Prima parte di "Revelation Space", la seconda è Rivelazione (seconda parte)
Giganteschi tracciati nel cosmo, macchine onnipotenti, alien dalla cultura incomprensibile. Molti sanno rimescolare ingredienti come questi, ma pochissimi autori hanno il coraggio di andare fino in fondo e quale macchinazione sta all’origine dell’universo? La risposta è nel gigantesco “puzzle” cosmico che costituisce l’ardita opera prima di Alastair Reynolds. “Urania” l’ha suddivisa in due volumi, il primo dei quali inizia con una domanda di pura che fine hanno fatto gli Amarantini, super evoluti abitanti del pianeta Resurgam, inghiottiti nell’abisso un milione di anni fa?
I'm Al, I used to be a space scientist, and now I'm a writer, although for a time the two careers ran in parallel. I started off publishing short stories in the British SF magazine Interzone in the early 90s, then eventually branched into novels. I write about a novel a year and try to write a few short stories as well. Some of my books and stories are set in a consistent future named after Revelation Space, the first novel, but I've done a lot of other things as well and I like to keep things fresh between books.
I was born in Wales, but raised in Cornwall, and then spent time in the north of England and Scotland. I moved to the Netherlands to continue my science career and stayed there for a very long time, before eventually returning to Wales.
In my spare time I am a very keen runner, and I also enjoying hill-walking, birdwatching, horse-riding, guitar and model-making. I also dabble with paints now and then. I met my wife in the Netherlands through a mutual interest in climbing and we married back in Wales. We live surrounded by hills, woods and wildlife, and not too much excitement.
Ho avuto alcune oggettive difficoltà di concentrazione nel seguire questa prima parte di "Rivelazione", riconducibili principalmente alla scelta dell'autore di dosare al minimo qualunque informazione riguardante la trama. Scelta che di per sé solitamente non mi spiazza, ma che qui, in aggiunta ad una caratterizzazione poco incisiva dei protagonisti (3 su tutti), e dei loro punti di vista — in ogni capitolo si alternano di continuo, creando un'ulteriore sensazione di smarrimento e di scarsa immedesimazione — ha contribuito a diluire la mia attenzione. Allo stesso tempo si intuisce che dietro a questa cortina di fumo sollevata nei confronti del lettore — sempre che nel frattempo non decida di abbandonare la galassia in cui Reynolds lo trasporta — si nasconde una complessità narrativa che forse val la pena scoprire, nonostante l'autore fatichi a donargli un sense of wonder trainante, che fonde il fascino dei reperti archeologici di civiltà aliene agli innesti cerebrali, alle personalità artificiali e alle clonazioni.
Ho già avuto a che fare con questo tipo di autori, apparentemente *avari*, e dando loro fiducia (spesso incondizionata) il più delle volte sono stato ampiamente ripagato. To be continued...
Il worldbuilding è ottimo, così come tutti gli aspetti tecnici e scientifici sono creati e descritti per sembrare veri. Si vede l'origine di astrofisico dell'autore. Anche la trama è abbastanza complessa, con tre diversi filoni che lentamente confluiscono insieme. Invece ho trovato un pò troppo semplici i dialoghi, a tratti poco coinvolgenti, come se i personaggi fossero quasi degli accessori inevitabili da calare nel mondo creato. E' anche vero che è il primo libro della serie, quindi ci sta che il worldbuilding sia prevalente. Spero di trovare nei prossimi libri una maggiore integrazione dei protagonisti nella storia . In conclusione, comunque, l'impressione è molto positiva.
Space opera veramente moderna. Trame a lungo raggio, uso notevole di nanotecnologia e fusione di sottogeneri SF molto aggiornata, questa prima parte di un romanzo fiume, che s'inserisce in una saga di più ampio respiro, è senza dubbio una gran bella lettura.
Space opera godibile ma cupa (Recensione del romanzo completo)
Si tratta di un romanzo complesso e articolato di cui ho apprezzato molto certi aspetti. Uno di questi è il fatto che, nonostante i personaggi principali non siano pochi, l’autore è riuscito comunque ad approfondirli. È semplice creare un legame con uno di essi che permette di immergersi nella storia. Nel mio caso il personaggio con cui sono riuscita da subito a stabilire un legame è stato Dan Sylveste, forse perché è uno dei primi a fare la propria comparsa nel romanzo. Molto bello anche il world building. Reynolds mostra di possedere un’enorme fantasia nel creare pianeti, società e alieni inimmaginabili, come i Giocolieri Mentali che, di fatto, sono degli oceani viventi. Pur creando dal nulla un universo complesso con pochissimi riferimenti alla nostra realtà, l’autore riesce comunque a renderlo credibile. Non si avverte il senso di distacco che si potrebbe rischiare di provare in questo tipo di storie. In questo senso è di notevole aiuto la bella prosa, coinvolgente e poetica. Infine la storia si conclude con un finale aperto migliore rispetto a un altro suo libro che ho letto (Century Rain), poiché i personaggi principali hanno una crescita che si concretizza anche grazie al finale. Vi sono però degli aspetti che mi hanno impedito di dare i pieni voti a questo libro. Nell’immergersi nella lettura appare subito evidente che si presupponga una certa conoscenza da parte del lettore di alcuni aspetti della storia, dei nomi e dei personaggi stessi. All’inizio del libro c’è un glossario scritto a questo scopo, ma non si può veramente pensare che qualcuno si metta a leggerlo, e poi magari se ne ricordi, prima di iniziare la lettura del romanzo. Così si ha la costante impressione di leggere il secondo libro di una serie, in altre parole che manchi una parte della storia. Sarebbero servite maggiori spiegazioni all’interno del romanzo, laddove erano necessarie per favorire la comprensione del lettore. Lo stesso finale aperto di cui parlavo prima, per quanto di per sé sia una risoluzione degli eventi ben congegnata, mi provoca comunque un senso di insoddisfazione che non riesco a decifrare, forse perché il ruolo di Sylveste alla fine non mi è piaciuto, in quanto subisce gli eventi, senza poter far nulla per alterarli. A ciò si aggiunge una visione generale un po’ pessimistica del futuro, sia nelle immagini che nei toni, che non rientra affatto nelle mie corde.
Questa recensione si riferisce al libro in sé. Una nota a parte “merita” l’edizione. Trovo incomprensibile la scelta di dividere il libro in due e pubblicarne le parti a distanza di ben tre mesi. Considerando che si tratta un prodotto di edicola, il prezzo complessivo dei due volumi insieme è troppo elevato rispetto alla qualità scadente dell’edizione, che è infestata, oltre che dai soliti refusi, da continui e ripetuti errori grammaticali, di sintassi e di traduzione. Inoltre, talvolta, la scelta del vocabolo errato in italiano tra due traduzioni possibili dello stesso in inglese dà luogo a passaggi involontariamente comici.
È difficile giudicare un romanzo a metà, specialmente se complesso e articolato come Rivelazione. Indubbiamente, però, Reynolds ha mantenuto molto meno di quanto promesso, almeno in questa prima parte. Peccato, perché il world-building di Reynolds è da 10 e lode, così come la coerenza e il livello di fantascienza (avrei letto volentieri anche mille pagine sullo sfioraluce). Quello che manca è una trama convincente, specialmente vista la fondata impressione che i personaggi principali siano come foglie sbattute dal vento. La sufficienza c'è senza dubbio, ma se il tenore della storia non cambia, avrò assistito a uno dei peggiori sprechi di ambientazione che mi sia mai capitato di leggere.
Il libro risente del fatto di essere solo metà dell'opera originale. Fino a metà libro i collegamenti tra i personaggi e quello che accade sono impossibili da capire e anche il linguaggio futuristico scientifico rende difficile capire cosa stanno facendo o cosa accade. La storia è molto interessante ma incompleta, obbliga per forza ad avere il secondo volume per poter avere lo sviluppo completo dei protagonisti e poter dare una valutazione tecnica. Due stelle perché da solo è un volume che non lascia nulla, ve lo consiglio solo se avete voglia di leggere anche il secondo volume.
Ho provato una grande ammirazione e anche una pungente invidia nel leggere questo romanzo. Dopo Simmons e Tchaikovsky, finalmente space opera moderna, bella, piena di astronavi, colonie spaziali, biotecnologie, nanotecnologie, caos, background culturale, transumanesimo, cyberpunk. Non vi basta? Ci sono anche archeologia aliena, colpi di stato, tradimenti, fazioni di ultra-umani contrapposte a luddisti, clan aristocratici, coscienze copiate elettronicamente, epidemie di peste tecnologiche e un nemico antico e oscuro che è la nemesi dell'intero genere umano come di ogni forma di vita intelligente. Il tutto è poi dosato in un sapiente, anzi magistrale intreccio tra eventi e rivelazioni di background e scienza, un mix ideale per un patito di fantascienza.
Ma... c'è un "ma". Forse c'è troppa logica e razionalità nel comportamento dei personaggi che risultano emotivamente piatti e troppo inclini a battute stereotipate. Da parte mia mi sono detto: ehi, è un romanzo che ha già più di vent'anni, si era nei ruggenti 2000 e l'ironia e la sfrontatezza imperversavano. Intendiamoci, i personaggi non sono banali, semmai stucchevoli nella maniera in cui si comportano fin troppo razionalmente (quando parlano per premesse, ipotesi alternative e conclusioni è ancora peggio) e superficialmente. Delle volte sembrano quasi privi di provare emozioni "non-cinematografiche", dando la fastidiosa sensazione di sbagliare soltanto per mancanza di dati o perché così doveva andare per dare un po' di suspense. Pare quasi che l'autore voglia spesso giustificarsi con il lettore per ogni decisione presa dalle sue creature o, ancora peggio, che si voglia vantare della logica sottintesa a ogni svolta della trama.
Al netto dei particolari che interessano strettamente allo svolgimento degli eventi, ad esempio, i battibecchi tra Dan e il padre virtuale Calvin sono pedanti, ripetitivi e alla lunga noiosi. Alla fine la voglia di trovare una ragione dietro ogni evento o ipotesi porta infatti a dialoghi improbabili, soprattutto quando il ritmo dei paragrafi con finale al fulmicotone finisce (una serie sconvolgente di cliffhanger) per lasciare il passo, nell'epilogo alla convergenza delle trame, probabilmente la parte più contorta e improbabile dell'intero romanzo. Questo avviene quando tutti i personaggi si trovavo insieme sull'astronave sfiora-luce. Passi per i soliti ragionamenti freddi, quasi robotici degli "ultra", transumani più macchine che umani, ma per il resto tutto si riduce a una sarabanda di battute scontate e di ragionamenti che fanno impallidire Asimov per distacco e Scalzi per sbruffonaggine.
Il romanzo, che immagino non possa essere apprezzato appieno nella falsa "autoconclusione" che poco soddisfa, termina quasi in un triturato di infodump, anzi di background iper-razionale, fatto di esposizione e spiegazione della coerenza e verosimiglianza della trama, il tutto spalmato sui battibecchi incessanti, pieni di battute sferzanti, come sull'ostentazione di un'antipatica passione professionale, che pare definire ed esaurire i personaggi, soprattutto nella convulsa parte finale. L'elemento umano ed emotivo ne risente, soprattutto perché si parla di prigionie decennali, attentati mortali e, alla fine, di una missione suicida contro qualcosa di straordinario, e cioè un planetoide-macchina alieno. Ancora un paio di esempi: l'amore di Pascale per il marito è stucchevole, pare preso da un catalogo matrimoniale, mentre ho capito quanto Sylveste fosse arrogante soltanto quando è stato così definito dagli altri personaggi. La cosa, capirete, mi ha lasciato abbastanza perplesso.
Cyborg, transumani, persino alieni, con chissà quali pensieri, sentimenti, schemi mentali e drammi interiori, gente che vive cento anni nello spazio, oppure cloni con innestata nel cervello la personalità di altri. Tutto queste psicologie "esotiche" non sfuggono mai a una pigra comprensione da parte del lettore, come non indugiano mai, non gridano, non piangono, non amano o odiano veramente e, soprattutto, parlano come potrebbe parlare la comparsa di un action hollywoodiano. Lo stile del romanzo, poi, è tutto un flipper straziante di POV interni per quanti sono i cambi di scena e di prospettiva (e su mille pagine di libro sono veramente tanti, fidatevi), pieni di considerazioni - ovviamente logiche - a giustificazione di quanto il personaggio di turno sta pensando o decidendo di fare.
L'ambientazione è fantastica, come ho detto: un world-building che lascia senza fiato, ma la trama, che si intuisce essere in parte l'anticipazione (o anche la retroazione) di uno sviluppo ulteriore, si contorce sul finale dove si risolve sbrigativamente. Nel complesso un romanzo di fantascienza con la "F" maiuscola, bello veramente, assolutamente da leggere, ma che sul piano dello stile poteva essere realizzato in maniera, forse, più elegante, non dico più sofisticata, ma più "umana". Detto questo, state pur certi che continuerò nella prosecuzione dell'immane opera di Reynolds, che conferma la mia altissima considerazione della moderna sci-fi britannica.
Arrivato al 25% poi ho dovuto abbandonare per evidente incompatibilità con l'autore, molto casinista, il libro è molto confuso, difficile da seguire, non mi ha entusiasmato per nulla.