Jean Starobinski studied classical literature, and then medicine at the University of Geneva, and graduated from that school with a doctorate in letters (docteur ès lettres) and in medicine. He taught French literature at the Johns Hopkins University, the University of Basel and at the University of Geneva, where he also taught courses in the history of ideas and the history of medicine.
His existential and phenomenological literary criticism is sometimes grouped with the so-called "Geneva School". He has written landmark works on French literature of the 18th century – including works on the writers Jean-Jacques Rousseau, Denis Diderot, Voltaire – and also on authors of other periods (such as Michel de Montaigne). He has also written on contemporary poetry, art, and the problems of interpretation. His books have been translated in dozens of languages.
His knowledge of medicine and psychiatry brought him to study the history of melancholia (notably in the Trois Fureurs, 1974). He was the first scholar to publish work (in 1964) on Ferdinand de Saussure's study of anagrams.
Jean Starobinski is a member of the Académie des Sciences Morales et Politiques (a component of the Institut de France) and other French, European and American learned academies. He has honorary degrees (honoris causa) from numerous universities in Europe and America.
Il libro tratta e interpreta, fondamentalmente, un’intera epoca storica. Nella preparazione teorica per la tesi ho reputato profondamente utile uno studio e una lettura approfondita delle opere di Starobinski, sebbene questa esca in modo generale dal mio campo di competenze, per apprenderne meglio metodi e approcci. Il libro è, in effetti, uno slancio a metà tra uno studio di storia delle idee (appunto la nascita della libertà) e dello spirito settecentesco e di critica artistica generale, per cui si tenta una profonda rilettura, sfruttando fonti teoriche dell’epoca, di interi stili architettonici e di importanti pittori come Watteau e Fussli. Passando ad un’analisi più approfondita, Starobinski segnala e spiega che “la nozione moderna della storia” nasce nel Settecento, come “una riflessione estetica autonoma” (pagina 7 e 8). Già noto un certo tipo di problema. In effetti, nel suo raccontare le idee e il Settecento, ho trovato, spesso Starobinski attinge troppo a fonti specifiche quali quelle di grandi filosofi e pensatori (“Già Diderot faceva notare che il linguaggio del teorico è sovente così vago che lo stesso enunciato di principi poteva essere applicato a opere assolutamente dissimili” a pagina 8, in riferimento all’estetica) e non si riesce ad avere ben chiaro che tipo di uomo voglia raccontare: è dunque la classe intellettuale francese, europea, tedesca, inglese? È una classe intellettuale di stampo borghese o, semplicemente, “il gruppo” degli artisti? È la libertà del popolo o quella della classe più ricca? In generale l’opera di Starobinski vuole essere di ampio respiro e si lascia in coraggiose decifrazioni generalizzate di un’intera epoca storica che, tuttavia, a me risultano apodittiche. Vediamone alcune: “Come dirà Kant, gli uomini dei Lumi sono risoluti a non ubbidire più ad alcuna legge esterna: vogliono essere autonomi, maggiorenni, educati e civilizzati, sottomessi a una legge che percepiscono e riconoscono in loro stessi”. Bene, un’affermazione di questa gravità e importanza sugli “uomini del Settecento” (gli uomini delle campagne? Delle città? Di inizio ‘700? Di fine? Di quale luogo geografico? Tutti indistintamente senza esclusione di colpi?) dovrebbe essere suffragata da intere narrazioni storiche, da fonti, documenti, quintali di studi e prove. Di queste nemmeno l’ombra: c’è un forte coraggio nel dire come sono andate le cose senza spiegare a fondo il perché. Quest’aspetto del libro, nonostante abbia trovato la prosa dell’autore agevole e le opinioni sicuramente affascinanti e interessanti, lo ritengo carente. Umilmente, credo che la storia delle idee sia difficilmente possibile in questa maniera e che se si voglia parlare di civiltà distanti da noi si possa fare un profondo studio di storia culturale, di antropologia, di fonti popolari e non, si possano interrogare tantissime e molteplici scienze, tra cui anche alcune branche della filosofia. Uno slancio intellettivo senza però giustificare a fondo attraverso queste scienze le nostre argomentazioni risulta apodittico, ergo rischioso: si potrebbe dire il falso, il falsissimo. Questo modo coraggioso, che tanto mi ricorda un certo vizio di alcuni filosofi di leggere e forzare a loro pro la storia umana, non trovo sia funzionale per una conoscenza veritiera di un’epoca e delle idee di un’epoca. Tanto vale leggere direttamente Rousseau, Diderot, Montesquieu e così via, a quel punto. No? “Si scopre che l’intera libertà di alcuni limita quella di molti”, scrive il nostro nella pagina seguente. Ma appunto, non ci spiega né come né perché, né attraverso quale processo. Rimane ambiguo il soggetto stesso “On decouvre”, si scopre. Ma chi? Chi scopre? Il libro, però, ha un’altra faccia che invece ritengo indubbiamente molto interessante: quando tratta, descrive, racconta e interpreta quadri, pittori e architettura spesso scomoda con forza veri e propri teorici dell’epoca. Quando si tratta ad esempio dell’analisi di Watteau e dei suoi quadri, della descrizione del perché del rococò, dove cioè l’argomentazione può essere più libera dalla richiesta di una prova solida e tangibile, lo stile e l’intelligenza metodica di Starobinski danno il loro meglio. Mi sono avvicinato ad artisti come Watteau e Fussi, che prima tendevo a ignorare; ho riletto il nome di Tiepolo e visto intere architetture rococò sotto un’altra ottica (possibile, sicuramente, in questo caso). Il libro non l’ho portato oltre la metà per la scarsità di tempo e per alcune delle sue carenze personali.
18. in the light of developments in the political history of the century was taken to address inquires philosophical, artistic, social, political economy have taken place not only in the field of flutter and a lot of it, who he joined starobinski the forms of social culture of the French Revolution and the Enlightenment between painting and architecture based in beautiful artistic developments by establishing equivalent told that it's a book.
In fact, while the French revolution influenced and changed art thanks to its political benefits, art was also the main element in the rise of the age of enlightenment. 18. social evolution took place in this way for a century, until the 20th. when we entered the century, art has gained the quality of directly affecting and changing many things. Starobinski approached this point with an art-centered approach to the subject, linking everything to art, but 18. the century has shaped relatively differently. I attribute the fact that Starobinski evaluated it in this way to the fact that he took the narrative path by centering the concept of "freedom". Because while the first step of free thought was taken with the age of enlightenment, the other step was realized with art.
Starobinski, who examines symbolic meaning and thought, describes the changes and differentiation experienced in this way by considering the phenomenon of image in art together with the phenomenon of representation and symbols in politics in his book. He also asked the philosophical questions of how far we can pass the concept of freedom beyond the symbol in our minds and the image in art. It was quite beautiful in that aspect. Because you get to a point where you involuntarily question yourself. If you are interested in the history of art and the history of continental Europe in the 18th century, I say read this book.
Ho letto questo libro per il corso “storia dell’arte comparata in Europa” (che si rivolge su un tema trattato superficialmente in lezione), che ho seguito durante il mio Erasmus in Bologna. È stato il secondo libro accademico che ho letto in italiano, e ho trovato difficoltà capendo esattamente su di cosa di rivolgesse. Nel parlare dell’invenzione della libertà nell’Ottocento, senza alcuno scopo accademico definito chiaramente, questo libro finisce per sembrare un insieme d’opinioni e di temi collegati attraverso legami molto diversi (stilistici, tematici, mezzo d’esecuzione, filosofici…). E pure digno d’essere nota la sensazione che mi accompagnò leggendo tutto il libro, che stesse andando a finire in un tema in particolare, del quale non parla fino l’ultimo capitolo. La nostalgia e le utopie nell’Ottocento, spiegate attraverso le rovine e le carceri di Piranesi, o l’estetica dell’infinito nelle vedute. Voglio sottolineare questo passaggio: “La poetica della rovina è sempre una meditazione davanti all’invadenza dell’oblio, l’esistenza cessa di appartenerci per raggiungere l’oblio eterno”.