Cosa può fare uno scrittore per aiutare il proprio paese a ritrovare la pace? David Grossman ha una risposta, semplice e profonda come tutte le grandi verità: scrivere, raccontare, creare storie e personaggi in grado di far entrare i lettori nella pelle di un altro, farli pensare con la testa di un altro, far loro guardare la realtà con gli occhi di un altro. Anche se l'altro è un nemico. "Quando abbiamo conosciuto l'altro dall'interno, da quel momento non possiamo più essere completamente indifferenti a lui. Ci risulterà difficile rinnegarlo del tutto. Fare come se fosse una "non persona". Non potremo più rifuggire dalla sua sofferenza, dalla sua ragione, dalla sua storia. E forse diventeremo anche più indulgenti con i suoi errori." I milioni di lettori di Grossman sanno che è possibile, per un personaggio inventato, diventare - come per miracolo - una persona vera, viva e intimamente un miracolo che solo la letteratura può compiere, e che incanta gli uomini da sempre. Ma che è anche un dono prezioso per chi vive in un paese in guerra, un dono capace di accendere una speranza e indicare una via di uscita dal tragico labirinto del conflitto tra israeliani e palestinesi. Scrivere diventa, allora, un mezzo per rendere il mondo meno estraneo e nemico, il dolore meno paralizzante e insopportabile, il linguaggio meno povero e fossilizzato dagli stereotipi dell'odio e della paura."
Leading Israeli novelist David Grossman (b. 1954, Jerusalem) studied philosophy and drama at the Hebrew University of Jerusalem, and later worked as an editor and broadcaster at Israel Radio. Grossman has written seven novels, a play, a number of short stories and novellas, and a number of books for children and youth. He has also published several books of non-fiction, including interviews with Palestinians and Israeli Arabs. Among Grossman`s many literary awards: the Valumbrosa Prize (Italy), the Eliette von Karajan Prize (Austria), the Nelly Sachs Prize (1991), the Premio Grinzane and the Premio Mondelo for The Zig-Zag Kid (Italy, 1996), the Vittorio de Sica Prize (Italy), the Juliet Club Prize, the Marsh Award for Children`s Literature in Translation (UK, 1998), the Buxtehude Bulle (Germany, 2001), the Sapir Prize for Someone to Run With (2001), the Bialik Prize (2004), the Koret Jewish Book Award (USA, 2006), the Premio per la Pace e l`Azione Umanitaria 2006 (City of Rome/Italy), Onorificenza della Stella Solidarita Italiana 2007, Premio Ischia - International Award for Journalism 2007, the Geschwister Scholl Prize (Germany), the Emet Prize (Israel, 2007)and the Albatross Prize (Germany, 2009). He has also been awarded the Chevalier de l`Ordre des Arts et Belles Lettres (France, 1998) and an Honorary Doctorate by Florence University (2008). In 2007, his novels The Book of Internal Grammar and See Under: Love were named among the ten most important books since the creation of the State of Israel. His books have been translated into over 25 languages.
Questo saggio raccoglie i testi di quattro conferenze tenute da David Grossman, intellettuale e scrittore ebreo nato nel 1954 a Gerusalemme, che ha perso un figlio nel 2006 sul fronte libanese.
Lo stato di Israele esiste ufficialmente dal 1948 e da allora il popolo ebraico, inizialmente entusiasta per avere finalmente una terra propria dove vivere, è in guerra con i paesi vicini per proteggerla. Gli abitanti di Israele vivono però questa situazione in uno stato di continua incertezza, disagio e paura, perché non sono mai sicuri della propria vita e di quella dei propri figli.
Grossman, che avrebbe tutti i diritti di chiedere giustizia per il figlio perso in guerra, parla invece della necessità di arrivare alla pace; e lo fa senza dimenticarsi di essere uno scrittore (e che scrittore!) e che le armi con cui deve combattere sono le parole. Per lui narrare significa avere la possibilità di avvicinarsi all’altro, assumendone il punto di vista, comprendendone le ragioni. Significa creare storie e personaggi in grado di far pensare i lettori con la testa di qualcun altro, far guardare la realtà cambiando il punto di vista. Anche se "l'altro" è un nemico.
"Solo guardando con gli occhi del nemico, quella realtà in cui noi e il nostro nemico viviamo e agiamo diventa improvvisamente più complessa, realistica; possiamo riprenderci parti che avevamo espunto dal nostro quadro del mondo, aumentando così le nostre probabilità di evitare errori fatali, e diminuendo quella di incorrere in una visione egocentrica, chiusa e limitata".
Perché se riusciamo a conoscere intimamente l'altro, se riusciamo a capirne le ragioni, non possiamo più essergli completamente contrari. Non possiamo più comportarci come se non esistesse, ma dovremo tenere conto delle sue rivendicazioni.
Israeliani e Palestinesi non hanno ancora tentato di comprendersi per paura, dice Grossman. Perché se capisci il nemico, diventi più debole. Se concedi qualcosa, corri il rischio di dover concedere ancora. Se vedi i suoi morti, capisci che anche lui è fatto di carne ed ossa come te; lo umanizzi. E poi non puoi più trattarlo come prima.
"Io scrivo, e mi sforzo di non proteggere me stesso dalle sofferenze del nemico, dalle sue ragioni, dalla tragicità e dalla complessità della sua vita, dai suoi errori, dai suoi crimini. E nemmeno dalla consapevolezza di quello che io faccio a lui, né dai sorprendenti tratti di somiglianza che scopro tra lui e me."
Purtroppo Israele oggigiorno risolve i problemi con la guerra. Anche se, secondo Grossman, nessuno comincia veramente una guerra, le guerre si continuano, senza soluzione di continuità. La pace, invece, quella sì, è qualcosa che si deve cominciare.
"Da che parte stai, Israele o Palestina?" Sì, mi hanno posto la domanda. Secondo me, non ha senso. Io sto dalla parte di coloro che vogliono la pace. Non vedo alternative.
Scrivere quindi per Grossman diventa un mezzo aiutare la pace e ridurre l'odio e la paura.
“La consapevolezza dell’insostenibile leggerezza della morte, la cui più mesta espressione ho sentito una volta in un’intervista a una coppia di israeliani alla vigilia del matrimonio. Alla coppia fu chiesto quanti figli avrebbero desiderato, e la giovane, dolce sposina rispose prontamente che ne avrebbero voluto tre - perché, se uno viene ucciso in guerra, ce ne restano altri due.”
Gli ebrei hanno un passato di esilio e di persecuzione e un presente devastato da una guerra senza fine. Non sanno nemmeno cosa sia la pace. Non c'è futuro continuando così. E' necessario cambiare prospettiva.
“Guerre, eserciti, regimi totalitari e religioni fondamentaliste tentano continuamente di cancellare quelle sfumature che creano l’individualità, la peculiarità di ciascuno, il miracolo irripetibile che ogni individuo rappresenta, cercando di trasformare le persone in un gruppo, in una massa, decisamente più congeniale ai loro scopi e alla situazione.”
David Grossman è un grande uomo ed un grande scrittore. Avevo avuto modo di ascoltarlo qualche mese fa a Milano in una breve conferenza e ne avevo notalo il grande spessore. Il libro è breve ma molto interessante; e ci fa capire che a volte la letteratura può essere molto di più che uno svago. Può addirittura tentare di rendere il mondo un luogo più pacifico e sicuro.
Ci sono libri che invecchiano prima di altri. Che a guardarli, anche a distanza di pochi anni, appaiono sbiaditi, opachi. È uno di questi casi. Leggere le parole di David Grossman oggi, passare gli occhi sui testi di cui queste pagine si compongono, tutti scritti tra il 2004 e il 2007, lascia in bocca una grande amarezza. Riporta alle utopie di pace, pur timorose, di quegli anni, alla speranza che si aveva: un giorno, per le nuove generazioni, la questione israelo-palestinese sarebbe stata passato. Oggi quella pace appare ancora più lontana di ieri, più incomprensibili le sue ragioni: frutto di un'ingenuità imperdonabile.
Nonostante ciò, Grossman ci lascia un importante e disperato atto di coraggio. La voce di un intellettuale ebreo israeliano, legato alla sua terra e al suo popolo da un amore viscerale, che tenta di guardare negli occhi il "nemico", quello che ha avuto in sorte di abitare dall'altra parte del confine. Ne emerge la necessità di istituire un dialogo diverso con "l'altro", di riconoscere il suo dolore, di guarire le mille contraddizioni di Israele ripartendo da un assunto tanto banale quanto sconcertante: siamo tutti esseri umani.
«Io scrivo!» Condensato, zippato, ristretto, ma il senso delle parole di Grossman sta tutto qua. Come può un uomo continuare a essere tale quando è circondato da atrocità, violenza, odio. E come può reprimere un inestricabile desiderio di ritorsione, nonostante la disperazione, nonostante la perdita di un figlio? E coltivare quel fottuto germoglio di empatia che, nonostante le aberrazioni quotidiane, oltre gli accadimenti e oltre la morte, non gli impedisce di chiedersi: perché? Scrive, perché scrivendo allontana il mondo esterno. E scrive per esorcizzare il terrore quotidiano. Lo fa in modo mirabolante, e risulterebbe tutto molto eccitante, molto emozionante, molto letterario. Eppure… eppure qualcosa non torna: la stessa cosa che mi ha convinto a togliere una buona stelletta. Qualcosa di strisciante, che avrei voluto discettare e ribadire, ma che eviterò di riportare, perché terreno minato. Qualcosa che, nonostante l’empatia dell’autore, la profonda umanità, la spiccata intelligenza, resta come sottofondo, come pietra angolare dei costrutti speculativi. Chiudo semplicemente con un’ultima citazione, tratta dall’ultima parte del volume, spero illuminante ed esplicativa come generica chiave di lettura, che lascio, però, alla vostra interpretazione: «In altre parole, uno Stato di Israele che torni a svolgere - questa volta da un posto nuovo, sovrano, integro, sicuro - il ruolo e il compito storico, morale, del popolo ebraico nella storia umana».
E' il secondo libro di saggi di Grossman che leggo sulla questione israeliana, palestinese, e della pace fra questi due territori. La capacità dello scrittore sta nel raccontare le difficoltà, le paure e l'estremo bisogno di pace - ora più che mai - attraverso un racconto che ti porta più che mai all'interno della storia e soprattutto della mente, specie degli ebrei israeliani. Ti fa capire cosa li spinge in avanti, ma anche cosa li trattiene indietro, e cosa si può fare, e si deve poter fare, affinché Israele possa continuare a vivere, e la pace iniziare a prosperare.
quattro saggi per "raccontare la pace in un paese in guerra", ma anche l'urgenza della scrittura, il desiderio di vedere cambiamenti. raccontare un popolo attraverso le parole, le citazioni, la descrizione di quel senso di perenne tensione a cui non ci si può e non ci si deve abituare. il primo saggio, "conoscere l'altro dall'interno" mi ha letteralmente folgorato. "ecco, ho l'impressione che sotto molti aspetti noi esseri umani - creature sociali per eccellenza, che tanto investiamo nel rapporto affettivo ed empatico con la nostra famiglia, i nostri amici, il nostro pubblico - siamo in realtà sulla difensiva, asserragliati in modo assai efficace, non solo di fronte a un nemico: in un certo senso siamo sulla difensiva - cioè difendiamo noi stessi - dal prossimo, chiunque esso sia. dalla radiazione della sua interiorità dentro di noi, da ciò che la sua interiorità esige da noi e che si riversa incessantemente su di noi. da quella cosa che qui chiamerò il caos che risiede dentro l'altro. "l'inferno è l'altro" ha detto jean paul sartre, e forse, proprio per questo, per la paura di quell'inferno che esiste nel prossimo, il sottile strato di epidermide che ci avvolge, che separa noi dal prossimo, a volte è spesso e coriaceo come il muro di cinta di una fortezza, nella sua duplice funzione di confine e di ostacolo che separa" [grazie giusi!!]
Premetto che è il primo libro dell’autore che leggo. La lettura non è facile e sicuramente meriterebbe di essere riletto per comprenderlo meglio. La prospettiva è molto interessante considerando che l’autore è nativo di Gerusalemme. Libro che consiglio ma non come lettura leggera, nonostante lo spessore possa ingannare. È sicuramente un libro che invoca la pace, fortunatamente aggiungo.