Arthur Fidelman, pittore fallito, arriva in Italia per completare uno studio critico su Giotto. Appena giunto a Roma, però, il perfido Shimon Susskind, ebreo come lui, gli sottrae con l’inganno il sudato manoscritto; per Fidelman inizia così una lunga serie di disavventure che lo vedrà peregrinare di città in città, arrangiandosi nei modi più disparati. Un’Italia trasfigurata – non più patria dell’arte e del Rinascimento, come immaginava Fidelman, ma terra ostile popolata da uomini e donne grotteschi – fa da sfondo al percorso esistenziale del protagonista, costretto a reinventarsi di volta in volta borseggiatore, falsario di quadri, protettore di prostitute, in una spirale che si interromperà soltanto con la sorprendente, conclusiva riscoperta di sé. Un classico antieroe malamudiano, sospeso suo malgrado tra il sublime dell’arte e il tragico della vita.
Bernard Malamud was an American novelist and short story writer. Along with Saul Bellow, Joseph Heller, Norman Mailer and Philip Roth, he was one of the best known American Jewish authors of the 20th century. His baseball novel, The Natural, was adapted into a 1984 film starring Robert Redford. His 1966 novel The Fixer (also filmed), about antisemitism in the Russian Empire, won both the National Book Award and the Pulitzer Prize.
Ho conosciuto Malamud con questo libro, da tutti considerato il peggiore della sua produzione. A suo modo lo trovo sensazionale: narra di un giovanotto americano, Arthur Fidelman, giunto in Italia con tante ambizioni e buoni propositi. Uno strano e sgradevole incontro a Roma lo segna per sempre e la sua vita prende una piega insolita: a Milano, a Firenze e a Venezia, dovunque si trasferisca per trovare un senso e una collocazione, Fidelman si ritrova sconfitto, umiliato, un mediocre senza speranza di riscatto. Non è però la sua storia ad avermi affascinata, quanto la sua ricerca dell'ispirazione e il desiderio di realizzare il suo capolavoro: copiare l'arte dei grandi, Tiziano, Tintoretto, Man Ray, Picasso... Malamud compone una storia particolare, inizialmente sarcastica e quasi canzonatoria, poi drammatica e rassegnata, tutto a partire da un furto e da un capro espiatorio che tanto ricorda l'ebreo errante.
Picaresco e sguaiato, è un viaggio nella mediocrità delle promesse artistiche tradite. Pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, il protagonista passa attraverso avventure di ogni tipo, rivelando a poco a poco la sua indole non solo di perdente predestinato, ma anche di ipocrita e, spesso, truffatore. Divertente e dinamico, si legge d'un fiato (molto diverso dall'unico altro Malamud che ho letto, L'uomo di Kiev, capolavoro tragico).