Bari, 2012; br., pp. 300, cm 12x18. (Contromano). L'infanzia trascorsa a Bologna nello stabile centrale del lotto Iacipì, sotto l'ala protettiva di una nonna cattolicissima, una combriccola di zii comunisti e due genitori insegnanti, convinti che la società italiana sia conformista e superficiale; un matrimonio a quattro anni con Sissi la Piagnona e giochi all'aperto turbolenti e scalmanati; anni divertenti, senza dubbio, ma fuori dal cortile ci sono troppi pericoli. È per questo che il narratore viene catapultato nell'avventuroso mondo inventato da Baden-Powell, in compagnia di Akela, Bagheera, Balù e un intero branco di nuovi amici. Dopo "La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco" e "La vita quotidiana in Italia ai tempi di Silvio", è la volta della vita quotidiana al tempo dei lupetti, fra uscite all'aria aperta, scoperte e promesse non sempre facili da mantenere.
Ci sono tre libri al prezzo di uno, qui dentro. Il primo, delizioso, da cinque stelle, racconta l'infanzia con lo stesso realismo magico di Jack Frusciante, che non inventa nulla, si limita a descrivere, e benissimo, la realtà. Tenero e fresco. Il secondo racconta la storia dei primi anni '80, dal rapimento Moro alle faide mafiose, dalle Brigate Rosse ai picchiatori fascisti, dalla strage della stazione di Bologna all'Italicus, da Breznev a Chernobyl. Ma io non ci credo, che un bambino così piccolo avesse capito così bene quello che stava succedendo intorno a lui. Neanche se i suoi docenti genitori glielo spiegavano così bene. Non più di tre stelle. Mi è venuta voglia di rileggere "Preghiera per un amico", dove lo stesso meccanismo funziona alla perfezione. Purtroppo c'è un terzo libro, qui dentro, che racconta la storia di Baden Powell e il Thinking Day, e difende lo scoutismo e le sue basi pedagogiche, con un tono di terribile goffaggine degno delle ricerche scolastiche di una volta, quando scopiazzavamo a man bassa da qualsiasi fonte su cui mettevamo le mani. Per fare una buona pubblicità agli scout, funzionava molto meglio il ricordo commosso del saluto di Akela ai suoi lupetti, o l'acquisto della divisa per la figlia. Parola di madre di scout. Qui, una stella sola.
La scrittura è leggera, frizzante, il libro comincia nel modo migliore sembra qualcosa di divertente. E poi... E poi nulla. Invece di una storia "coming of age" trovo uno schizzo autobiografico basato sull'esperienza scout dello scrittore, più o meno interesante come il racconto dell'infanzia di qualcun altro, punteggiata qua e là da accenni all'attualità dell'epoca con poca o nessuna conseguenza per un arco narrativo decisamente piatto. Un altra promessa non mantenuta. Jack Frusciante è uscito dal gruppo, e Enriquez esce definitivamente dalla mia libreria.
Per dirla in modo sintetico, mi è piaciuto sia sotto l'aspetto narrativo che nella prosa. La storia verte sul ricordo da parte di Brizzi del suo periodo scout nel periodo che copre grosso modo tutti gli anni 80, una esperienza immersa dalla vita sociale con altri bambini nei condomini di una Bologna popolare. Le due vite, anzi tre se aggiungiamo quella scolastica, si amalgamano in un racconto assolutamente godibile, a meno che non apparteniate alla genia di chi non ha amato la vita di gruppo nell'era pre-internet. A rinforzare il tutto una prosa che evolve con le passare delle pagine passando da una sintassi e pensiero semplici ad atmosfere più dure man mano che l'età del protagonista avanza, dall'asilo fino alle scuole superiori e (in parallelo) da lupetto a rover. Una "evoluzione" che mi ha ricordato quanto fatto anche dalla Rowling con Harry Potter.
In sintesi, Brizzi difficilmente delude e questo libro non è l'eccezione.
Ricordi dell'infanzia intervallati nella Storia con la S maiuscola, legati all'esperienza da lupetto delle elementari e delle medie. Dove la giungla del Branco è quella delle regole e dell'onore opposta alla Giungla del mondo reale. La famiglia sembra sullo sfondo non comprendere i sentimenti e lascia i ragazzi a se stessi. Impartisce delle lezioni distanti, proprie di un periodo di passaggio come sono stati gli anni 80 e 90. È un bel libro per chi è stato scout e vuole riguardare quel periodo, perché da il via ai propri ricordi, portando alle proprie verifiche e bilanci nell'età adulta quando si va con i propri figli di nuovo a comprare l' uniforme. Risentire quel linguaggio da genitore e non da esploratore, lupetto, Rover o capo e sentire i neuroni andare a ripescare in zone di memoria remote ricordi sepolti, importanti, ma messi in disparte come in un garage di cimeli.
Un libro divertentissimo, fresco e acuto nel modo in cui dipinge la vita di un bambino descritta come un bambino (forse) potrebbe fare. Interessantissimo soprattutto la descrizione delle esperienze, dell'entusiasmo e di tutta la profondita` di vissuto che un bambino sperimenta nei lupetti, entrando per la prima volta nel mondo scout. Molte delle esperienze, delle emozioni sono le stesse che chiunque sia stato parte di un branco negli scout puo` riconoscere. Un libro soprattutto che riesce benissimo a descrivere questo mondo fantastico a chi non lo ha vissuto , magari proprio ai genitori che, incerti se mandare o no il proprio bambino dagli scout, non capiscono questo strano mondo e ne sono, forse giustamente, piuttosto perplessi. Ora attendo il prossimo libro sul reparto...
L'infanzia di uno scout bolognese negli anni '80. Raccontata come sanno raccontare i grandi affabulatori, parla di figli, genitori, e diventare adulti. Con la cronaca, e la storia, che passano al fianco ancora indistinte. Ci si diverte, e si pensa: cos'altro chiedere a un romanzo?