Antonio Lanteri è affetto da un duplice malessere, fisico e psichico, che non sa e non vuole distinguere. Non digerisce più nulla, nè i cibi nè le persone, e vorrebbe tanto avere il triplo potente stomaco dei bovini. Non vuol più saperne del lavoro, dei dibattiti e della fama, preferisce starsene in compagnia di quaarantasei mucche. E si lascia andare alla sua malattia, sprofondando in una dimensione in cui tutto si mescola e si confonde: passato e presente, i ricordi dell'infanzia in cui si intromette una giornalista persecutrice, personaggi concreti e fantastici, il linguaggio maturo e professionale dell'eloquenza e le ataviche voci della natura.
Raramente mi capita di non finire un libro perché la trama o la scrittura non mi prendono abbastanza, ma molto più raramente succede che non riesca ad arrivare nemmeno a metà, e con questo libro si è realizzata la più rara delle due ipotesi. Il tema di fondo è anche carino (ritornare alle radici dell’essere), ma la scrittura mi è risultata spocchiosa ed insopportabile, ricca di dettagli del tutto inutili, poco adatta per rilassarsi dopo una giornata stancante. Peccato, perché diversamente sarebbe stato un libro interessante.
Libro inutile che ho finito soltanto per curiosità e masochismo. Linguaggio pretenzioso, stile artificioso, non è riuscito a trasmettermi o insegnarmi niente. Parla di un uomo di mezza età che vive una crisi esistenziale e che non è più soddisfatto del suo lavoro nonostante abbia raggiunto un certo successo. Riesce a ritrovare se stesso e guarire da malattie psicosomatiche rifugiandosi nella casa di campagna dove trascorreva l'infanzia con i genitori e uno zio che viveva in Sud America e li raggiungeva con la famiglia durante il periodo estivo. Tra i ricordi dell'infanzia, grazie al calore della famiglia e di vecchi amici, grazie ai gesti quotidiani di ogni essere umano e il contatto con la natura, riesce a guarire dal suo malessere.
Non ho una particolare simpatia per l'autore. Le sue pose pubbliche mi irritano, quanto la sua supponenza in pillole. Ma il bene dell'intelligenza è sempre apprezzabile, in quanto raro (tra un po' lo si troverà solo a borsa-nera, temo). Questo è un racconto fresco, divertente, in cui si descrive una crisi esistenziale e professionale. Godibile tanto più perché salato di arguzia. La dimensione intima è un terreno di scrittura ben più felice, per Serra. Forse perché non si sente in dovere di prescrivere ricette. E appare più sincero.
The main character was a bit annoying at the beginning, but then as the book went on, less so, and it began to have some nice passages of reflection. The founder and co-editor of a left leaning newspaper needs to get away from his media existence, feeling he becoming an empty shell, automatically spewing out the right sort of words and opinions on talk shows, and it has made him ill. He retreats to the rural home of his parents to take stock, and elements of his recovery come from helping at next door farm where his childhood friend has taken over from his father, savouring memories of a uncle disappeared years ago in south america, and musing over things with a very old stone deity. Things seem to be taking a turn for the worse when his nemesis (a journalist) tracks him down to his lair, imagining she is going to do a hatchet job on him. But maybe an encounter with some mushrooms will have saved the day...
(Some shocking treatment of a rabbit - not very nice at all.)
In questo libro il messaggio è "Questo sono io, la mia vita, il mio passato, la mia malattia". Il protagonista ci porta nel suo ambiente familiare, ci fa ripercorrere frammenti della sua infanzia e mette il racconto al paragone dell'intervista di Mariella Pusio, giornalista che l'ha precedentemente calunniato e ora vuole un'altra intervista. Quindi rassegnato serenamente alle vicissitudini della vita, a lei e a noi dice "Questo sono io, nient'altro che me stesso medesimo nella mia quotidianità, nella mia goffaggine e malattia, prendere o lasciare." e come nelle interviste, attira l'attenzione con un titolo che incuriosisce per poi "deluderci" con una storia che nessuno si aspetterebbe. Devo ammettere che non è un libro che dà qualcosa o avrei letto se il titolo non mi avesse incuriosito, ma lo stile dello scrittore è piacevole e quindi l'ho finito con pazienza, è una semplice storia di vita quotidiana di un giornalista o un essere umano che vive un periodo difficile, nulla di straordinario.
Durante le prime pagine ho riso parecchio. Mi piaceva, questo autore che mi pareva conterraneo mentre in realtà è romano, e mi riconoscevo in molti aspetti relativi alla mia infanzia. Poi, dopo un po’, la scrittura ha cominciato ad essere meno arguta e diretta e più artefatta. Troppi giri di parole, troppa prolissità, troppo cinismo. Così ho abbandonato.
Michele Serra is a great journalist and a man full of wit. It seems he's able to write on virtually everyting.
Several years ago he has created and directed "Cuore" (Heart), a wonderful satyrical newspaper which unfortunately is not published anymore.
Serra lives in Bologna like me and I've had many occasions to see him just walking in the streets, at the teather or in the parks. He always looks tired and thoughtful. His eyes are surrounded by black circles, but have a bright and smart light shining in them.
I respect this man: he still succeeds in making me laugh on the Italian political situation and what a brilliant pen he has to be to do it!
Yet, I can't lie on this book. "Il ragazzo mucca" (The cowboy - sic!) jeopardizes the possibilities of Serra to become also a good novelist whereas I've found it a havoc.
Letto da ragazzo, quindi parliamo di 20 anni fa, ma non ricordo assolutamente nulla di questo libro ricordo però benissimo che mi era piaciuto veramente tanto.