Due vite parallele, due uomini che raccontano la loro esistenza, un passato intessuto di vicende private e drammi collettivi, segni indelebili sulla pelle e dentro l'anima. L'uno ha combattuto l'acquiescenza rassegnata del padre, il conformismo dell'omertà dei piú. Conosce il carcere, l'umiliazione pianificata del campo di concentramento, ma coltiva con coraggio gli insegnamenti del suo primo, grande maestro, il nonno: uno scultore anarchico che gli ha trasmesso il culto dell'intelligenza, della libertà volta a progettare il futuro, a lasciare tracce dietro di sé. L'altro è un uomo che tenta di sottrarsi alla «sensazione di assoluta inutilità», a un mondo vuoto di affetti e di figure di riferimento. Un uomo che non riesce a toccare i sentimenti, ma solo a sfiorarli: l'amore come il dolore. Fugge da tutto, di fronte a lui tutto si consuma lentamente, ma non il suo appuntamento con l'unica vera passione: la scrittura, un libro, un capolavoro scritto in venti giorni. E poi quarant'anni di silenzio, affollato di fobie, di paure tremende che gli impediscono la vita.
Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, è un esperto nel campo della ricerca sul tentato suicidio, dell’epidemiologia psichiatrica e della psichiatria sociale.
Molto bello il confronto tra chi cerca nella paura una ragione per trascinarsi durante tutta l'esistenza e chi invece dalla paura trova il modo di essere una persona migliore, bel libricino
"Studiavo senza entusiasmo, studiavo e basta. Era l'unica cosa che facevo, che sapevo fare. Nessuno dei miei professori ha mai insegnato con passione: l'amore per la letteratura l'ho conosciuto da solo, e l'ho custodito dentro di me come un segreto inconfessabile. Consumavo la notte a leggere di tutto, in particolare i classici russi, francesi, inglesi. Amavo leggere perché sapevo che non mi avrebbero mai interrogato su quelle pagine costate ore rubate al sonno: era come entrare in un mondo lontano, riparato dagli sguardi degli altri, riservato solo a me. Un mondo che mi seduceva perché non dovevo condividerlo, e non mi giudicava."
"Di cose ne avevo viste molte, ma mi erano come scivolate via puntualmente dalle mani. Avrei voluto inventarmi un modo per trattenere la mia vita o almeno qualche piccola parte di essa per poterla appendere come a un attaccapanni, senza temere che quel tempo volasse lontano lasciando ancora vuoti. Solo cosi sarebbe stato possibile, mi dicevo, vederli e annusarli, i miei giorni. Solo cosi li avrei potuti guardare senza averne paura."
Questo libro mi ha rapita.Era come leggere i pensieri di una persona.Avevo paura di finirlo, perché mi aveva preso così tanto, che non volevo finirlo.Ma secondo me, merita di essere letto.