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Roma K.O.: Romanzo d'amore, droga e odio di classe

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Roma, settembre 2008. Il Corviale, leviatano edilizio lungo un chilometro, subisce all'improvviso gravi danni strutturali. II sindaco V. decide di trasferire i suoi seimila abitanti in una tendopoli allestita negli studios di Cinecittà, proprio a ridosso di un grande centro commerciale. La rabbia degli sfollati e l'irrefrenabile desiderio di possedere merci fanno scattare un meccanismo fuori dagli argini della razionalità, destinato a cambiare persino gli equilibri meteorologici delta città eterna. II romanzo si svolge in cinque adrenalinici giorni, con la continua irruzione della voce del Duka che, attraverso iperboliche testimonianze, narra trent'anni di inedita storia underground, fino allo scontro frontale, a tutta velocità, tra fiction e realtà. Un pugno da k.o. a qualsiasi forma di normalizzazione.

220 pages, Paperback

First published January 1, 2008

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Duka

7 books1 follower

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Displaying 1 - 4 of 4 reviews
Profile Image for Gerardo.
489 reviews34 followers
October 21, 2016
Il testo si divide in due parti: la prima è il racconto di come lo sgombro di un quartiere popolare sfoci in una grande manifestazione di violenza, la seconda mostra come questa manifestazione sia stata occasione di incontro di due vecchi compagni e di come l'uno decida di intervistare l'altro sulla storia dei movimenti underground italiani dagli anni Settanta al G8 di Genova, nel 2001.

La prima parte è la più interessante, anche se occupa meno spazio rispetto alla seconda: la scrittura riesce a restituire, in maniera ironica e per questo più onesta, l'atmosfera delle manifestazioni contemporanee. Dietro alla retorica della lotta di classe, oggi, si cela un sentimento di rivalsa, di pura invidia, dove la manifestazione diventa occasione di caos in cui il ladrocinio diventa possibile: il proletariato contemporaneo, quindi, anziché combattere contro il sistema delle merci, decide di assaltarlo per appropriarsene. Allora non è più una lotta per cambiare le cose, ma è una lotta dove il povero cerca di assorbire, come può, quel mondo alto che tanto sogna e desidera. E' la vittoria del capitalismo: ha invaso i desideri di tutti, anche di coloro che sono stati gettati fuori dal mondo delle merci, e ogni lotta si trasforma in un tentativo di spersonalizzazione. Non c'è più un'identità di classe, ma una massa indistinta che vuole varcare le porte del paradiso commerciale. La scelta di ambientare la protesta in un centro commerciale, dove il corteo viene rappresentato come gli zombie di Romero, è una delle pagine più amaramente ironiche che ho letto in questi anni. Ammiro il coraggio dell'onestà, che è più forte della disillusione (sentimento un po' snob e narcisistico, fattori che non traspaiono nella scrittura di Philopat).

La seconda parte è una lunga intervista, troppo lunga, a un protagonista dei centri sociali: il Duka, coautore del testo. L'operazione è interessante, ma noiosa: la storia dei centri sociali, dopo un po', diventa un eterno ripetersi di stesse dinamiche: musica, lotte, scontri con la polizia, gente strafatta.

La voce del Duka è ricca di nomi, sigle, eventi che non significano nulla per chi non ha vissuto quella storia, ma si mostrano nel loro confusionario accumulo, rendendo il lettore uno spettatore spaesato di una storia confusa che, però, è stata confusa per gli stessi suoi protagonisti. Tante pagine e nessun pensiero: non si capisce né cosa il Duka, né cosa i centri sociali cercassero di trasmettere con le loro azioni. Questa, però, è l'operazione di questo testo: il mondo dei centri sociali non ha fondato un'etica, bensì un'estetica metropolitana. Quel che resta di quel mondo è l'elemento artistico, visivo e sonoro: la sua moda, la sua musica, la sua grafica, il suo modo di organizzare le cose, anche la sua architettura urbana fatta di struttura occupate vissute in maniera intensa. Il testo sembra dirci che, anche se sembra essere rimasto solo questo, non è un elemento che può essere sottovalutato: è stato creato un mondo che vive nella sua ritualità, nella sua simbologia e che, nonostante i vari svuotamenti di contenuto contemporanei, ha marchiato il nostro modo di vivere. Purtroppo, le persone protagoniste di questa fase sono solo dei sopravvissuti, dei resti umani a testimonianza di una grande stagione: la droga, la vita ai margini hanno portato alla morte molte persone, mostrando come questo stile di vita porti con sé una forza autodistruttiva che non sempre riesce a sfociare in rabbia rivoluzionaria, ma che spesso si limita a una ricerca del piacere ossessiva, egoistica, fine a se stessa.

Il personaggio del Duka incarna tutto ciò: egli conta solo in quanto narratore, senza la sua memoria storica non conterebbe nulla. E' un puro contenitore di fatti che di per sé non ha valore. Di lui scopriamo poco, se non che abbia partecipato a tutti i più grandi eventi organizzati dai centri sociali, alle più imponenti manifestazioni di lotta. Ma non sappiamo che tipo di politica propone, non sappiamo che tipi di desideri abbia. E' un personaggio privo di progettualità, è un puro passato che si perpetua nella sua voce narrante. Il suo corpo non esiste, bensì resiste: si ciba di droghe per continuare a narrare, poiché sa che senza storie egli non sarebbe nulla. Non conta che sia stato ferito, non conta che abbia bisogno di dormire e mangiare, non conta che abbia difficoltà a respirare: tutto ciò è legato alla sua vita, ma al testo della sua vita fisica non gli importa, poiché egli è nel romanzo solo per narrare.

FINALE

Il suo gesto ribelle di sparire e il crollo del Corviale sono il tentativo del singolo di acquisire, finalmente, una propria individualità e di non essere più vivo solo perché sopravvissuto di una massa che ha avuto la sua importanza. Non vuole essere più ricordo di un qualcosa che lo ha trasceso, ma essere solo se stesso. Questo è possibile solo con un taglio deciso, violento, distruttore con il passato.

Il G8 è stata la grande sconfitta di quella stagione culturale, poiché quel mondo che fino al 2001 era vissuto nella sua vitale estetica, si era dovuto scontrare con la realtà armata di manganello. A Genova, scoprono che qualsiasi scontro passato non era che una rappresentazione simbolica di ciò che è davvero uno scontro. Genova è stata vera guerra: lì, l'estetica cade sotto il peso del sangue e delle ossa rotte, mostrandosi in tutta la sua incapacità di resistere di fronte a tale forza. Dopo quel giorno, purtroppo, per il Duka ogni manifestazione varrà come una concessione da parte di un potere che, col G8, aveva dimostrato che una manifestazione, seppure grande, non può fare davvero niente.

E' un testo coraggioso perché scritto da due protagonisti di quel mondo, che però devono accettare non tanto una sconfitta, ma il fatto che abbiano vissuto un grande sogno reale nella sua visionarità, ma inconsistente nella sua fatticità.
241 reviews2 followers
January 30, 2021
Duka philopat - Roma KO 6.5 - la vita underground dei centri sociali da fine anno 70 alla zona rossa di Genova. Dai clash, il reggae, la techno e i rave. Qualche intersezione personale emoziona. Valerio vive
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Profile Image for Wu Ming.
Author 38 books1,273 followers
December 29, 2010
WM5: Il sindaco V. vuole sgomberare i seimila abitanti di Corviale, che ha subito danni strutturali, in una tendopoli a Cinecittà, proprio di fianco a un grande centro commerciale.
Non è il migliore dei piani. Scoppia la rivolta, come c'era da aspettarsi. Black Bloc e donne velate, hippoppettari e massaie corvialine, riot grrrls fuori tempo massimo, rasta, coatti di quartiere, compagni. Partono cinque giorni deliranti.
Ricordo la frustrazione adolescenziale dello specchiarsi nelle vetrine e vedere che non si è vestiti nel modo giusto, che non lo si può essere. Infiniti episodi di violenza urbana hanno la radice in questo fondo emotivo. Merci attraverso vetrine, imprendibili, oggetti che consentirebbero una forma momentanea di riscatto. Protesi contro l'impotenza, palliativi contro il disagio, effetto placebo sociale: la chiave del grottesco, dello smisurato, del deforme, se giocata con misura, sembra essere uno dei modi pi� efficaci per raccontare la quotidianit� di questo paese, in questo momento storico, purch� venga espunta ogni tendenza dolciastra, felliniana nel senso deteriore del termine, e purch� si presti una cura iperrealista alla descrizione di volti, oggetti, contesti, parole, modi. In altre parole, non occorrono giochi di specchi per scoprire la deformit� nella vita di tutti i giorni. Basta essere moderatamente lucidi e attenti. La deformit� del paese, in pi�, non si � prodotta ora. E' risultato degli ultimi venticinque anni di storia.
In questo romanzo, davvero, manca solo la giraffa che si suicida buttandosi dalla finestra di un edificio in fiamme. Eppure qui c'� il quotidiano, qui ci siamo noi come comunit�, di fronte a una impasse storica che chi � nato e vissuto in un quartiere di periferia, come me, pu� interpretare come invito alla rivolta, anche senza futuro, purch� divertente. Del resto anche l'edificio-simbolo da cui parte la vicenda del romanzo � immediatamente grottesco. Un edificio lungo un chilometro, epitome del disagio da metropoli, mutazione italica di concetti funzionalisti. Si dice che la presenza di Corviale alteri il flusso dei venti in tutta la citt�, che impedisca al ponentino di spirare. Di certo vivere in simili contesti � ma anche in periferie "illuminate" come la Barca, da cui provengo, cantata dagli Scritti Politti in Skank Block Bologna, o nel grigiore da hinterland che Philopat conosce bene � altera la prospettiva, la rende angusta, oppure spinge all'apertura, instilla in chi ha avuto la forza o la fortuna di guardare dietro l'angolo voglia di ribellione, di libert�, di fuga.

Se c'� una cosa quindi che traspare da quest'ultimo lavoro di Marco Philopat e del Duka � vera e propria memoria storica che ha attraversato decenni di movimento e di street life romana- � il materiale di cui siamo fatti tutti, noi che apparteniamo a generazioni vicine. Cascami di ideologie, assemblaggi di stili di strada, drammi e farse, oggetti d'uso, oggetti di culto, nomi di atleti e attori, droghe, l'idea del viaggio come ombra del quotidiano difficile, una tendenza allo stoicismo coniugata con la pulsione forte, vivida, potente al consumo, all'edonismo, al piacere, al dandismo da poveri, da classe operaia, l'idea che � possibile non fare un cazzo e vivere felici, anche se questa cosa poi � uno sbattimento infernale. Attorno alle storie del Duka, che coprono vicende lontane, disparate, eppure risonanti � la nascita del tifo organizzato nella curva romanista, i primi rave party a Ibiza, il punk e la new wave, il Chiapas pre-insurrezione, Amsterdam, i Paesi Baschi - si snoda una vicenda urbana contemporanea, appena oltre il plausibile, risolta con efficacia, divertente, agevole, popolare nella migliore accezione del termine. Il rischio del reducismo � presente, ma viene dribblato agilmente, con un tocco da futebol bailado sudamericano, perch� la storia tiene, le storie del Duka sono impagabili � vedi quella del Punk Secco e della corsa di carrelli da supermercato, o l'incontro con i casseurs nella Parigi dei rifugiati politici italiani - e i personaggi, specie il giornalista free lance ex-compagno e pusher di coca (e anche un paio di presenze femminili) sono ben delineati, calati nella realt�, credibili.
http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropau…

55 reviews3 followers
July 25, 2013
Stavolta Philopat mi ha un po’ deluso, perlomeno rispetto a La Banda Bellini. Il romanzo mette insieme una storia all’inizio molto promettente (l’occupazione del centro commerciale Cinecittà 2 a Roma da parte degli ex-abitanti sfollati del Corviale, mostro architettonico anni ’70 abbandonato al degrado, non più abitabile in seguito a un incendio) con i racconti dell’underground romano 1980-2001 del Duka. Il risultato è che la storia che incornicia i racconti rimane una promessa non mantenuta e i racconti vengono annacquati da frequenti incursioni del presente, che all’inizio, quando il presente ha qualcosa da raccontare, sono gradevoli, poi diventano via via qualcosa di posticcio. Probabilmente questa sensazione è stata amplificata, per quanto mi riguarda, dal fatto che l’ho letto poche pagine per volta e tutte in metropolitana, tra spintoni e avvitamenti su me stesso. Quindi cosa rimane? Rimangono le storie del Duka. Rimane la descrizione (sommaria certo, ma è pur sempre un romanzo) dell’evoluzione delle controculture giovanili a Roma e non solo. Rimane il racconto di una generazione di gente che cade e si rialza, sempre, che dopo essere stata battuta rimane lì, sorniona, aspettando solo l’occasione buona per riprovarci. Rimangono gli episodi, quelli che strappano sorrisi, come il tizio che fa la colletta in assemblea per il giubbotto nuovo o la corsa coi carrelli, quelli epici, veri, come gli scontri di Bologna e, a suo modo, la mattanza di Genova e immaginari, come l'occupazione di Cinecittà 2. Rimangono i personaggi che si incontrano e scompaiono in poche righe o poche pagine, come il Lupo, come la ragazza del Quarticciolo. Non è poco, ma poteva essere di più. Poi oh, magari so' io che pretendo troppo.
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