La vita è precaria, a Belgrado: ci sono i continui bombardamenti della NATO (perché mai, poi, visto che il paese non ama Milošević, proprio come non lo ama l’America?), le sirene degli allarmi a cui ormai non si fa più caso, l’automatismo con cui – secondo le istruzioni - si aprono le finestre e si chiudono le persiane. E poi ci sono anche le morti non accidentali, come quella di Slavko Ćuruvija, direttore del più venduto tabloid serbo, ucciso davanti a casa sua. Veličković lo aveva incontrato poco prima. Ćuruvija gli aveva detto che non avrebbe più pubblicato nulla: non voleva scrivere per i censori. Si erano visti alle quattro del pomeriggio. Alle cinque meno venti due uomini avevano sparato a Ćuruvija. E naturalmente la notizia era passata inosservata.
Veličković ritorna spesso sul tema amaro della mancata libertà di parola e di stampa, la più preziosa di tutte le libertà, quella che può denunciare l’abolizione di tutte le altre nonché i soprusi e le ingiustizie. Che può gridare forte la verità o mettere le verità a confronto. A Belgrado si è tornati a leggere tra le righe, “come ai tempi del totalitarismo morbido di Tito”. “La libertà è di nuovo un granello di polvere tra le righe”. Ogni eroismo è inutile, anche quello più sottotono, come il cercare di sottrarsi di Ćuruvija. A distanza di tempo Veličković verrà a sapere come l’ultimo giorno dell’amico giornalista sia stato filmato, fotografato, registrato e archiviato dalla polizia segreta, come lui stesso appaia, quindi, in quella documentazione: per anni il paese è stato una grande prigione in cui gli individui erano oggetti di cui era lecito disporre. Sorvegliandoli, documentandoli, liquidandoli.
Ma - e questo è un quesito assillante, che si ripresenta ogniqualvolta un regime dittatoriale trascina un intero paese nella sua politica mortale - esiste una responsabilità collettiva oltre ad una colpevolezza individuale? Perché anche se durante il processo a Milošević all’Aja è stato detto che “Questo non è un processo al popolo serbo”, sta di fatto che l’ex presidente ha avuto il sostegno popolare e non è possibile pensare che il popolo serbo sia del tutto innocente della tragedia dei balcani.
Il giornalista che è in Veličković gli suggerisce quando è necessario illuminare la scena, alleviando il peso del dramma con un pizzico di umorismo bellico: quando tutto scarseggia, che cosa si può vendere per acquistare beni di prima necessità? verrà fuori che non si può vendere nulla: la macchina no, perché può servire per fuggire; quadri no, perché vengono valutati poco, perché sono dei regali, perché ci si è affezionati; la bicicletta no, perché con che cosa ci si sposta dato che scarseggia la benzina? Mutatis mutandis: lo scrittore ricorda un pianoforte visto in una casa di campagna vicino a Vienna. Nessuno era capace di suonarlo. Era stato ottenuto in cambio di un chilo di burro nel 1945.
Eppure, non c’è un mondo al di fuori di Belgrado (non c’è alcun mondo al di fuori delle mura di Verona…, scriveva Shakespeare), “anche per me Belgrado è un vizio a cui non riesco a rinunciare”. E scriverne è un esercizio di autoterapia, l’unico modo possibile per ‘accettare’ un’altra morte, di un altro amico: il premier Zoran Djindjić, simbolo della nuova Serbia democratica, fu assassinato il 12 marzo 2003 davanti al palazzo del Governo. Il Washington Post, nel pubblicare l’articolo di Veličković, aveva alterato il testo originale che suggeriva di chiedere a Milošević chi fossero gli assassini. Censura nella libera America?
Dušan Veličković, novinar i pisac, autor knjiga „Slike sumnje“, „Amor mundi“, „Internacionala“, „Ðinđić – Lice mladosti“, „Srbija hardcore“ i „Bela, ćao“, kao i filmova „Lenjin u pokretu“, „Smrtni ljudi, besmrtni zločini“, i „Ðinđić, jedna životna priča“. Dela su mu prevedena na više svetskih jezika.
Bio je član Srpskog PEN centra i član uređivačkog saveta američkog časopisa za evropsku književnost Absinthe, glavni urednik NIN-a (1993–1997), nedeljnika Evropa (2007–2008) i osnivač časopisa Aleksandrija. Laureat je Međunarodne nagrade za slobodu i žurnalizam u Napulju 2009. godine.
"Non si può dire con esattezza quando lo stress è diventata una pandemia [...] Ci sono tante ragioni sociali e politiche che possono aver generato tutto questo stress, mentre le sorti individuali offrono ben poche risposte". Belgrado, Bosnia. Libro scritto in prima persona dallo scrittore e giornalista, brevi capitoli a tema, aneddoti realmente accaduti durante la guerra nel 1999: giornata di bombardamenti, strazianti discorsi, giornali e avvertimenti, cautela e paura, distruzione e speranza.
Non so perché tre stelle, non saprei perché quattro o cinque. Mi piacerebbe prendere un caffè con il signore e vederci una volta all'anno in occasione delle feste.
Подсетио ме је на не тако далеко време, наравно, онако како га је он доживео. Мислим, да нико од нас ко га је преживео, још увек има свежа сећања на то време. Он је и путовао у иностранство, ми смо били срећни да имамо храну, струју и воду...