"Quando il Silvio, raccontatore di miracoli impareggiabile, si affacciò sulla scena politica, ancora si ripeteva in giro che la televisione era lo specchio della società. Era un'interpretazione ormai inadeguata: presto la società italiana sarebbe entrata dentro quello strano specchio, tutta intera come Alice e, come lei, sarebbe partita per il viaggio più colorato e spaventoso della propria Storia." Enrico Brizzi racconta con ironia l'Italia dagli anni Ottanta a oggi. Nell'agra commedia nazionale c'è posto per passioni e amicizie, Pertini e Supergulp, Berlinguer e Drive in, gli anni del Pentapartito e lo strano destino di un narratore esordiente. E poi il Silvio, l'ascesa al potere, i pubblici scandali, la fine del mito. La Prima e la Seconda Repubblica del nostro Paese sempre in attesa di un'altra primavera. Il presente volume è ideale proseguimento e completamento di "La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco".
Rabbia, tanta rabbia a leggere le italiche vicende dagli anni '80 al 2010, in cui sempre, per un verso o per l'altro, rientra il Silvio. E' vero, le abbiamo vissute in prima persona (e ci siamo, -il noi si riferisce a chi ha reagito come me- incazzati, abbiamo sbraitato, ragionato, riflettuto e continuato a covare la rabbia in privato), ma vedersele ricostruire sotto gli occhi, collegate nel disegno ultimo che il nostro ex premier -penso sia più giusto definirlo attualmente premier di fatto- ha sempre avuto in mente, cioè instaurare la dittatura dell'apparire e del nulla, fa infuriare. E poi amarezza, amarezza per come Brizzi finisce questo saggio socio-antropologico e di costume, nell'estate del 2010. Ecco le sue (purtroppo niente affatto) vaticinanti ultime parole: "Sono in pochi, oggi, a scommettere che potrà contare in futuro sull'ampio consenso popolare del quale ha beneficiato sin qui: la sua immagine, studiata per suggerire sicurezza e prosperità, appare logora e sovraesposta persino ai commentatori più prudenti".... "Sempre risorge, identico a sè stesso, il ghignante Gattopardo."
Enrico Brizzi fu uno scrittore adolescenziale all'epoca in cui gli scrittori adolescenziali non avevano 40 anni e non si chiamavano Moccia. Il suo "Jack Frusciante" fu un caso letterario, bene accolto dal pubblico e dalla critica proprio per la spontaneità e la freschezza; a quei tempi e ancora per poco di fronte a ogni parola stampata non vigeva il sospetto preventivo della macchina editoriale per far soldi e creare il successo a tavolino. Tanto è vero che anche le sue prove successive furono molto interessanti, a cominciare dal terribile "Bastogne", da me a suo tempo recensito, che raccontava tutt'altro rispetto ai timidi batticuori della sua prima prova. In seguito Brizzi pubblicò vari altri libri, peraltro sempre in maniera non ripetitiva o meccanica, mentre nel frattempo metteva su famiglia e si appassionava di lunghi trekking a piedi. Questo libro è un'interessante panoramica della nazione Italia dagli anni Ottanta ad oggi, mostrando, in maniera scanzonata e documentata, come si possa essere arrivati da un mondo in cui valori e senso della politica, almeno per qualcuno, significavano ancora qualcosa, all'attuale sfacelo. Per descrivere tutto questo Brizzi ha coniato una parola fantastica, "autogolpe", contrazione di "golpe" e "autogol": in sostanza i golpisti sono stati gli stessi italiani che hanno acconsentito a farsi incantare e rintronare dalla videocrazia berlusconiana, strumento soft per concretizzare il piano di rinascita democratica di Licio Gelli e soprattutto il più bieco culto della personalità, non solo per lo stesso Berlusconi, peraltro. Avrebbero potuto non farlo, ma lo hanno fatto. Anche grazie all'acquiescienza di una sinistra che non ha saputo, o voluto, correre ai ripari quando era ancora in tempo per farlo (e Brizzi fa nomi e cognomi, uno in particolare, che comincia per D'A e finisce per Lema). Brizzi scrive in prima persona, ma parla, oltre che di sé, anche di due suoi amici probabilmente immaginari ma assolutamente verosimili per esemplificare i sostenitori-tipo del sistema di potere berlusconiano: Iuri, di povere origini, estasiato dalla videocrazia e dalla prospettiva di andare in televisione al Grande Fratello o analoghi, per il quale il Silvio è un mito e un modello. E LucaPietro, ricco di famiglia da sempre, che non apprezza né stima Berlusconi ma lo considera lo strumento meno peggio perché lui, e quelli come lui, possano continuare a conservare benessere e posizione sociale. Da leggere turandosi il naso, e non certo per le notevolissime capacità narrative di Brizzi o per la sua disincantata ironia. Tra l'altro, molti stralci di questo libro sono stati pubblicati sul Post: http://www.ilpost.it/c/cultura/enrico... Va da sé che è meglio leggere il libro originale, che è di quasi 300 pagine.
Sicuramente non è un capolavoro della letteratura, ma ho apprezzato moltissimo questa storia breve del paese che esamina l'anomalia Italia vedendola tutta dal punto di vista della tv. Alla fine ti accorgi davvero che finché la televisione avrà un potere così grande sulle persone e finché mancherà del tutto il senso critico non saremo mai un paese normale.
Piacevolissima rilettura di Brizzi di un ventennio, quello berlusconiano, dove alterna l’analisi dello specchio più fedele che abbiamo, la televisione, fatti biografici e resoconti puntuali tratti dalla politica. Ne esce fuori un libro multiforme, piacevole, vero.
Seguente il "La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco" col consueto tono da arguto studente e l'aria di uno che s'accorge di crescere in un periodo dove tra un Valentiniano III o Flavio Marciano o Petronio Massimo un Avito o un Maggioriano o Flavio Ricimero o Libio Severo o un Anicio Olibrio un Glicerio un Giulio Nepote e per finire un Patrizio Oreste, ti capita un Silvio I. Brizzi gioca a fare il Boezio o il Procopio dell'Era Televisiva e rendendosi conto da ragazzino a giovane uomo con Wallaciana perspicacia che la TV � l'Acqua. Alternando la cronistoria politica dell'Italia alle tappe spesso televisive della sua vita di scrittore, d'aneddoto in commento, da nota arguta a racconto, arriva da trent'anni fa fino all'altro ieri (manca solo l'ultimo scandalo). Fresco, con ritrattini esilaranti e punzecchiature pi� che nerbate, compaiono i personaggi del Basso Impero Televisivo e politico che Brizzi sembra farcelo intuire, crescendo s'accorge che forse sono la stessa cosa e che la TV, per il solo fatto che � stata inventata, � oramai l'acqua dove quasi tutto nuota. Pieno di colossali sottovalutazioni, cappelle himalayane e fraintendimenti memorabili, le alternanze di governo sono onde che insegnano al ragazzo a crescere accorto, senza diventare cinico. Per incasellare tendenze ed appartenenze usa i propri conoscenti, ovviamente avremo il rozzo che finisce legaiolo e il borghesone notaione forzista naturaliter, che sfocia nello studio familiare con moglie di coscia svelta di prammatica. Ma come? Uno che definisci accorto � cos� quai�n? E ti piace? Mi piace, certo. E' cos� onesto, da non mostrarsi mai di aver capito tutto gi� dalla nascita. Il che, in mezzo a soloni nati imparati che hanno collezione di naufragi e ancor s'ostinano a proporsi come nocchieri, � un proporsi brillante, non trovate? Sbagliando impara e mentre impara non s'incarognisce. Mica poco. E gli errori sono quelli commessi da un bel po' del five million club, che li abbia fatti pure lui, che del 5MC � un leader in quanto scrittore, mostra che forse erano trappole difficili da evitare. Poi io a Brizzi voglio fraternamente bene, ma questa � un'altra storia. colonna sonora: Depeche Mode - sounds of universe
Questo libro passerà ai posteri, se mai succederà, solo per ricordare come mai Berlusconi abbia avuto vita così facile in Italia nel ventennio 1994 - 2014. E il motivo è che l'opposizione, il cui pensiero è qui rappresentato dall'autore, Enrico Brizzi, non ha mai capito nulla del Silvio e del suo magico consenso, ma si è sempre nascosta dietro una fantasiosa vulgata, dove gli "altri" sono il marcio dell'Italia e i buoni vengono sempre sconfitti da sordidi complotti. E così ecco un altro libro che racconta la favoletta secondo cui gli Italiani hanno guardato le tv del Silvio per 10 anni, sono diventati scemi e quindi pronti a votarlo ad ogni tornata elettorale. E poi sempre complotti su complotti, senza mai affrontare il tema vero: perché la sinistra, nonostante la caduta del muro e i numerosi cambiamenti di nomi e sigle, non si è mai proposta come valida alternativa, ma è sempre riuscita a disperdere quel poco consenso che otteneva? Chiaro, era solo colpa di D'Alema, se non fosse stato per lui a quest'ora vivremmo in una specie di Svizzera... In conclusione, visione politica: zero. Si salvano solo alcuni aneddoti curiosi sulla tv anni '80, ma per il resto molta molta noia.