Intorno a Jenin non è restato nulla. La guerra ha devastato tutto. Solo corpi esangui, ricordi, e la scarpa abbandonata di un bambino, che Jenin spera di vedere ancora, a piedi nudi, alla ricerca della sua scarpa perduta. Mentre percorre questo paesaggio devastato dalla guerra, Jenin canta un'elegia di dolore e rabbia, un inno alla vita, violentata senza scrupoli dai conflitti.
Tahar Ben Jelloun (Arabic: الطاهر بن جلون) is a Moroccan writer. The entirety of his work is written in French, although his first language is Arabic. He became known for his 1985 novel L’Enfant de Sable (The Sand Child). Today he lives in Paris and continues to write. He has been short-listed for the Nobel Prize in Literature.
Che grande scrittore, Tahar Ben Jelloun! Ultimamente ho letto alcuni suoi lavori, brevi ma di grande contenuto, come questo intitolato “Jenin”. Titolo evocativo e fortemente significativo che, di colpo, ci scaraventa nella martoriata Palestina tra le macerie della storia e di un dramma senza fine. Alto e straziato, il grido di una donna ricoperta di polvere si leva tra quelle rovine, fino a farsi voce corale del campo profughi di Jenin, teatro di un efferato massacro, e di un popolo intero, nonché di una terra santa e dannata che ancora oggi si domanda quando potrà ritornare a essere semplicemente una terra d’ulivi. Intanto, i suoi figli sono costretti a partire, a disperdersi in nuove infinite diaspore nei lontani quartieri dell’esilio, tra i profumi vagabondi di sesamo e timo, sorte comune a molti palestinesi; tra loro anche Mahmud Darwish, l’ormai compianto poeta della resistenza, la cui voce brilla tristemente in mezzo alle altre che in queste pagine piangono. Una toccante prova dello scrittore marocchino, per me preludio – spero – alla lettura di qualche suo romanzo.
“[…] qui il diritto non esiste, è come un fiore: non ci sono più fiori nei nostri campi, non ci sono più giardini, più sorgenti. Hanno distrutto tutto. Il diritto? È il diritto del più forte. Il diritto abita in un tank, un carro, un bulldozer, un cannone puntato sui civili…”
"La nostra pelle non è abbastanza grande per altri massacri"
Breve raccolta di scritti tutti riguardanti Jenin, in date diverse e in forme narrative diverse, hanno in comune un certo tono tra il folle e l'onirico. Mi secca dovere ammettere che la tragedia e l'orrore raccontati in forma poetica, ad una prima lettura risultano essere un qualcosa di ridondante e troppo leggero. La lettura di "Ogni mattina a Jenin" di Susan Abulhawa mi ha aiutato ad apprezzarlo di più, mi ha fornito un quadro con degli appigli concreti, ed allora rileggere una poesia che descrive una fotografia già vista, che ripete una storia già conosciuta, è stato più coinvolgente.
Ci sono dei libri che non si dovrebbero leggere, a meno di non rischiare di perdere serenità o, meglio la capacità di sbattersene e di rimanere superficiali per sopravvivere a questo mondo. Questo è uno di questi libri, l'altro, se ve lo ricordate, era Gomorra. 70 pagine scritte con il sangue, con quello dei palestinesi per essere precisi, per coloro che vivono nei campi profughi e magari sono stati talmente "fortunati" che non erano quelli di Sabra o Chatila e non era il 1982, anche se.... anche se Israele non ha permesso che l'O.N.U. investigasse su "presunte" violazioni e violenze ai danni della popolazione di Jenin nel 2002. Come si dice, passano gli anni (20 per la precisione) ma certe cose restano le stesse. Nomi, persone che non torneranno più, case che non esistono e città ridotte in macerie, se volete avere un'idea di che cosa significhi veramente una guerra e di quanto devastante sia il suo impatto, leggetevi questo libro, non mi ringrazierete, ma magari avrete le idee più chiare.
... [iniziato il 15 marzo] a ridosso delle elezioni israeliane. Il battito di speranza delle ali della libertà. E un colpo secco. Che brucia ogni domani di cielo.