«Noi non solo pensiamo in una lingua, ma la lingua "pensa con noi" o, per essere ancora piú espliciti, "per noi"». Nell'Italia di oggi, per fortuna, non vi è un ministero della propaganda a forgiare una lingua che influenzi le coscienze, addormenti le resistenze e spinga al pensiero unico; eppure è difficile negare che il linguaggio usato dalla politica e amplificato dai mezzi di comunicazione di massa ruoti attorno a espressioni, parole, frasi che ricorrono sempre di piú, si fanno senso comune, sono spesso udite ma non certo indagate e capite a fondo. Gustavo Zagrebelsky passa in rassegna una serie di questi «luoghi comuni linguistici» e denuncia il rischio che sia questa lingua a pensare per noi, e che i cittadini vivano immersi, senza rendersene conto, in una rete di significati che, se pure gli sfuggono, nondimeno strutturano la loro esperienza, danno forma alla loro vita politica, in ultima analisi regolano e limitano le loro possibilità di comunicare.
Una perla di 58 pagine. In poche righe Zagrebelsky riesce a descrivere una situazione, quella italiana, dove le parole hanno assunto significati nuovi. Ripercorrendo la storia politica dal 1994, l’autore descrive in maniera puntuale ed essenziale come i valori di verità delle parole siano cambiati. Si parla di una società che ha subito una trasformazione che va al di là delle leggi, colpisce proprio il cuore di quella che ancora chiamiamo democrazia. Da leggere...”assolutamente”.
Comunicare, fruire, obbedire. Questo breve saggio cerca di essere il faro che illumina la costa di manipolazioni verso cui la nostra agency va a sbattere quotidianamente. Il linguaggio politico della nostra epoca si maschera di normalità imponendo ai cittadini un vocabolario e concetti standard ormai fortemente interiorizzati anche con la complicità dei media. Quanto siamo consapevoli della lingua che utilizziamo normalmente? Zagrebelsky mette a tema il quesito e ci spiega perché ci troviamo in una "dittatura simbolica". Per liberarsi è necessario decostruirla. Sì, ma come?
Titolo un pò eccessivo per questo libriccino, che potrebbe intitolarsi più modestamente, citando l'autore, "piccola rassegna di locuzioni della politica odierna". Per esempio la parola "amore". Berlusconi dice "L'Italia è il paese che io amo". Ma quando questa parola viene trasportate dai rapporti personali alla politica, diventa una parola violenta, destinata a creare contrapposizioni radicali fra "noi che amiamo" e "voi che odiate". Il limite del saggio è che oscilla ambiguamente fra analisi linguistica e critica politica. Una sintesi è in rete http://www.libertaegiustizia.it/2010/...
Brillante spaccato della realtà politica degli anni 10, attraverso i luoghi comuni linguistici più usati.. Sarebbe interessante una riproposizione dello stesso tema adattato ai giorni nostri
Soffermarsi a guardare il linguaggio che si usa e che ci usa è, come suggerisce Zagrebelsky, molto importante, perchè il linguaggio è un sintomo critico dello stato della società. Qui si passa in rassegna alcuni fatti scelti della deformazione linguistica introdotta quasi interamente da Berlusconi. Con alcune interpretazioni interessanti (ed è interessante capire poi quanto sono fondate). Interessante. Ma troppo corto!