Il testo di Grazioli è davvero un ottimo saggio - non dico dal quale partire, ché credo sia necessario giustapporre alla lettura saggi maggiormente incentrati sull'animale, poiché il focus sulle dinamiche capitalistiche e lobbistiche entro cui l'animale viene smembrato e occultato (nel quale tuttavia non manca la considerazione dell'altro non-umano) rischia, per chi voglia comprendere ciò che avviene lontano dalla tavola, prima della tavola, a latere di noi animali umani, di non riuscire del tutto a reindirizzare il pensiero antropocentrico - tramite il quale educare nuovamente l'occhio al disvelamento dei tessuti sociali che intercorrono tra l'umano e il non umano, tra chi consuma e chi (appaltato) produce, tra la foresta, l'oceano, i fiumi, le falde, le case, le spighe, il veleno, la morte e gli allevamenti intensivi.
Viene introdotta la maggior parte dei temi cardinali, sebbene il corpus di note non sia eccezionale - ma non è questo l'importante, poiché credo che il formato del libro, divulgativo, guardi ad altro, a innescare quel lumicino che inviti all'approfondimento. Dall'industria agroalimentare, e dalle sue trasformazioni nel corso dei decenni, alle relazioni politiche ed economiche che legano industria, territorio e corpo governativo; dalla manipolata sovranità alimentare che, a vantaggio di parte della popolazione globale, assume piuttosto le vesti di una consunzione d'origine antropica ai danni che l'industria agroalimentare perpetra insinuandosi nell'ecosistema; dall'avvelenamento delle cellule indigene allo sfruttamento di chi, non trovando altra possibilità, è costretto a farsi carnefice, premendo il pulsante che neutralizza l'omicidio, trasformando l'uccisione di un essere vivente in mera automazione; dal trasporto d'esseri viventi traverso il globo ai bagliori della coltura sintetica.
Nonostante che, come anticipato, la crudeltà e la violenza nei confronti degli animali non-umani emergano tra i capitoli, credo che alla lettrice sia risparmiata, alla fine, la visita all'altra zona - non il laboratorio della lavorazione della carne, le stanze asettiche in cui l'animale non-umano giunge già decomposto, seppur ancora riconoscibile nelle sue tante parti, ma il fulcro dell'omicidio e delle torture, di cui soltanto si dà un assaggio e che, tra la materia (tanta) del saggio, finisce per risultare edulcorata o inutilmente iper-drammatizzata.
A quest'ultimo punto mi riaggancio per un'unica e ultima critica: non penso di aver mai letto un saggio così pieno di metafore e similitudini afferenti a sfere semantiche e tematiche del tutto incongruenti l'una con l'altra; sono troppe, davvero troppe e rischiano di giungere all'effetto opposto rispetto a quello che penso fosse l'auspicato, ovvero la maggiore comprensibilità dell'argomento. Non si tratta di un tomo zeppo di dati né statistiche, la materia risulta fluida, così come i ragionamenti, non vedo perché sia dunque necessario ingrassarlo a tal punto d'espedienti linguistici che, qualitativamente, neppure aggiungono granché allo stile. Anzi.
Per tutta la durata della lettura ho pensato all'amarezza stilistica de 'Il fungo alla fine del mondo' che, sorpresa, appare citato nell'epilogo! Spiegato dunque l'arcano, ma invito caldamente a evitare simili modalità scrittorie, d'ascendenza anglosassone, che nulla hanno a che vedere con la chiarezza, l'eleganza testuale (se ricercata) o l'ironia.
Al di là della vagonata di similitudini, che devo ancora digerire, consiglio caldamente la lettura, soprattutto se non s'ha alcuna contezza dell'ambito. Per chi, invece, è già consapevole di ciò che avviene prima del pasto e per conto d'altre creature - che risparmiano a noi l'empio atto d'uccidere -, la lettura potrebbe risultare tutt'al più ridondante.