Se vogliamo sconfiggere il terrorismo dobbiamo smettere di essere terroristi. E fermare Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna, Russia. Le prove, le storie e i documenti. Con un contributo di Giorgio Forconi sulla Cecenia.
Potrei chiamarli terroristi perché vengono nei nostri Paesi con il loro potere grande e fanno queste cose e le fanno in tutto il mondo. Ma per me sono semplicemente degli assassini. Rufina Amaya, unica sopravvissuta di 1200 contadini massacrati in Salvador da terroristi addestrati e armati dagli americani, e mai puniti.
Le menzogne uccidono. Ci sono le prove, le testimonianze, i documenti. Basta cercare. È quello che ha fatto l'autore di questo libro utilizzando fonti "non sospette", spesso Top Secret: cioè quelle ufficiali americane, inglesi, israeliane che dimostrano come il terrorismo occidentale, ben prima di Bin Laden e su scala assai maggiore, sia stata l'arma principale di questi Paesi per imporre un ordine mondiale fondato sulla sopraffazione e la violenza. Da decenni. Da quando i sionisti e gli israeliani in Palestina, gli americani e gli inglesi in Medioriente, Indonesia, Africa e America Latina, con l'aggiunta della Russia in Cecenia, si sono resi responsabili di immani massacri, pulizie etniche, attentati, assassini e repressioni. Milioni di innocenti perseguitati, torturati e ammazzati da quelli che oggi guidano la "Guerra al Terrorismo". Crimini rimasti non solo impuniti, ma spesso spacciati come giusta difesa del "mondo libero" occidentale, e che sono la vera fonte dell'odio dei fanatici che oggi ci attaccano.
Paolo Barnard non dovrebbe certo avere bisogno di presentazioni. Uso il condizionale perché, in effetti, ad oggi pare proprio che ad averne bisogno sia anche lui dopo la cancellazione totale in ambito mediatico di un uomo che, tra le altre cose, ha contribuito a fondare Report, ci ha lavorato per dieci anni, ha lavorato per quasi tutte le testate giornalistiche italiane più importanti sia cartacee che televisive, ha collaborato con Montanelli prima e con Santoro poi, all’epoca di Samarcanda. Giornalista dunque, ma anche saggista e scrittore. Ha firmato alcuni dei più estremi reportage andati in onda nella televisione italiana finché… Già. C’è un grande “ma” in questa storia. Che è la causa per cui voi lettori di questa recensione continuate a domandarvi: «Chi è Paolo Barnard?». L’avevate sentito nominare prima d’ora, se non di sfuggita nella bocca di qualche saccente politico allevato nelle scuole di partito? Se si, beh complimenti. Non era facile. Non voglio tediarvi e, del resto, se volete sapere dove ora Paolo Barnard è stato spedito vi consiglio di dare una occhiata su internet. Parole chiave: Paolo Barnard censura legale. Vi guardate un paio di filmati dove parla della faccenda e della fine che gli hanno fatto fare.
Veniamo al testo.
Perché ci odiano è un reportage concepito dopo più di cinque anni di inchieste in ogni “angolo caldo” del pianeta. Da quelli più evidenti, come il Medio Oriente, a quelli più nascosti ed impensabili come gli Stati Uniti d’America. Inizialmente pensato come reportage televisivo, che è infatti andato in onda in più di una occasione su RAI3 all’interno del format Report, diventa nel 2006 un libro di poco meno di quattrocento pagine. Le più forti che mi è capitato di leggere in fatto di “politica” internazionale da molto tempo a questa parte. Questo testo, edito da BUR futuro/passato e praticamente epurato dalla rassegna stampa di tutta Italia, racconta più di vent’anni di «terrorismo accettabile». Dalla Palestina al Sudamerica, dall’Indonesia alla Turchia. La storia che racconta Barnard è quella che da sempre siamo abituati a sentire al telegiornale, quando le breaking news a proposito di atti terroristici ci trovano sempre più allarmati e indignati davanti alla strage di innocenti, vittime di regimi sanguinari o di aguzzini più o meno folli e deviati. Ciò che contraddistingue questo libro, però, è che il punto di vista dell’autore non è per niente quello a cui lo spettatore medio è abituato. In un mondo dove l’informazione di massa, non solo quella italiana, è spropositatamente sbilanciata a preservare sempre una presunta integrità occidentale il libro di Barnard si situa in direzione contraria e non è una caratteristica che emerge da un lato antiamericano o antioccidentale del suo autore. Sono gli stessi eventi, narrati nel libro in perfetto stile giornalistico, che mettono in luce come questa integrità sia, per l’appunto, presunta e sempre più fittizia. La denuncia di Perché ci odiano corre su due binari, distinti ma non isolati e che corrono quindi in parallelo. Da un lato c’è la denuncia del terrorismo, come dicevo, «accettabile». Dall’altro lato la denuncia ad una informazione sempre più piegata al servizio del potere e quindi sempre più inefficace. L’informazione denunciata da Barnard, pilotata forse con il denaro o con le minacce, viene smascherata pagina dopo pagina all’interno del volume. La struttura del libro è semplice. Partendo da dove partono tutte le inchieste occidentali sulla questione, Barnard sceglie di cominciare dall’attentato dell’11 settembre. Ma prendendo le distanze da queste inchieste decide di muoversi a ritroso, raccontando le ragioni che hanno portato a quell’atto abominevole chiaramente riconosciuto come tale anche all’interno di questo testo. Lo scopo di Barnard non è certo quello di giustificare le azioni di rappresaglia ma quello di comprendere come più di cento anni di politiche globali fallimentari, in cui i Paesi occidentali sono invischiati, abbiano portato all’attuale stato di guerra perpetua in ogni continente conosciuto. Probabilmente tutti quelli che mi stanno leggendo conosceranno uno degli ultimi e più aberranti prodotti di questo terrorismo occidentale, il documento reperibile sul sito Project for the New American Century, in cui alcuni dei falchi legati alle lobby del petrolio americane auspicavano un teatro di guerra permanente in Medio Oriente al fine di poter utilizzare l’esercito degli Stati Uniti come forma di controllo economica, per poter sfruttare le ricchezze dei paesi situati in quella particolare area geografica. Perché ci odiano non si ferma ad un documento solo ma approfondisce, indaga, scava. Spesso e volentieri mettendo in pericolo la stessa vita di Barnard, che per reperire alcune informazioni rischia di volta in volta l’arresto, lo stato di fermo e in più di una occasione anche il linciaggio. Il punto che Barnard vuole assolutamente sottolineare riguardo all’odio di matrice musulmana verso l’Occidente è come questo risentimento, sebbene di volta in volta diversificato in base a motivazioni economiche e politiche locali, abbia come denominatore comune una sola questione: la Palestina e la guerra terroristica che Israele, noto «amico» statunitense ed inglese, sta portando avanti da più di cento anni. La documentazione presentata da Barnard su questa questione è decisamente copiosa e scandalosamente puntuale. Perché ci odiano risale sino a fine 800 per riuscire a dare un quadro completo ed esaustivo di questa complicata sporca faccenda, cominciata appunto così lontano nel tempo. La documentazione che viene presa in esame da Barnard, oltretutto, non può essere tacciata di antisemitismo, antiamericanismo o antioccidentalismo. Perché sono le stesse autorità israeliane, americane ed inglesi che mettono nero su bianco, all’interno di documenti ufficiali, parole sconcertanti ed evidentemente contrarie a qualsiasi trattato internazionale volto a regolamentare i diritti fondamentali della persona umana. Parole per di più gonfie di una ipocrisia immensa, quella di coloro che vogliono ergersi come i paladini della giustizia. Ma questi «paladini» vengono ben fotografati da Perché ci odiano e non solo, ripeto, per quando riguarda il Medio Oriente. Il testo parla ad esempio di Emmanuel Constant, noto terrorista che tra il 1991 e il 1994 seminò il terrore ad Haiti durante un colpo di stato che depose temporaneamente il presidente Aristide. Mutilazioni, tortura, roghi, esecuzioni capitali. La milizia FRAPH comandata da Constant si macchiò di tutti questi reati, consegnando alla storia migliaia di vittime. Costretti da una ondata di sdegno internazionale gli Stati Uniti, i paladini della libertà, intervengono ad Haiti e le milizie vengono fermate. Ma Constant? Che fine ha fatto l’uomo che ha reso possibile tutto questo? Barnard lo va a scovare nella sua residenza attuale. Brooklyn, New York. Non c’è da stupirsi visto che il repotage prova come Constant, all’epoca dei suoi deliri haitiani, fosse sul libro paga della CIA. È uno di tanti esempi. Constant è infatti seguito a ruota da Orlando Bosch. La sua storia è, se possibile, ancora più incredibile di quella di Emmanuel Constant visto che lo vede legato all’ambasciatore americano in Venezuela all’epoca di Reagan, Otto Reich, e quindi implicato nelle più fosche trame della destra reazionaria americana. Basta ricordare che Otto Reich riemergerà nel 2002 e sarà al servizio di George W. Bush, svolgendo importanti incarichi di livello internazionale. Per inquadrare meglio questo soggetto basta ricordare come lo stesso Senato di cui egli faceva parte ne consigliò caldamente l'esclusione dalla vita politica del Paese. Orlando Bosch è ritenuto responsabile di attentati dinamitardi a Washington, Miami, New York. Lo scopo è semplice da capire. Implicati nella guerra contro Cuba, gli Stati Uniti erano ben felici di servirsi di questi soggetti nelle loro guerre sporche sia sul fronte interno, facendo crescere il risentimento dell’opinione pubblica contro il governo cubano, sia sul fronte estero inviando questi stessi sicari in operazioni sull’isola. Il reportage poi si sofferma sulle milizie delle Contras nicaraguensi e sul battaglione salvadoregno Atlacatl. Di quest’ultimo è noto come fosse impiegato dagli Stati Uniti contro il Fronte di Liberazione Farabundo Martí, che resisteva alla dittatura nel Salvador capeggiata dal tiranno Duarte. Anche il FMNL, sia chiaro, si macchiò di sangue ma, a differenza della dittatura, operava per interessi che andavano contro i progetti americani nella zona. Il battaglione Atlacatl venne dunque impiegato dagli USA durante le operazioni di controinsurrezione avvenute nel Paese durante quegli anni travagliati, allo scopo di mantenere il controllo politico ed economico su un Paese che aveva evidentemente deciso di diventare autonomo. Nel 1981 il battaglione assaltò il villaggio di El Mozote. Motivazione ufficiale dell’assalto: stanare alcuni membri del FMNL. Ma il risultato fu ben diverso. Dopo quasi due giorni di violenze di ogni tipo, i terroristi appoggiati sia ideologicamente che materialmente dagli Stati Uniti, tramite la fornitura di armi ed equipaggiamento, massacrarono milleduecento civili inermi. Perché ci odiano fa molto di più che denunciare questi crimini. Ci riporta testimonianze, orali e scritte. Ci presenta i documenti che attestano come queste azioni siano state volute e attivamente supportate da quei paladini della libertà che utilizzano, come dice spesso Barnard, due pesi e due misure per giudicare gli atti di terrorismo internazionale. La faccenda, inoltre, assume anche le sfumature di spaventoso ridicolo quando Barnard dimostra come le «case editrici» militari statunitensi, e specialmente quelle sotto l’influsso dei servizi segreti, diedero alle stampe più di un manuale operativo volto all’addestramento dei terroristi di mezzo mondo, impiegati dagli Stati Uniti come già ricordato negli ambiti delle loro cosiddette guerre sporche e che in realtà andrebbero chiamati con il nome di atti terroristici. La disamina di Barnard continua con le tristi vicende indonesiane e con il presidente Sukarno. Ampiamente supportato dalla maggioranza dei cittadini grazie ai suoi programmi politici e sociali, venne osteggiato da Washington in ogni modo probabilmente perché membro del Partito Comunista d’Indonesia. All’anziano presidente fu contrapposto dagli Stati Uniti, con l’appoggio degli Inglesi, il generale Suharto. Egli fu talmente ligio al suo dovere che un affettato telegramma dell’ambasciata americana di Jakarta indirizzato al Dipartimento di Stato a Washington lascia trasparire in modo chiaro di quali reati si possa essere macchiato questo oscuro personaggio: «francamente non sappiamo se il vero numero dei morti è 100.000 o 1.000.000». Del resto gli Stati Uniti cominciarono molto prima a organizzare colpi di stato con conseguenze disastrose per la popolazione civile e per la vita economica, politica e sociale del paese al centro del mirino. Tutti voi che state leggendo non potete non sapere della vicenda iraniana, quando una orchestrazione dei servizi segreti americani ideata da Henry Kissinger fomentò la rivolta in Iran, depose il premier regolarmente eletto Mossadeq e pose a capo del Paese lo Scià Mohammad Reza Pahlavi. Risultato: quarant'anni di dittatura sanguinaria e repressive con le rendite economiche iraniane riscosse dagli Stati Uniti. Andò talmente bene che a Kissinger diedero anche il Nobel per la pace. Quello che più lascia sgomenti quando si scorrono le righe di questo libro non è tanto la quantità interminabile di morte e violenza che è stata appoggiata in segreto dai Paesi occidentali, quanto i toni «amministrativi» adoperati nei dispacci ufficiali e nelle dichiarazioni pubbliche. Siamo oramai talmente rovinati ed avvezzi alla brutalità che la nostra indignazione dura quanto la breve data al telegiornale e le nostra lacrime sono lasciate sgorgare solo quando i drammi ci toccano personalmente. Nel vortice delle notizie che paventano un Terrore internazionale di violenza monodirezionale volto a minacciare le Democrazie libere occidentali, Perché ci odiano ha il grande merito di mettere ordine. Barnard raccoglie e sistema documenti e testimonianze dirette, ricostruisce la storia della violenza come pochissimi in Italia hanno saputo fare (siamo ahimé in questo senso molto diversi dagli altri Paesi, dove l’informazione funziona in modo differente. Per rendersene conto basta leggere gli innumerevoli studi stranieri sulla materia che ci propone Paolo Barnard in nota al testo). Credo che la lettura di Perché ci odiano possa fare chiarezza su molti aspetti delle politiche internazionali occidentali e quindi rappresenti un utile strumento per filtrare le notizie a proposito dei conflitti che continuano a segnare l’esistenza della vita quotidiana di moltissime persone. Ad ogni modo non sarà un testo che vi lascerà indifferenti.
Attenzione: recensione fortemente di parte e filo-palestinese.. Se sensibili all'argomento, non leggete!
SONO ARRABBIATA. DISGUSTATA. IMPOTENTE. Avrei voglia di mettere a ferro e fuoco tutto e tutti perché nonostante le prove nero su bianco degli orrori TERRORISTICI perpetrati da America, Inghilterra e Israele, faccio fatica a credere a tanta inumanità. Mi dà poi così fastidio che quando si dica "terrorista" si pensi esclusivamente ai musulmani, quando le grandi potenze mondiali hanno compiuto e compiono tutt'ora PORCHERIE indicibili.. Vi prego, leggete questo libro come punto di partenza per comprendere innanzi tutto quanto i media siano di parte, quanto esistano due pesi e due misure (III capitolo del libro, l'autore riporta i fatti in modo puntuale e preciso con documenti e prove) e quanto soprattutto ignoriamo la gran parte delle ingiustizie che ci circondano..
Ho iniziato la mia recensione con l'appoggio incondizionato alla causa palestinese visti i miei studi e il mio orientamento, ma ci torno.. Perché in realtà pur coprendo la maggior parte del libro, non è l'unico terrorismo di cui Barnard si occupa: ampio spazio viene infatti dato agli orrori avvenuti in America Latina e in Oriente da parte soprattutto degli USA.. Rimarrete allibiti e schifati, garantito!
Tornando alla questione israelo-palestinese, credo che il SIONISMO (e non religione ebraica, attenzione! Sionismo come movimento meramente politico, che nemmeno i rabbini riconoscono) sia una delle cose più disgustose che abbia mai visto; l'ipocrisia, la malvagità e la scorrettezza sono disarmanti, la pulizia etnica della Palestina ingiustificabile.. Purtroppo c'è così tanta ignoranza al riguardo che sembra di essere Don Chisciotte contro i mulini a vento :( Leggete il libro di Bernard che offre spunti di riflessione, prove del terrorismo di Israele - per lo più documenti ONU e ripercorre l'intera vicenda dalla nascita di Israele nel 1948 (vi è anche in appendice una sintesi storica del conflitto per chi ne fosse un po' digiuno) e poi leggete La pulizia etnica della Palestina il cui autore, Ilan Pappé è un intellettuale ebreo.. Se poi voleste un romanzo, c'è il grande Kanafani con Ritorno a Haifa.
Avevo sentito parlare di Barnard, delle sue inchieste e della presunta censura che ha subito alla RAI. Il libro mi ha spiazzato su ogni versante : una lettura scorrevole e coinvolgente, una continua ricerca delle motivazioni alla base dei più sconvolgenti atti di terrorismo della storia contemporanea e delle solide argomentazioni che contano su numerose fonti autorevoli,cosa che dà all'autore credito nonostante la polarizzazione ideologica alla base di questi eventi. La narrazione a tratti diventa quasi romanzesca, quando ad esempio Barnard insegue alcuni ""terroristi buoni"" tra i due Mondi o strappa delle dichiarazioni ad un presunto uomo di Al-Qaeda, senza poterne rivelare l'identità e di conseguenza lasciando il dubbio sulla genuinità delle dichiarazioni. D' altra parte il libro non vuole riesumare indicibili "gombloddi" (altrimenti lo avrei gettato) ma anzi riporta e riformula il contenuto di quasi 100 anni di politiche estere e coloniali fallite attraverso i rapporti degli stessi governi accusati del primo terrorismo e di ONG internazionali. Il punto di vista che l'autore mette su calce già nell'Introduzione è lo stesso che ritroverà tra i civili negli "stati canaglia" : il problema non è l'Occidente, ma la sua politica estera.
Paolo Barnard è stato e rimane il più grande giornalista italiano vivente. Il suo punto di vista può piacere o no ma il suo lavoro è encomiabile e dove ci sono fatti le opinioni non contano più.
Scritto nel 2006 ma ancora attuale. Barnard è un giornalista che sa fare il suo mestiere e questo volume senza tempo ci dà una interpretazione intelligente e ragionata delle motivazioni che hanno contribuito al conflitto perenne tra Occidente e Medio Oriente. Dal punto di vista storico è ben strutturato, per chi non avesse chiari e ben definiti i momenti difficili e complessi di cui ancora oggi sentiamo parlare e purtroppo senza via di soluzione. Non dalla parte dell'Occidente ma dalla parte di chi ha subito ingiustizie, soprusi, promesse non mantenute da quell'Occidente arrogante e saccente. Un testo che andrebbe ampliato con gli ultimi avvenimenti poiché l'autore ha la capacità di spiegare e far comprendere le problematiche che spesso non sono immediate.
"Perché Osama Bin Laden che arma e sostiene diciannove uomini che uccidono tremila americani innocenti è un terrorista mentre Lyndon Johnson o Henry Kissinger che hanno armato e sostenuto un esercito che in quel caso di innocenti ne uccise un milione non lo sono?"
Ottimo saggio sulle origini dell'odio da e verso l'Islam estremista. Sono cose abbastanza ovvie, per chi non ha le fette di prosciutto sugli occhi e prova a chiedersi le ragioni di certe azioni umane, ma sono espresse comunque in modo organico, con le dovute argomentazioni e molta documentazione a supporto.
Come al solito: ognuno - e soprattutto a certe latitudini - pensa solo a consumare e a godere e dunque nulla può cambiare. Il libro è estremamente interessante ma assolutamente incapace (come tutti i libri) di incidere sulla realtà! E allora? Sono felice di non avere figli! Io non ho contribuito a perpetrare e a rinforzare l'odio che ci lega tutti.
Una documentatissima disamina (con fonti quasi sempre di massima autorevolezza) sui motivi che spingono una parte dell'Islam ad agire con atti terroristici. Questo libro, con i documenti che esso cita, mi ha rafforzato il sospetto che l'Occidente "buono e puro" ha agito (agisce?) esso stesso da terrorista, ha protetto terroristi quando conveniva, ed ha perpetrato rapine sistematiche ai poveri del mondo. La lettura va diluita nel tempo, non è da leggere come un romanzo. Però credo sia un libro che va letto e meditato, anche se non è più attualissimo (pubblicato nel 2006), se non altro per prendere atto della metodica distorsione con cui le notizie ci sono (state) propinate dai media,