Il "Los Angeles Times" ha dichiarato bancarotta prima di essere salvato, il "Washington Post" resiste a malapena, ovunque le redazioni chiudono, i corrispondenti esteri fanno fagotto e tornano a casa. In tutto il mondo, quotidiani con secoli di storia alle spalle ormai vivono alla giornata. E se fino a qualche tempo fa il web, potente vetrina promozionale, sembrava un utile alleato, oggi infuria una guerra senza quartiere tra chi vuol mettere ogni notizia a portata di click e chi cerca di proteggere contenuti di qualità faticosamente prodotti. Nelle battaglie tra i giovani leoni dell'informatica e le vecchie volpi dell'editoria, sono queste ad avere la peggio, mentre monta l'onda del giornalismo "dal basso", con lettori che chiedono di partecipare in maniera sempre più attiva al flusso delle un cinguettio di Twitter, un link condiviso su Facebook, l'inchiesta fai da te di un blogger, le news di un aggregatore sono ormai più fruibili del classico quotidiano. E l'Apocalisse? In un certo senso siccome dimostrano Massimo Gaggi e Marco Bardazzi in questa disamina felicemente ricca di aneddoti quanto acuminata nell'analisi. Ma ciò non significa che non si possa ripensare e reinventare il giornalismo nell'"era di vetro" che ci sta regalando un'informazione più trasparente ma più fragile.
sono andata al festival dell'economia a trento e ho seguito la presentazione di questo libro: sto Gaggi che se l'è presa con gli ingegneri secondo me parte già con un punto di vista rispetto alla visione d'insieme un po' settaria... ma vabbè, però il libro l'ho comprato lo stesso. AGGIORNAMENTI: finalmente finito! l'esatta sensazione di leggere qualcosa di già vecchio (sarà che si trova tanta informazione su sta roba in rete, sarà che contiene un po' troppo astio epr la situazione da parte degli autori..)
In quanto giornalista sono un po' come un orso polare che sta navigando su un iceberg in direzione dell'equatore: non so né il dove né il quando, ma il come andrà a finire lo so con assoluta certezza.
Ho comprato questo libro per vedere se contenesse non tanto un'analisi di quello che sta accadendo (fin lì ci arriviamo tutti) quanto un tentativo di prefigurare il modo in cui l'informazione verrà fornita nel futuro.
Purtroppo mi sono trovato di fronte a un compitino giudizioso, con una serie di mini-reportages (di ottima fattura, per carità) su Google, Twitter e Facebook, e poi sul New York Times e su Kindle, intervallati da "casi umani", tipo la storia della giornalista americana di mezz'età che ora fa la stagista sotto una ragazzina per imparare ad usare la Rete... (ma che era, la Bella Addormentata nel sotto-bosco?)
Questo libro va probabilmente bene per chi il fenomeno lo sta vivendo dall'esterno, e non chiede nulla di più che un'esotica visita guidata in questo "zoo". Ma per chi la trasformazione la sta vivendo in prima persona (tipo coloro che scrivono gratis su aNobii recensioni dei libri che leggono, invece che su un giornale e facendosi pagare ;-) ) il libro non contiene nulla di nuovo.
Non che manchi, qui e lì, la frase azzeccata che si sottolinea perché "ma guarda come l'ha detta bene lui", però qui manca l'intuizione, la visione, la capacità di immaginare il futuro. Magari sbagliando, ma magari indicando strade e prospettive nuove al lettore. Qui ci si limita a fotografare il presente, ossia un momento in cui si sa solo che i vecchi metodi di produzione dell'informazione non vanno più bene, ma nessuno ha la più pallida idea di come si evolverà. Mentre era proprio qui che serviva il colpo d'ala...
Insomma, in queste pagine ho letto spesso la preoccupazione, che condivido, ma raramente l'eccitazione per le possibilità che offre la Rete, che io provo.
Concludendo: il libro non è scritto male, ma l'ho comprato perché so che la carta stampata è in crisi, e leggendolo ho scoperto che la carta stampata è in crisi... 280 pagine e 18 euro per avere la conferma di quel che si sapeva già fin dall'inizio? Decidete voi se ne valga la pena.
La crisi della carta stampata, da cui anche i più importanti quotidiani sono colpiti, ha avuto effetti ancora più devastanti sul giornalismo locale. Le redazioni con basso budget hanno dovuto chiudere e riciclarsi in qualche maniera. Nella rete sperano di trovare l'ancora di salvezza, grazie anche all'appoggio degli utneti-lettori. Internet, i suoi simboli come i social media hanno moltiplicato la presenza degli scrittori e rotto la tadizionale gerarchia verticale editori, produttori (giornalisti-autori) e fruitori. Una maggiore interattività permette di avere più quantità d'informazioni sulla realtà, possibilità di aiuto dagli utenti per la verifica dei fatti (una mamma-detective inglese, grazie al motore di ricerca, scopre la verità su una vicenda apparsa sui quotidiani), per l'analisi dei dati (il Daily Telegraph si è fatto aiutare per setacciare 458.832 pagine sulle spese dei parlamentari). Dall'altro lato spinge per una maggiore personalizzazione (ricerche mirate su base geografica e non solo lasciati nella navigazione) e quindi la formazione di nicchie di pensiero e di azione. DIminuiscono le possibilità d'incontrare opinioni diverse e di misurarsi con esse.In ciò sta il senso dell'era di vetro del titolo, un'era che è meglio definire opaca e non sempre trasparente e garanzia di una società più partecipativa, più conoscente. Basti pensare alla democrazia nella rete voluta da Obama, la delusione per la mancata ricezione della riforma sanitaria dei cittadini americani.
Una visione un po' banalotta già nel 2010, che si autodistrugge non prendendo in considerazione l'iPad pur essendo uscito dopo l'annuncio della presentazione (onestamente io a quel punto avrei aspettato per essere aggiornato, ma vabbeh), che demonizza altri libri che ho già letto.... Mah. Oggi forse è utile proprio per capire cosa scartare in certe riflessioni.