Una storia nota (forse)
In fondo la storia è quella nota, o forse presunta tale. Sia quel che sia, la differenza come sempre la fa il modo in cui la si racconta, e a quel punto allora diventa una storia nuova.
La storia nota, o presunta tale, è quella di un protagonista adolescente, abitante temporaneo di quella che il titolo definisce "l'età breve". E allora ecco un ribollire confuso di impulsi, desiderî, esigenze, che spingono urgenti verso gli altri, verso i coetanei, verso gli adulti, e che al contempo fanno ritrarre turbati da quel che poi si scopre, che a volte si ottiene, le attenzioni indesiderate, i rifiuti di ciò che si desidera, il sentirsi sminuiti dal cerchio dei grandi e al contempo trascinati dagli stessi perché si cominci a partecipare a quel gioco che è il vivere sociale.
Si devono imparare le regole di questo gioco, che piacciano o meno, capire quando rispettarle e anche quando trasgredirle e in che modo.
E le regole di questo libro sono quelle di un'Italia d'altri tempi, quasi del tutto scomparsa. È l'Italia della pervasiva cultura clericale, in cui il protagonista viene immerso, quasi affogandovi, nel collegio religioso dove studia, una cultura fatta di sorveglianza costante e repressione degli istinti "sbagliati", di prediche e confessioni, soprattutto di sospetto e disprezzo per la donna, definita costantemente "vaso d'impurità".
È una cultura che straborda anche all'esterno, poi che il protagonista dal collegio viene espulso, e si ritrova a dover assecondare, tornato al paese, il padre ansioso di compiere un'ascesa sociale, o anche solo d'esibirne una fittizia, perché questa è anche l'Italia in cui gli umili cominciano, chissà se a torto o a ragione, a sentire stretta la propria condizione, e aspirano a qualcosa di più. E al paese si ripete, come nel collegio, quella dialettica tra detto e non detto, tra la facciata di rispettabilità e rispetto delle regole non scritte e un retro fatto di rapporti torbidi e trasgressioni taciute.
A fare la differenza nella storia che il libro racconta, altrimenti sentita tante altre volte, è lo stile. È uno stile fine e delicato, a tratti prezioso, spesso obliquo e allusivo, perché quando il libro fu scritto molte cose non potevano essere dette esplicitamente (figurarsi). Un libro di tempi ormai passati dunque, e per questo cesellato, qua e là, di forme e vocaboli ormai desueti, ma non per questo (anzi) meno gustosi. Uno stile che sa dare un che di luminoso anche alle zone più in ombra che va ad esplorare.