma comunque ricca di oggetti, di passato, di ettari di alberi da frutto e di una piscina) è la disponibilità di tutti a lasciarsi trascinare un una situazione iperemotiva senza un minimo di resistenza (chiamiamola filtro o riservatezza o alterigia o – come preferirei io – equilibrio): no, assolutamente tutti hanno una crisi in atto, o pronta ad esplodere, o già esplosa con conseguenze ancora roventi, e tutti ne hanno avuto l’anima così scarnificata da non potere / volere mantenere con gli altri rapporti amichevolmente superficiali. No: devono parlarne, devono reagire ad ogni minimo stimolo emotivo, devono dirsi tutto ma proprio tutto il fastidio che provano l’uno per l’altro, creando un ambiente isterico. E così ci sono: la coppia in crisi che esplode (lui è, chiedo scusa per il termine, un perfetto coglione, lei è gelosa delle attenzioni che lui ha per un’altra, ma intanto chatta ossessivamente con il fidanzato dell’altra); la vittima di un rapporto tossico che crolla; il drogato che perde il controllo, ma poi si scoprirà che ha subito un abbandono molto doloroso, per cui un po’ va capito, e poi deve proprio avere avuto uno sviluppo incompleto, visto che si rivolge ad un altro personaggio chiamandola “cyberspazio”, perché, secondo lui, lei viene dal cyberspazio (ossia??), e ad un certo punto, in uno sbotto di sensibilità, le dice, tutto contrito: A proposito di questo. Mi dispiace se è una cosa che ti fa sentire distante. (Frase che troverei appropriata in un dialogo fra tredicenni). Non manca, naturalmente, la coppia estemporanea che si forma e rapidamente si dissolverà, ma almeno avrà avuto una notte di (che cosa?) pace, vitalità. Divertimento. Amore, forse, perché non è poi detto che sia amore solo se dura una vita. Bambino e gatto (sì, ci sono anche loro) hanno un ruolo un po’ diverso. Non hanno, per ragioni ovvie, crisi sentimentali in atto, così rompono un po’ lo schema. Del bambino si parla solo saltuariamente, si capisce che è un tipo solitario, non sembra cercare più di tanto la compagnia degli altri (né loro fanno niente per accattivarselo, anzi), e ad un certo punto scappa, senza un motivo particolare. Che non ne possa più di quel gruppo di esagitati è più che comprensibile, ma resta un colpo di testa un po’ così, giusto per dare una svolta al racconto, e si conclude in poche ore. Del gatto non si sa, è probabile che anche lui – anzi, lei – ne abbia fin sopra i capelli (si fa per dire) degli umani: fatto sta che scappa con il bambino e, a differenza di lui, non si farà trovare mai più. Durante la notte di ricerche angosciose, spicca la giovane compagna del padre del bambino, che in realtà cerca la gatta molto più di quanto cerchi il piccolo. Se non altro evita di ammetterlo.
Trovato il bambino, la settimana è finita, il lavoro anche (non si capisce quando abbiano lavorato), si torna a casa. E qui c’è il punto che meno mi convince: per tutti, questa settimana, questo brevissimo frammento delle loro vite, invece di venire rapidamente archiviato alla voce ricordi non particolarmente entusiasmanti, esercita una funzione determinante: l’insopportabile donna della coppia in crisi decide che la coppia smetterà di essere tale; il bambino, tornando per la prima volta nella casa vent’anni più tardi, la considererà un luogo così intimo (??) ; la vittima del rapporto tossico decide di abbandonarsi al suo rapporto tossico, e così via. Come se in sette giorni, per giunta passati in compagnia di gente mal assortita e non particolarmente simpatica, ciascuno avesse trovato la ragione per dare una svolta alla propria vita. Poi ditemi che non è artificioso.
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E invece poi, pagina dopo pagina, mi ha catturato. Merito dell’autrice, sicuramente, che ha sviluppato bene uno spunto narrativo. Ma anche delle tematiche che, in fondo in fondo, sono trasversali alle generazioni: lavoro, amore, figli, casa, relazioni, matrimonio, rapporto con i genitori, trovare un senso al tutto. E poi, ho realizzato in itinere, sono il padre di due millennials!
- Il punto di vista del narratore onnisciente, in questo caso alla prima persona plurale, funziona, sì, e ci porta sulla scena. Forse poteva funzionare anche utilizzando i punti di visa dei diversi protagonisti con qualche flusso di coscienza. Forse avrebbe permesso un maggior approfondimento e scavo psicologico, cosa di cui ho sentito la mancanza.
- Il tono è sempre misurato, trattenuto. Non mi sarebbe dispiaciuta qualche graffiatura, un po’ più di cattiveria, passioni e sesso più selvaggi.
- A proposito di sesso: la presenza di relazioni gay (googlando vedo che il libro è inserito in liste di genere) si inserisce molto naturalmente e mi fa pensare al rapporto dei mie figli con la questione, perché la vivono - da etero - con molta “naturalezza”, ovvero per loro è una non questione (pensando all’approccio più “drammatico” della mia generazione).
- La dimensione politica, ancora ben presente nella mia generazione (dibattiti, scioperi, schieramenti, giornali politici, manifestazioni, lotte, campagne, petizioni, ecc.), mi pare quasi completamente assente nelle generazione Y o Z. Anche le preoccupazioni ambientaliste di Greta e Vic mi lasciano più il senso di una eco.ansia, più quindi una frustrazione personale che l’oggetto di una battaglia per tentare di cambiare il mondo.
- Le ansie per il futuro dei giovani sono condivise da noi genitori, al cubo. Questo aspetto non mi pare emerga molto nel libro. C’è invece più un tema di incomprensione tra generazioni, vedi il padre di Gian o i genitori di Alma.
- Nella mia storia lavorativa ho partecipato a diversi eventi di team building, con scarsissimi risultati e molto scetticismo sull’utilità degli stessi. Ma quello del libro è piuttosto estremo e [spoiler] inevitabilmente destinato al fallimento.
- [spoiler, un po’] Il finale mi ricorda tantissimo “Gita al faro” di Virginia Woolf. Anche lì il segno del tempo che passa è una casa, la casa al mare, quella vicino al faro, di un isola scozzese. Una casa che ha visto passare per tante stagioni pezzi di vita di una famiglia e di loro amici e conoscenti ed ora, dopo anni, giace in rovina mentre i destini personali si sono compiuti. Per trovare un altro link- - uno dei personaggi chiave del romanzo di VW si chiama Lily, la pittrice che rivendicherà il ruolo femminile disegnando la riga finale e perfetta.
- La mia estate caldissima (2023) è stata preceduta, non seguita, dal diluvio che ha messo sott’acqua la Romagna. In quei giorni paurosi, tristi, disperati, la scintilla sono stati proprio i millennials, auto-convocatisi via whatsapp a spalare fango nelle vie della città, case aperte e sventrate, cataste altissime di mobilio e altro ovunque, ogni schema saltato, tutti assieme, ragazzi adulti anziani inzaccherati, fermarsi un momento per mangiare un panino e cantare Romagna Mia.
- Come dice la nostra autrice, è la vita che continua a scorrere, è il mondo nuovo che nasce, che deve nascere, da quella terra di mezzo, che non è tenebra ma neanche luce accecante, da quel meticciato fecondo, umido e segreto.
Gian e Greta, fondatori di un’agenzia di comunicazione invitano il loro team - Carlo, Vic, Laura, Alma e Tommi - nella villa in campagna di Gian, per un “ritiro creativo” prima di una consegna; insieme a loro ci sono anche Leo, figlio di Gian e Lily, la gatta di Greta. È un’estate caldissima che scioglierà il loro piccolo universo così come lo conoscono, non hanno sviluppato relazioni talmente intime da condividere una casa. Questo il preludio per una serie di eventi che avranno luogo durante la settimana.
I protagonisti vivono e subiscono tutta una serie di questioni attuali: l’ansia per il cambiamento climatico e la divisione tra chi mette in atto strategie attive e chi si sente in colpa per desiderare un hamburger; la dimensione del sospeso tra realizzazione personale e lotta contro l’iperproduttività; la consapevolezza di classe e il senso di colpa per sentirsi infelici anche se si ha tutto; l’iperconnessione e la delusione per la deriva del mondo così come lo si conosce.
Un continuo vivere destreggiandosi tra le dicotomie che si riflette sulle relazioni affettive e sul proprio corpo che non si comprendono a fondo, l’amore è pieno di tarli e le aspettative prontamente disattese.
La disillusione è la vera protagonista e al netto di frasi che hanno il compito di fare effetto, Dal Lago descrive bene una generazione di mezzo, quella dei trenta-quarantenni, che si dividono tra il cercare una continuità con l’esperienza dei genitori e il voler andare contro corrente. Il tempo libero si avverte come tempo sprecato, eteronormatività e amore monogamo sono centro del dibattito sia personale sia collettivo. Obiettivo: focalizzarsi sul “qui e ora”.
Questa “questione generazionale” è il punto forte, secondo me, della narrazione che poi raggiunto il climax con un dramma si perde un pò; la vita e le relazioni dei protagonisti si riallestiscono e quello che rimane è ammettere che la vita procede “una fine del mondo” alla volta, lasciando macerie da ricostruire in modo mai uguale al precedente.
Un libro per chi cerca di evolversi ma ancora sta nel mezzo.
Mi serviva un libro che mi ricordasse quanto fa schifo la vita come dipendente in agenzie di comunicazione con tutti quei falsi team building, siamo famiglia, “fallo che il progetto è figo”, le notifiche a ogni ora e l’ansia di sentirmi dire chi sono in base a quello che faccio? No
ci penso, ma comunque che ottima compagnia. che belli i romanzi così, che ti raccontano una storia, che ti stanno vicino qualche ora... (mi sentirei anche di dire: perfetto per chi ha amato perfetti sconosciuti)
Un buon romanzo corale, effettivamente perfetto per l’estate sia perché si empatizza con l’insofferenza climatica sia perché si tratta di una lettura molto easy. Personalmente, lavorando nel settore della comunicazione, avrei gradito che venisse approfondito maggiormente il tema del lavoro/vita digital per evidenziarne ancora di più di quanto venga fatto tutta la sua pateticità.
In questa suo secondo romanzo Gabriella Dal Lago si allontana dalla narrazione a sfondo familiare per consegnarci il ritratto di una generazione fragile e senza certezze.
Per farlo raduna in una villa di campagna un gruppo di giovani che lavorano presso un’agenzia pubblicitaria, tutti di età intorno ai 30 anni (chi più, chi meno). Il raduno è organizzato da Gian e Greta, titolari dell’agenzia, per stare tutti insieme una settimana allo scopo di ultimare una campagna pubblicitaria lavorando in un contesto più stimolante.
Tuttavia questo ambito di prolungata convivenza forzata finisce per favorire l’insorgere di stati d’animo conflittuali.
Da questo stato di continua tensione emergono alcuni tratti comuni al gruppo: la fragilità emotiva, l’incertezza per il domani, la poca soddisfazione per il presente, la volontà di costruire qualcosa di bello e di giusto, ma senza sapere bene da dove cominciare.
La conclusione di questa settimana si porterà dietro macerie: la frantumazione di legami ormai logori e la difficoltà ad instaurarne di nuovi e duraturi.
Estate caldissima è per certi versi un romanzo impietoso, quasi senza speranza verso la generazione dei trentenni, alla quale anche l’autrice appartiene.
Gabriella Dal Lago usa uno stile narrativo particolare e coinvolgente, prendendo letteralmente per mano il lettore per portarlo dentro la scena. La trama è avvincente soprattutto nella seconda parte, quando l’azione prende il sopravvento sulla fase più introspettiva, fino all’inaspettato finale apocalittico.
Dove, in un futuro ormai vittima del cambiamento climatico, troveremo un nuovo trentenne, paradigma forse di un nuovo modo di stare al mondo. Un trentenne in grado sia di provare compassione per i trentenni di oggi, sia di tenere accesa la speranza per i trentenni di domani.
Romanzo consigliatissimo, che ci porta dentro le contraddizioni di una generazione.
Uto e Gesso mi era piaciuto molto ma in questo romanzo GDL mi ha delusa, una storia trita e ritrita alla Sally Rooney, per intenderci, mi sembrava di leggere un romanzo già letto.
Non è forse questo il titolo più emblematico e rappresentativo dell’estate che abbiamo vissuto? Probabilmente sì. Ma la forza di questo titolo sta tutta in ciò che comunica: al giorno d’oggi, infatti, il problema del cambiamento climatico è più che attuale e sentito, e nel libro viene quasi esasperato e portato all’estremo dalle azioni e dai pensieri dei personaggi.
Protagonisti di questo romanzo sono un gruppo di ragazzi che, per terminare un’importante consegna di lavoro ed evadere dal caldo della città, decidono di passare una settimana nella casa in campagna di uno di questi. E se da una parte l’autrice si concentra sulle relazioni tra loro, sottolineandone la complessità e la fragilità - alternando in modo decisamente efficace i vari punti di vista - dall’altra fornisce una cornice più ampia ritraendo la generazione che questi rappresentano. Disillusi, spaesati, senza speranza di trovare riscontro in quelle promesse che i loro genitori gli avevano fatto tempo prima.
È quindi un breve ritratto di una generazione che cerca di reinventarsi, arrabattandosi e annaspando per trovare la propria strada e il proprio posto nel mondo. Cercando anche di fare i conti con le nuove tecnologie e i cambiamenti sociali che comportano e che mutano di continuo.
L’espediente di raccontare, giorno per giorno, la settimana che questi ragazzi passano insieme, tra litigi, incomprensioni e sotterfugi, l’ho trovato molto valido, seppur il libro sia molto breve e non mi sarebbe dispiaciuto se fosse continuato anche oltre, raccontando la vita dei personaggi dopo questa esperienza, anche perché la scrittura della Dal Lago è interessante: fluida e snella ma ricca allo stesso tempo. Ma forse non sarebbe stato altrettanto efficace.
Gabriella Dal Lago ha raccontato una storia attualissima ma contemporaneamente di un altro tempo, un tempo che è tra pochissimo ma, per come siamo abituati oggi a vivere la vita, non ci accorgiamo che il tempo, i giorni, gli anni ci scivolano fra le dita senza averli vissuti davvero. Avanziamo per inerzia drogati da ideali che non sono nostri, ci illudiamo di fare qualcosa di importante e anche di essere importanti ma poi cosa resta davvero? Questa non è un recensione puntuale, son passati troppi mesi e non ricordo nemmeno il nome dei protagonisti.. ma è un breve flusso di pensieri che mi arriva se riporto le mente alla lettura di questo libro. Bello piaciuto molto.
Un romanzo breve ma inquieto, di personaggi vari ma tutti riconducibile ad un certo tipo d'insoddisfazione umana e lavorativa. Un bello spaccato sulla mia generazione, impossibile non immedesimarsi nei pensieri di ognuno dei protagonisti. Una piacevole scoperta
Letto durante un'estate altrettanto "caldissima" come quella in cui le vicende vengono ambientate, è uno di quei libri che mi piace definire come "storie di persone che fanno cose". Con tutti i personaggi è stato facile empatizzare e contemporaneamente odiarli qualche pagina dopo man mano che venivano descritti attraverso gli occhi di un altro. La lettura mi ha restituito per tutto il tempo quasi un grande senso di asfissia, sarà per le temperature torride o l'affollamento della casa in campagna. Nel complesso la lettura giusta al momento giusto, capitata quasi per caso.
L’inizio sembra una storia di persone egocentriche, ma in fondo parliamo di un’agenzia di comunicazione. Solo che poi questo libro sboccia e quello che sembra un compatto egocentrismo si frantuma nelle storie dei protagonisti, che volevi odiare e poi ti trovi a voler proteggere. Tutti mi avevano detto che era un romanzo dove il tema “agenzia” era forte. Ma a me pare un romanzo sulle energie infrante: le forze passate e presenti a cui ci appigliamo per sembrare migliori e la vita che va per conto suo, che ci stanca.
Quella dei millenials è una generazione complessa da raccontare: cresciuta a dogmi, etichette, definizioni, ritrovatasi in una realtà diversa, fluida, irregolare. La generazione precedente era terra, la nuova è acqua, la nostra ha vissuto il passaggio dallo stato solido allo stato liquido. Contiene entrambi: la memoria di un passato roccioso, rigoroso, e quella di un presente inafferrabile, mutevole.
Il dubbio e le sfumature si sono insinuate lì dove dovevamo saperci determinare con chiarezza e colorare a campiture. Così anche ora, pur al centro del cambiamento, siamo vittime di un retaggio che vuole una presa di posizione netta, anche nella trasformazione.
Gabriella Dal Lago, con Estate Caldissima (ed. 66thand2nd), mettendo insieme sette persone, un gatto e un bambino per una settimana, riesce con autenticità e naturalezza a raccontare questo. A raccontarci. A smussare gli angoli, a umanizzare i dubbi, a legittimare le contraddizioni di cui spesso ci sentiamo colpevoli. E lo fa senza urlarle, senza evidenziarle, senza volerle giustificare tramite la spettacolarizzazione, ma con semplicità e comprensione, inserendole nel quotidiano alla pari di tutto il resto.
“E questo è in definitiva il problema di leggere nei gesti degli altri quello che noi vogliamo leggere, e in definitiva questo è il problema di amare male, non mettere mai davvero a fuoco la persona che si ha davanti ma sovrascriverla perennemente con l’immagine che ci si è creati, incastrarla in un racconto senza vederla tridimensionalmente, come un’indagine viziata dai sospetti iniziali, una ricerca di indizi volta a confermare una tesi più che a perseguire la verità”.
La verità è che quella verità non esiste. O meglio, è in continuo mutamento, e noi cambiamo con lei. Questa citazione è ciò che più mi porterò dentro e ciò che più ci descrive, quello di cui siamo vittime e carnefici allo stesso tempo, imprigionati nella tensione costante che ci spinge, da un lato, a cercare forme regolari, definizioni precise, ciò che conosciamo o crediamo di conoscere, e dall’altro, a mettere tutto in discussione, farci acqua, lasciarci sorprendere da immagini, strade, nomi nuovi, ancora da inventare.
«Ha pensato: tutti questi esseri umani hanno un nucleo di dolore che vorrebbero disperatamente dare in pasto al mondo, ma si chiedono se senza quello, senza quella palla infuocata che custodiscono mezzo al petto, sono ancora qualcosa che valga la pena raccontare. Qualcuno con cui valga la pena prendere un gelato seduti su una panchina al parco, alla fine dell'estate; qualcuno a cui dedicare anche solo un pensiero, nell'attimo che precede il sonno. Quel nucleo di dolore è la cosa che custodiscono più gelosamente; allora, tutti intenti a difendere ciò che c'è dentro, vedono in modo così sfocato tutto quello che c'è fuori. Questo li condanna a rimanere impantanati nel passato mai aderenti al presente, del tutto dimentichi del futuro.»
"Fingere di vivere in una casa grande, quando quello in cui stanno tutti accalcati è solo un corridoio, ed è possibile che non porti in nessun'altra stanza, da nessuna parte."
A volte capita di trovare dei libri che ti chiedono uno sforzo in più. Che stanno lì a dirti che non puoi essere un lettore distratto, senza una matita, dei post-it, senza un’amica a cui mandare una citazione che lei sa come collegare ai pezzi di te che conosce a memoria.
Ci sono scritture che necessitano una lettura ancora più attenta, che pungolano di proposito, alzando le spalle come a dire: “Non è più un problema mio, adesso è tuo”. Be’, sì, adesso è mio. Nella misura in cui parlare di un libro come “Estate caldissima” è impossibile perché sarebbe solo un girarci attorno, una smania che non rende l’idea.
Perché hai smarrito parti di te nei personaggi di cui si narra e sei confusa, incerta su cosa dire e cosa celare, incapace di capire come rimetterti insieme perché hai perso la foto che danno in allegato con l’immagine da riprodurre.
La cosa più paradossale: trovare straniante la propria quotidianità. Come un lampo di consapevolezza estrema che si deve cacciare via per non sprofondare nell’angoscia che tutto questo non abbia senso.
Un libro come “Estate caldissima” non ha bisogno di aggrapparsi a una trama per sentirsi saldo. Ha una struttura narrativa che alterna salti e interruzioni, un ritmo disomogeneo che si muove tra un precipitare e un prendersela con calma. È composto da istanti pericolosamente vividi, da fragilità fin troppo riconoscibili, da immagini così luminose da costringere a voltare la testa.
Ma porta con sé una storia, o delle storie, nella misura in cui tutti i personaggi del racconto fanno mostra di sé. Sette adulti, un bambino, una gatta, una casa. Vite che si intrecciano per un breve tratto, prima che altri tasselli si aggiungano. Per dare senso, per creare scompiglio, per tracciare un linea oppure per scrivere la parola fine.
In “Estate caldissima” c’è un narratore che spiega, che si mette al fianco del lettore per indicargli dove guardare, che intercala frammenti di passato e diapositive di futuro [tra parentesi quadre] in mezzo a un presente passato al setaccio.
Un narratore che indica su quali particolare soffermarsi, per poi, di colpo, sottrarsi, non esplicitare, non continuare sebbene sembrerebbe necessario. Oppure no. Lascia il lettore a bocca aperta mente ammette “cosa pensa, non lo sappiamo”, e porta a chiedersi se è vero, o se è un gioco, o se è davvero importante, alla fine.
Un narratore che viviseziona le emozione e i pensieri dei personaggi, e allo stesso tempo scava in profondità nel lettore, il quale non capisce bene quando ha smesso di essere “dall’altra parte”, finendo per trovarsi (o perdersi) tra le pagine del libro.
“Estate caldissima” è un romanzo che mette alla prova. Che interroga, che mortifica, che esalta, che spiega, che sottolinea, che rimarca, che incalza. Ci sono momenti in cui cade precipitosamente, avanza senza guardare, investendo ogni cosa che trova al suo passaggio, incurante.
E altri in cui elabora, si prende il tempo, scioglie nodi, cura le ferite.
Come si riesce a scrivere un romanzo capace di così tanto in così poche pagine? Come si può dare forma a pensieri che, senza dubbio, la maggior parte di noi, tiene celati così in fondo da non volerli ammettere nemmeno al buio? Non lo so, ma forse il talento non va spiegato.
Gabriella Dal Lago mi ha mostrato cosa significa dare una forma a ciò che ritenevo si potesse solo percepire. Le sue parole rientrano tra quelle a cui fare ritorno, per rimettersi sui binari oppure per deragliare.
"Per chi stiano lavorando, cosa stiano facendo: tutto questo non tocca che tangenzialmente racconto, eppure dà forma alla loro vita. Così come lo fa tutto quello che succede intorno alla pratica del lavoro. Le scorie di questa settimana nel mezzo di una lunga estate caldissima."
Estate 2022. Per fuggire dalla calura estiva di Torino, sette adulti, un bambino e una gatta si rifugiano in campagna. Boccaccio style, sempre vivo, sempre sull'onda. I sette adulti decidono di trasferirsi in campagna per lavorare ad un progetto di comunicazione per un cliente dell'agenzia di comunicazione per cui, a vario titolo, lavorano. Eppure, essendo colleghi, sembrano non conoscersi. Gabriella Dal Lago ci dà come l'impressione che sia la prima volta che queste persone si guardano, si ascoltano, si percepiscono. Cosa hanno fatto in tutti i mesi (o anni) precedenti in un ufficio che chissà quanto grande sarà mai? I personaggi di "Estate caldissima" non hanno passato e questo è un grande limite del romanzo. Questa estate caldissima, poi, è solo evocata: se veramente si tratta di un evento epocale, non basta dire che ci sono tante zanzare o che la gente suda per farcela sentire. Il lettore, paradossalmente, sente maggiormente la pioggia torrenziale che colpisce la campagna alla fine del romanzo. Un romanzo che ha un suo stile originale e Dal Lago ha una gran bella voce, nel suo voler dialogare con un lettore generico, invitandolo di tanto in tanto a guardare qua, a considerare là... Però appare tutto così caotico: ogni capitolo si focalizza su uno dei protagonisti, in teoria, perché sono presenti numerose interpolazioni e, senza soluzione di continuità, si passa da un personaggio ad un altro creando più che altro confusione. Ritengo tutto troppo avvolgente, tanto che ho avuto l'impressione di essere schiacciato dalla narrazione, più che accompagnato.
Era impossibile non pensare a una celebre canzone degli 883. Che infatti compare fra le pagine e dà il titolo a questo romanzo, un romanzo perfettamente e splendidamente contemporaneo. Dentro vi si trovano le inquietudini, le fughe, la confusione, la ribellione dei millennials di oggi, una generazione persa tra la (non) comunicazione tramite social e l’aspirazione a qualcosa che resta sospeso e indefinibile. Greta, una delle protagoniste, ne è una perfetta rappresentazione: fidanzata con Gian (il quale ha un figlio da una relazione precedente, cosa che all’apparenza non pare turbarla, e invece..), ambientalista con un forte senso del rispetto nei confronti della sopravvivenza degli animali (a anche dell’aria pulita, e di tutte quelle che per lei sono “grandi questioni per cui indignarsi"), resta però un pallido personaggio, che pare, dall’inizio alla fine, insoddisfatto da ogni punto di vista. Insieme a lei e a Gian, un piccolo gruppi di altri colleghi, coetanei, che si rinchiudono, per una settimana, nella casa di campagna di Gian per portare a termine una presentazione per un cliente dell’agenzia di comunicazione in cui lavorano. Il paradosso, ovvio e voluto: lavorano per un’agenzia di comunicazione e tra loro non sanno comunicare, sembrano non conoscersi e si attaccano a cellulari e computer fino al tragico momento in cui Leo, il figlio di Gian che trascorre la settimana con loro, scompare, fra la loro disattenzione generale. Credo sia difficile scrivere un romanzo capace di rispecchiare in maniera tanto onesta la vacuità di molti rapporti, personali e professionali, della società contemporanea, e Gabriella Dal Lago ci è riuscita. Un presente vacuo seppur popolato da esseri intelligenti e di grandi potenzialità, un futuro incerto e non immaginabile. Una bella sfida.
Sarà che il periodo non è dei migliori, che dividersi tra casa lavoro terapia intensiva ti lascia una coltre di stanchezza atavica avvinghiata alle ossa a mo' di ereda rampicante che rende arduo non solo concentrarsi sulla pagina, ma financo sfogliarla e passare alla successiva, ma....
oh, al netto delle peripezie personali, questo libro è PE SAN TE.
Evocativo, iperbolico, frastornante, scritto senz'altro bene da un'autrice perfettamente calata nel suo tempo e (immagino) il suo spazio, quello dei gggiovani creativi Millenials iperqualificati e sottopagati, ma anche macchinoso, artificioso - ha spiegato bene il perché una lettrice molto più lucida di me in una review qui sotto - pesante, insomma.
I sette creativi + bambino e animale domestico rinchiusi in una villa di campagna con l'obiettivo di arrivare al loro DELIVERABLE per aggiudicarsi un cliente non meglio specificato in una settimana sono tutti, senza eccezione alcuna, tormentati, polemici e irrisolti. Si potrebbe obiettare, ed è lecito farlo, che nel contesto socioeconomico in cui si ritrovano, han solo motivi, 'sti poveri Millenials, di lamentarsi, ma possibile non lasciar spazio a un barlume di speranza, di fiducia, di positività? Vabbeh che il team building raramente elettrizza, ma qui è un continuo rincorrersi di scontri e drammoni che manco la trashcasa del Grande Fratello in prima serata con Signorini...
Ripeto, forse mi sono accostata ad una lettura troppo impegnativa per i miei standard da encefalogramma piallato del momento, ma ho faticato ad arrivare alla fine perché la prosa al vetriolo non era quello di cui avevo bisogno (anzi). Il romanzo, di per sé, ha anche e notevoli punti di forza.
Beh, questo libro l'ho letto a luglio, è quello che mi ha dato l'idea per il mio bookclub, quindi si sono molto affezionata. L'ho letto con i miei occhi, ho annotato le mie riflessioni, e così hanno fatto altri undici partecipanti, al buio, senza conoscerci, senza esserci mai visti, ognuno con le proprie letture e il proprio sguardo. Poi il libro è tornato a me, insieme ad un quaderno, è ho riletto tutto con gli occhi anche dei miei compagni di lettura e, a tratti, mi è sembrato di leggere un libro diverso. È stato un esperimento bellissimo, che continua con altri romanzi, e che molto mi ha coinvolto.
La storia di un gruppo di millenial, che lavora insieme e che decide di trascorrere una settimana insieme in un casale di campagna per gestire un progetto lavorativo in un'estate, appunto, caldissima. Gabriella dal Lago ha saputo raccontare una storia trita e ritrita con un bello sguardo e una bella penna. Questo il mio pensiero, ovviamente non condiviso dal gruppo.
Lettori attenti che ne hanno evidenziato incongruenze e alcuni scivoloni che io nemmeno avevo colto. Personaggi che io ho detestato e qualcuno ha, invece, amato. Idee sui giovani guardati da noi (che siamo tutti meno giovani) con sguardi così diversi, mai giudicanti, ma a volte un po' disincantati e a volte un po' ammirati. Consigli di lettura, canzoni di sottofondo, macchie d'inchiostro e segnalibri allegati. Mi sono divertita tantissimo e io guarderò sempre questo romanzo con gli occhi un po' a cuoricino per lo scambio che ha saputo creare e per tutto quello che abbiamo condiviso.
Ah, il bookclub è aperto, potere dare uno sguardo sul blog ilbookclub0.wordpress.com, dove potete vedere i nostri scambi, ma potete anche scrivermi per partecipare.
Il libro, molto breve, è scritto davvero bene. Mi piace lo stile, mi piace che la "voce narrante" sia esterna, che si rivolga al lettore come un affabulatore racconterebbe una vicenda da un palco, emozionante ma distaccato, mi piacciono molto i brevi, taglienti, episodi della vita dei protagonisti dopo il racconto. Brevi intermezzi di un futuro a volte vicino, a volte molto lontano. Peccato che i finali siano tutti negativi. L'espediente del gruppo di persone ammassato in un luogo non è nuovo, ha ben altri più interessanti esempi nel passato. Tuttavia in questi tempi così tumultuosi non riesco a immaginarmi che alcune persone si infilino, volontariamente, in un ginepraio simile. Un gruppo di persone insopportabili, inoltre. A cominciare dalla coppia ospitante, che ha già i suoi grattacapi e le sue rogne. Uno si chiede, ma chi ve lo fa fare, di dare fuoco alla polveriera? Non vedete chiaramente che tutto andrà male? Salvo solo il bambino e lily, la gatta che vive (vivrà?) "in mezzo", dove non esiste il prima e il dopo, a infestare una casa in cui i soli abitanti rientreranno nel 2042, dopo il diluvio. Quello che si meritano i protagonisti e che ci meritiamo un po' tutti, che in questi sei (forse sette, pure il bambino ha i suoi problemi) almeno un po' ci riconosciamo di sicuro. Opera interessante, comunque.