Ci sono alcune strutture sociali che esistono perché siamo esseri destinati a morire. Bauman cerca di analizzare questi processi, condizionati dal nostro essere mortali. Non è un saggio sulla morte, non è un saggio sulle ritualità legate alla morte, ma un saggio sulla società dei mortali.
Bauman analizza due visioni del mondo: quella moderna e quella postmoderna. Sulla visione premoderna non si dilunga molto: la morte era una cosa accettata, subita, domestica: non c'era nulla di anormale, nulla di scandaloso, nulla di eccessivo. Si sa che si muore, allora non ce se ne preoccupa. La morte del caro è dolorosa, ma è qualcosa che non viene rigettato al di fuori della dimensione quotidiana.
Il mondo moderno, invece, attraverso il suo sapere specialistico, inizia a studiare tutte le possibili cause di morte. Non si muore più perché si deve morire, ma si muore per il troppo colesterolo, per il diabete, per aver fatto eccesso di quello o di quell'altro. La vita diventa una strategia raffinata di fuga dalle possibili cause di morte, come se la morte potesse essere sconfitta. Si assiste a una ospidalizzazione della morte, la quale viene confinata all'interno di strutture ben precise quasi come se si dovesse impedire ai vivi di entrare in contatto con essa. La morte diviene tabù. Addirittura, il morto è anche colpevole di morire: viste tutte le conoscenze mediche contemporanee, sembra quasi che la morte debba sopraggiungere sempre per una svista colpevole: troppo cibo, troppo poco sport, fumo, alcool, disattenzione, ecc.
Il postmoderno, invece, accetta l'impossibilità dell'immortalità, quindi cerca di vivere l'istante in maniera euforica: bisogna aspirare al successo, qui, subito, ancora in vita, essere immortali almeno dal punto di vista simbolico. Il postmoderno rinuncia a qualsiasi progettualità futura per consumarsi nella luce dell'immediato, il quale deve essere vissuto come attimo che immortala la propria esistenza. Un attimo e si guadagna l'immortalità, indipendentemente da cosa la vita futura ci prospetti. La società dello spettacolo, infatti, vive di questi personaggi immensamente famosi che, con il tempo, perdono tutto il loro potere: allora li si resuscita in operazioni nostalgia, in questo continuo tentativo di far riapparire lo scomparso. Infatti, non è più questione di vita e di morte, ma di comparsa e scomparsa. Il non essere più in vista è il vero dilemma dell'uomo contemporaneo, non la sua morte fisica.
Alcune strutture nascono per combattere la caducità della vita: la patria, la scuola, le istituzioni. L'identità culturale diviene uno strumento da parte della classe egemone di conquistare l'eternità, facendo sì che restino in vita i propri valori. Purtroppo, tali strutture molto spesso sono come dei vampiri: esistono rubando il sangue alle classi dominate, che sono costrette a vestire i panni (i "costumi") della classe al potere, addirittura credendo che questo sia una loro scelta, il loro modo più autentico di essere.
Il testo termina con un saggio breve, ma intenso, che ci parla dell'etica: Bauman contrappone l'etica dell'eroe a quella dell'umano. Il primo vuole che si muoia per l'ideale, il secondo si sacrifica per permettere all'Altro amato di continuare a vivere. Il primo, purtroppo, non prende su di sé la responsabilità del sacrificio, ma la impone come obiettivo da seguire all'Altro, per mantenere in vita l'Ideale. Il secondo, al contrario, prende su di sé la responsabilità di tale impegno, nonostante si limiti a difendere una persona particolare: eppure, questa prossimità acquista maggiore peso rispetto alla generalità dell'Idea, effimera e, a volte, totalitaria.