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La messa dell'uomo disarmato. Un romanzo sulla Resistenza
«La guerra scoppiò quando il frumento cominciava ad avvolgersi della sua veste di grazia e le ultime more sui gelsi morivano di troppa dolcezza. Tutta la gente del paese doveva essere presente in piazza davanti al municipio, sul cui balcone il podestà aveva acceso la radio a tutto volume. Toni non c’era, e nemmeno il fabbro, il professore, l’arciprete e Rondine, il nostro martire. Io c’ero. Dovevo rappresentare anche mio padre; due erano troppi, ma uno era necessario, mi aveva detto.»
Primavera del 1940: Franco lascia il monastero benedettino in cui era novizio e torna alla cascina dei genitori, La Campanella. Ha deciso: farà il contadino. L’Italia entra in guerra e Piero, suo fratello, è inviato come ufficiale medico in Grecia. Rientrerà pochi mesi dopo con i piedi semicongelati mentre altri giovani partiranno per la campagna di Russia. Franco è voce narrante di una vicenda corale, che fa perno sulla Campanella per includere la vita dell’intero paese – mai nominato ma collocato nella piana padana – un concentrato microcosmico dell’Italia rurale di allora: i contadini e gli ambulanti, le operaie della filanda, un misterioso professore in odore di socialismo, il maresciallo dei carabinieri, il segretario del fascio, l’arciprete.
L’8 settembre 1943 segna un momento di svolta nella vita di tutti: l’occupazione nazista spinge a compiere delle scelte, per alcuni radicali. Sullo sfondo di una potente “poetica della terra”, si impone il racconto della lotta di Resistenza, sulle montagne, di diverse bande partigiane: la storia di Lupo e di Balilla, di Piero e di Rondine, del Capitano e di Stalino, di Sbrinz. I resistenti trovano sostegno pratico e spirituale nei monaci del monastero in cui Franco è stato novizio: Dom Benedetto segue in montagna le bande, disarmato, abitato da dubbi laceranti ma ancor più da un urgente sentimento di fraternità; l’Abate mette a repentaglio la vita per proteggere i partigiani che gli si sono affidati. Anche Franco, e con lui quanti sono rimasti alla Campanella e nel paese, fanno la loro parte: la Grande Storia si chiude nella piccola storia. Il racconto, scandito dalle stagioni della terra, si avvia al termine seguendo negli anni la vita dei protagonisti fino a quando il senso di avvenimenti tanto grandi sarà finalmente a loro chiaro.
La messa dell’uomo disarmato è un romanzo di altissimo valore letterario e civile, in cui batte qualcosa che interroga la nostra più sincera umanità.
Primavera del 1940: Franco lascia il monastero benedettino in cui era novizio e torna alla cascina dei genitori, La Campanella. Ha deciso: farà il contadino. L’Italia entra in guerra e Piero, suo fratello, è inviato come ufficiale medico in Grecia. Rientrerà pochi mesi dopo con i piedi semicongelati mentre altri giovani partiranno per la campagna di Russia. Franco è voce narrante di una vicenda corale, che fa perno sulla Campanella per includere la vita dell’intero paese – mai nominato ma collocato nella piana padana – un concentrato microcosmico dell’Italia rurale di allora: i contadini e gli ambulanti, le operaie della filanda, un misterioso professore in odore di socialismo, il maresciallo dei carabinieri, il segretario del fascio, l’arciprete.
L’8 settembre 1943 segna un momento di svolta nella vita di tutti: l’occupazione nazista spinge a compiere delle scelte, per alcuni radicali. Sullo sfondo di una potente “poetica della terra”, si impone il racconto della lotta di Resistenza, sulle montagne, di diverse bande partigiane: la storia di Lupo e di Balilla, di Piero e di Rondine, del Capitano e di Stalino, di Sbrinz. I resistenti trovano sostegno pratico e spirituale nei monaci del monastero in cui Franco è stato novizio: Dom Benedetto segue in montagna le bande, disarmato, abitato da dubbi laceranti ma ancor più da un urgente sentimento di fraternità; l’Abate mette a repentaglio la vita per proteggere i partigiani che gli si sono affidati. Anche Franco, e con lui quanti sono rimasti alla Campanella e nel paese, fanno la loro parte: la Grande Storia si chiude nella piccola storia. Il racconto, scandito dalle stagioni della terra, si avvia al termine seguendo negli anni la vita dei protagonisti fino a quando il senso di avvenimenti tanto grandi sarà finalmente a loro chiaro.
La messa dell’uomo disarmato è un romanzo di altissimo valore letterario e civile, in cui batte qualcosa che interroga la nostra più sincera umanità.
860 pages, Paperback
First published January 1, 2003
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September 13, 2015
Non so recensire , ma per questo libro due righe le vorrei scrivere.
Un romanzo sulla resistenza, una prima parte dura da approcciare, si fatica ad entrare nella storia con avvenimenti che si intrecciano a disquisizioni teologiche sulla Parola, il romanzo però poi si apre, ti catapulta in questa famiglia e ti spalanca le porte di questa casa " La campanella". Qui mi sono lasciata prendere per mano e ho vissuto questo romanzo come se fosse il racconto di mia madre e così della mia famiglia negli anni dal '42 al '45. Le vicende immense di una guerra spiegate con le parole semplici di gente semplice, il duro lavoro, la fame, la vita, la morte e il dolore della perdita la rassegnazione e il travaglio interiore per riuscire a dare poi un senso a tutto ciò.
Non so se consigliarlo o meno ma per me un bel libro.
Un romanzo sulla resistenza, una prima parte dura da approcciare, si fatica ad entrare nella storia con avvenimenti che si intrecciano a disquisizioni teologiche sulla Parola, il romanzo però poi si apre, ti catapulta in questa famiglia e ti spalanca le porte di questa casa " La campanella". Qui mi sono lasciata prendere per mano e ho vissuto questo romanzo come se fosse il racconto di mia madre e così della mia famiglia negli anni dal '42 al '45. Le vicende immense di una guerra spiegate con le parole semplici di gente semplice, il duro lavoro, la fame, la vita, la morte e il dolore della perdita la rassegnazione e il travaglio interiore per riuscire a dare poi un senso a tutto ciò.
Non so se consigliarlo o meno ma per me un bel libro.
November 2, 2017
Un romanzo magnifico! Uno dei più belli che io abbia mai letto. E' un libro semi-sconosciuto e che spaventa per la lunghezza ma la bellezza del racconto , la grande capacità narrativa dell'autore lasciano stupefatti.
La cosa che mi colpisce di più è la sua capacità di riportarti in quel periodo storico, su quelle montagne; tanto che alla fine del romanzo ci si sente uno dei tani personaggi che abitavano la Campanella.
La cosa che mi colpisce di più è la sua capacità di riportarti in quel periodo storico, su quelle montagne; tanto che alla fine del romanzo ci si sente uno dei tani personaggi che abitavano la Campanella.
December 12, 2017
Uno dei più bei romanzi del Dopoguerra italiano.
May 1, 2021
Anche questo “mattone” non l’avrei letto se non fosse stato per Piergiorgio, come il mitico Cavallo Rosso. E, all’apparenza almeno, i due libri hanno molto in comune: la rivisitazione della storia d’Italia durante la seconda guerra mondiale da un punto di vista squisitamente cattolico – e quindi opposto al mio, alla mia storia, al mio substrato.
Ma le similitudini si fermano qui. Questo è un libro molto più aperto al dialogo di quello di Corti; Bianchi, anche se esprime, in maniera lecita, un punto di vista particolare, non è censorio, razzista, misogino come l’altro; capisce, o almeno prova a capire, le posizioni avverse. E cerca, come la Chiesa migliore - o la Chiesa che io reputo tale!, di cogliere il “buono” che anche gli “altri”, gli atei, gli agnostici, hanno. Insomma; bel libro. Una chiesa che, paradossalmente, non si basa su certezze granitiche, ma sull’accettazione del dubbio e delle angosce. Continuo a non credere di poter mai intraprendere un percorso parallelo al loro, ma una chiesa così forse, dico forse, mi sarebbe più tollerabile.
Se ha un difetto è la lentezza, soprattutto le prime pagine (e per prime parlo di quasi 200!) sono veramente troppo incentrate sulla visione della Parola e dell’incarnazione della stessa.
Da subito, appena me ne hanno parlato, al solo sentire il titolo, mi sono ricordata di Josquin des Prez o Palestrina, con le loro Messe l'homme arme (reminiscenze universitarie di Storia della Musica); ma devo dire che, anche se la musica sembra avere un ruolo importante in questo libro, in fondo poco ne parla. Peccato, meno teologia e più canto Gregoriano l’avrei apprezzato meglio!
https://youtu.be/Dz-0ux7_aUQ
https://youtu.be/c3wc2OzlOsU
Lui diceva di non credere in Dio; io affermavo come un assioma la sua esistenza. Per lui l'unica parola che avesse senso era l'uomo (e aveva scelto quasi per istinto lo studio della medicina); io m'ostinavo a cogliere nell'avvenimento una parola nascosta ma già pronunciata, ritenendo, pure come un assioma, che non fosse in contrasto con quella dell'uomo. Eppure sentivamo che nulla ci divideva. In seguito, soprattutto durante il grande avvenimento di cui egli fu un privilegiato protagonista, mi chiesi se Piero non fosse stato più cristiano, o meno pagano, di me.
Ho conosciuto a Roma una donna di nome Maddalena, medico come te, che s'è offerta volontaria per una nave ospedale. È convinta di non credere in Dio, [...] Educata in un ambiente dove la religione della capitale strizza l'occhio al potere e il fascismo brucia il suo granello d'incenso alla religione per stare comodamente, l'una e l'altro, sulle loro cavalcature, senza intralciarsi i reciproci affari, quando esce dal suo ambiente per l'università ha i primi movimenti di ribellione che la portano a rompere con le credenze di prima. Dio le parla il linguaggio della comoda coabitazione fra coscienza e potere; è un linguaggio che ha appreso nella religione ufficiale. Non lo può più accettare, e una domenica esce di chiesa durante la messa e non vi rimette più piede se non per suonare l'organo in ore morte o per ascoltarne il suono. Eppure affronta volontariamente il rischio di dare la propria vita per gli altri. Mi chiedo se questa sia o non sia fede
Sono convinto che molta gente non crede in Dio perché la chiesa...
— Piero, no, ti prego...
— ...perché la chiesa l'ha legato ai suoi propri affari.
— Non dire più nulla, Piero — quasi supplicò nostra madre.
— Non t'accorgi, mamma, che sto difendendo Dio se veramente esiste?
Conoscendolo, non si può non volergli bene. Tutto quello che ha, e ha avuto sempre poco, spesso niente, lo reputa un di più.
— Uno che scrive l'evangelo dove va, pur senza conoscerlo? — chiese l'abate a Piero.
— Se l'evangelo è essere contenti di vivere e di vedere che gli altri vivono... certamente — rispose sorridendo Piero.
Il miracolo dell'universalità prodotto dalla poesia, in una lingua che è ordine, compostezza, armonia, che ci fa sentire eredi uguali d'una stessa ricchezza. E Dio, Dio... il miracolo delle lingue unificate nella pietas...
Ecco, dom Benedetto, io combatto perché quei valori di solidarietà scoperti dalla vita monastica siano estesi alla nuova società che dovrà uscire da questa lotta. Sostituisci la ricerca di Dio, che mi dici essere lo scopo della vita monastica, con la ricerca dell'uomo, e capirai qual è la società che io voglio.
— E adesso credi veramente in Dio? — mi chiese.
— Solo lui lo può dire — gli risposi come una volta.
— Forse, almeno inconsciamente, era questa la risposta che desideravo — disse Giovannino.
E aggiunse, a voce più bassa che interpretai come desiderio di non continuare quell'argomento: — Leggo ogni giorno, prima di addormentarmi, la bibbia che mi regalasti, sperando ogni volta di poter concludere: credo in Dio, oppure non credo in Dio, pur d'uscire da un tormento che in questi ultimi tempi s'è fatto più acuto.
Ma le similitudini si fermano qui. Questo è un libro molto più aperto al dialogo di quello di Corti; Bianchi, anche se esprime, in maniera lecita, un punto di vista particolare, non è censorio, razzista, misogino come l’altro; capisce, o almeno prova a capire, le posizioni avverse. E cerca, come la Chiesa migliore - o la Chiesa che io reputo tale!, di cogliere il “buono” che anche gli “altri”, gli atei, gli agnostici, hanno. Insomma; bel libro. Una chiesa che, paradossalmente, non si basa su certezze granitiche, ma sull’accettazione del dubbio e delle angosce. Continuo a non credere di poter mai intraprendere un percorso parallelo al loro, ma una chiesa così forse, dico forse, mi sarebbe più tollerabile.
Se ha un difetto è la lentezza, soprattutto le prime pagine (e per prime parlo di quasi 200!) sono veramente troppo incentrate sulla visione della Parola e dell’incarnazione della stessa.
Da subito, appena me ne hanno parlato, al solo sentire il titolo, mi sono ricordata di Josquin des Prez o Palestrina, con le loro Messe l'homme arme (reminiscenze universitarie di Storia della Musica); ma devo dire che, anche se la musica sembra avere un ruolo importante in questo libro, in fondo poco ne parla. Peccato, meno teologia e più canto Gregoriano l’avrei apprezzato meglio!
https://youtu.be/Dz-0ux7_aUQ
https://youtu.be/c3wc2OzlOsU
Lui diceva di non credere in Dio; io affermavo come un assioma la sua esistenza. Per lui l'unica parola che avesse senso era l'uomo (e aveva scelto quasi per istinto lo studio della medicina); io m'ostinavo a cogliere nell'avvenimento una parola nascosta ma già pronunciata, ritenendo, pure come un assioma, che non fosse in contrasto con quella dell'uomo. Eppure sentivamo che nulla ci divideva. In seguito, soprattutto durante il grande avvenimento di cui egli fu un privilegiato protagonista, mi chiesi se Piero non fosse stato più cristiano, o meno pagano, di me.
Ho conosciuto a Roma una donna di nome Maddalena, medico come te, che s'è offerta volontaria per una nave ospedale. È convinta di non credere in Dio, [...] Educata in un ambiente dove la religione della capitale strizza l'occhio al potere e il fascismo brucia il suo granello d'incenso alla religione per stare comodamente, l'una e l'altro, sulle loro cavalcature, senza intralciarsi i reciproci affari, quando esce dal suo ambiente per l'università ha i primi movimenti di ribellione che la portano a rompere con le credenze di prima. Dio le parla il linguaggio della comoda coabitazione fra coscienza e potere; è un linguaggio che ha appreso nella religione ufficiale. Non lo può più accettare, e una domenica esce di chiesa durante la messa e non vi rimette più piede se non per suonare l'organo in ore morte o per ascoltarne il suono. Eppure affronta volontariamente il rischio di dare la propria vita per gli altri. Mi chiedo se questa sia o non sia fede
Sono convinto che molta gente non crede in Dio perché la chiesa...
— Piero, no, ti prego...
— ...perché la chiesa l'ha legato ai suoi propri affari.
— Non dire più nulla, Piero — quasi supplicò nostra madre.
— Non t'accorgi, mamma, che sto difendendo Dio se veramente esiste?
Conoscendolo, non si può non volergli bene. Tutto quello che ha, e ha avuto sempre poco, spesso niente, lo reputa un di più.
— Uno che scrive l'evangelo dove va, pur senza conoscerlo? — chiese l'abate a Piero.
— Se l'evangelo è essere contenti di vivere e di vedere che gli altri vivono... certamente — rispose sorridendo Piero.
Il miracolo dell'universalità prodotto dalla poesia, in una lingua che è ordine, compostezza, armonia, che ci fa sentire eredi uguali d'una stessa ricchezza. E Dio, Dio... il miracolo delle lingue unificate nella pietas...
Ecco, dom Benedetto, io combatto perché quei valori di solidarietà scoperti dalla vita monastica siano estesi alla nuova società che dovrà uscire da questa lotta. Sostituisci la ricerca di Dio, che mi dici essere lo scopo della vita monastica, con la ricerca dell'uomo, e capirai qual è la società che io voglio.
— E adesso credi veramente in Dio? — mi chiese.
— Solo lui lo può dire — gli risposi come una volta.
— Forse, almeno inconsciamente, era questa la risposta che desideravo — disse Giovannino.
E aggiunse, a voce più bassa che interpretai come desiderio di non continuare quell'argomento: — Leggo ogni giorno, prima di addormentarmi, la bibbia che mi regalasti, sperando ogni volta di poter concludere: credo in Dio, oppure non credo in Dio, pur d'uscire da un tormento che in questi ultimi tempi s'è fatto più acuto.
April 3, 2020
La messa dell'uomo disarmato è, a mio parere, una delle opere letterarie più interessanti e più tecnicamente convincenti del passaggio fra XX e XXI secolo.
Come è intuibile sin dal titolo, si tratta di un romanzo di chiara ispirazione cristiana nel quale Luisito Bianchi dimostra di essere uno scrittore che ha realmente appreso la lezione di Manzoni pur senza esserne un anonimo epigono; così, mentre l'elemento teologico di fondo è nei Promessi Sposi la provvidenza, ne La messa dell'uomo disarmato è la gratuità.
Bianchi scrive un romanzo storico ambientato nel periodo della Resistenza innovando profondamente un tema che è stato per lungo tempo cristallizzato all'interno della tradizione del neorealismo; egli fa dell'evento storico un momento di profonda interrogazione della coscienza individuale e sociale. Lontano da ogni narrazione eroicizzante, l'autore riesce a delineare personaggi statuari, tutti animati da un impulso di gratuità per il prossimo, sia esso originato dalla fede o no. A tal proposito non si creda quindi che questo romanzo abbia intenti moraleggianti o catechistici; si tratta di un'opera in grado di parlare con la medesima intensità tanto ad una persona religiosa quanto ad un non credente.
La vicenda prende le mosse quando Franco, figlio di contadini benestanti, decide di lasciare il monastero benedettino in cui è novizio a causa di dissidi fra l'abate e il maestro dei novizi, Dom Placido, a cui il giovane è particolare affezionato, per far ritorno alla cascina di famiglia, la Campanella, con l'intenzione di diventare agricoltore.
La prima parte del romanzo, intitolata "Il Gemito della Parola", è spesso considerata dai lettori "avidi di avventure" una sezione piuttosto pesante e di difficile lettura; si tratta invece della parte più rilevante dal punto di vista stilistico e anche il momento in cui si gettano le basi della prospettiva da cui si dovranno guardare tutte vicende. Il "Gemito della Parola" è un epistolario formato dalle lettere che Franco e Dom Placido continuano a scambiarsi mentre il quest'ultimo si trova a Roma impegnato in una ricerca artistica che sfocerà in una profonda crisi spirituale.
La seconda sezione "il Silenzio della Parola" è la parte narrativa più tradizionale, attraverso cui veniamo introdotti nella realtà del piccolo paese di provincia, localizzato nella Pianura Padana lombarda, dove si svolgono i fatti. Conosciamo così il fratello di Franco, Piero, giovane medico reduce dalla campagna di Grecia che, nonostante il suo convinto ateismo, farà dell'assistenza al prossimo la sua cifra distintiva e sarà il protagonista delle vicende legate alla guerra partigiana.
Veniamo a contatto con i protagonisti della mobilitazione politica clandestina del piccolo borgo: i garibaldini Stalino e Balilla, e soprattutto il Professore, un intellettuale schivo perseguitato dalla repressione fascista che mantiene i contatti con i partiti di opposizione esiliati in Francia.
Incontriamo l'arciprete che, nonostante le sue piccole manie che ne fanno in certi punti una macchietta, dimostrerà la sua statura morale e intellettuale quando si troverà coinvolto nella trattativa per la liberazione di un prigioniero, una delle vette del romanzo, in cui l'impossibile comunicazione con il comandante tedesco trova un canale tramite la poesia latina di Virgilio.
Sul versante cattolico, anche il monastero benedettino farà la sua parte, diventando un punto di riferimento strategico, fornendo assistenza e rifornimenti a tutte le brigate, indipendentemente dalle differenze ideologiche e, anche tra i monaci, vi sarà chi sceglierà di salire in montagna; Dom Benedetto, col nome di battaglia di Dom Luca, deciderà di unirsi alle brigate partigiane pur rifiutando di portare le armi, e documenterà le vicende tramite un diario che interrompe in modo sorprendente la narrazione cronachistica in terza persona.
Ma tra i personaggi di più alto valore simbolico troviamo Rondine, un vagabondo insofferente ad ogni regola imposta dalla società che, unitosi alla lotta partigiana, farà della pietà verso i morti la sua missione.
La terza e ultima parte, "Il Disvelarsi della Parola", è nuovamente affidata a Franco che, tormentato dall'inerzia che ha caratterizzato la sua vita e gli ha impedito di prendere parte a ciò che lui definisce "il grande avvenimento", vive come un sopravvissuto avvertendo il peso della sua incapacità di agire finché, negli anni Sessanta, lo sgretolarsi del mondo contadino in cui si era rifugiato lo costringerà a compiere la scelta a lungo rimandata.
Il mondo delineato da Bianchi non è falsamente irenista. L'autore delinea molto chiaramente la contrapposizione fondamentale fra nazifascismo e lotta di liberazione - e si schiera apertamente con quest'ultima- così come evidenzia la diffidenza degli americani verso le brigate garibaldine e non nasconde le ostilità fra gruppi partigiani animati da diverse ideologie politiche. Tuttavia i personaggi negativi sono sempre delle shilouettes senza spessore, così come lo è la sete di potere che li anima.
I grandi protagonisti della Resistenza in Bianchi sono tutti eminentemente positivi e riescono a superare le divisioni imposte dalle contingenze storico-politiche attraverso i valori della pietà e della gratuità. Non sono personaggi eroici, ma sicuramente portano con sé una forte carica di esemplarità, anche se dietro a questa solidità si cela uno dei problemi etici centrali del romanzo, espresso nelle pagine del diario di Dom Luca, ovvero come conciliare la prospettiva cristiana con la lotta armata e l'omicidio
L'autore ha infine il pregio di avere una perfetta padronanza di almeno tre generi letterari: il romanzo narrativo, il diario e il romanzo epistolare e di saperli fondere dando origine ad una struttura coesa e coinvolgente supportata da una prosa classica, ma capace sia di momenti di intenso lirismo sia di descrizioni realistiche.
Estraneo a qualunque ammiccamento commerciale e al desiderio di compiacere il pubblico, Bianchi riesce a realizzare l'opera scritta nel più bell'italiano che mi sia capitato di leggere fra i testi pubblicati dalla seconda metà del Novecento ad oggi.
Come è intuibile sin dal titolo, si tratta di un romanzo di chiara ispirazione cristiana nel quale Luisito Bianchi dimostra di essere uno scrittore che ha realmente appreso la lezione di Manzoni pur senza esserne un anonimo epigono; così, mentre l'elemento teologico di fondo è nei Promessi Sposi la provvidenza, ne La messa dell'uomo disarmato è la gratuità.
Bianchi scrive un romanzo storico ambientato nel periodo della Resistenza innovando profondamente un tema che è stato per lungo tempo cristallizzato all'interno della tradizione del neorealismo; egli fa dell'evento storico un momento di profonda interrogazione della coscienza individuale e sociale. Lontano da ogni narrazione eroicizzante, l'autore riesce a delineare personaggi statuari, tutti animati da un impulso di gratuità per il prossimo, sia esso originato dalla fede o no. A tal proposito non si creda quindi che questo romanzo abbia intenti moraleggianti o catechistici; si tratta di un'opera in grado di parlare con la medesima intensità tanto ad una persona religiosa quanto ad un non credente.
La vicenda prende le mosse quando Franco, figlio di contadini benestanti, decide di lasciare il monastero benedettino in cui è novizio a causa di dissidi fra l'abate e il maestro dei novizi, Dom Placido, a cui il giovane è particolare affezionato, per far ritorno alla cascina di famiglia, la Campanella, con l'intenzione di diventare agricoltore.
La prima parte del romanzo, intitolata "Il Gemito della Parola", è spesso considerata dai lettori "avidi di avventure" una sezione piuttosto pesante e di difficile lettura; si tratta invece della parte più rilevante dal punto di vista stilistico e anche il momento in cui si gettano le basi della prospettiva da cui si dovranno guardare tutte vicende. Il "Gemito della Parola" è un epistolario formato dalle lettere che Franco e Dom Placido continuano a scambiarsi mentre il quest'ultimo si trova a Roma impegnato in una ricerca artistica che sfocerà in una profonda crisi spirituale.
La seconda sezione "il Silenzio della Parola" è la parte narrativa più tradizionale, attraverso cui veniamo introdotti nella realtà del piccolo paese di provincia, localizzato nella Pianura Padana lombarda, dove si svolgono i fatti. Conosciamo così il fratello di Franco, Piero, giovane medico reduce dalla campagna di Grecia che, nonostante il suo convinto ateismo, farà dell'assistenza al prossimo la sua cifra distintiva e sarà il protagonista delle vicende legate alla guerra partigiana.
Veniamo a contatto con i protagonisti della mobilitazione politica clandestina del piccolo borgo: i garibaldini Stalino e Balilla, e soprattutto il Professore, un intellettuale schivo perseguitato dalla repressione fascista che mantiene i contatti con i partiti di opposizione esiliati in Francia.
Incontriamo l'arciprete che, nonostante le sue piccole manie che ne fanno in certi punti una macchietta, dimostrerà la sua statura morale e intellettuale quando si troverà coinvolto nella trattativa per la liberazione di un prigioniero, una delle vette del romanzo, in cui l'impossibile comunicazione con il comandante tedesco trova un canale tramite la poesia latina di Virgilio.
Sul versante cattolico, anche il monastero benedettino farà la sua parte, diventando un punto di riferimento strategico, fornendo assistenza e rifornimenti a tutte le brigate, indipendentemente dalle differenze ideologiche e, anche tra i monaci, vi sarà chi sceglierà di salire in montagna; Dom Benedetto, col nome di battaglia di Dom Luca, deciderà di unirsi alle brigate partigiane pur rifiutando di portare le armi, e documenterà le vicende tramite un diario che interrompe in modo sorprendente la narrazione cronachistica in terza persona.
Ma tra i personaggi di più alto valore simbolico troviamo Rondine, un vagabondo insofferente ad ogni regola imposta dalla società che, unitosi alla lotta partigiana, farà della pietà verso i morti la sua missione.
"Per rinchiudersi nella morte di Rondine, la Parola convocò a testimonianza della sua opera non solo i vivi ma anche i morti, tanto preziosa dovette risultare ai suoi occhi. Il bandolo della filatura solo essa lo conosce; e solo a lei spetta la tessitura di qualche filo vagante che io le posso offrire, e che ora cerco d'individuare col racconto, dato che Rondine è un attore principale del grande avvenimento, forse il principale."
La terza e ultima parte, "Il Disvelarsi della Parola", è nuovamente affidata a Franco che, tormentato dall'inerzia che ha caratterizzato la sua vita e gli ha impedito di prendere parte a ciò che lui definisce "il grande avvenimento", vive come un sopravvissuto avvertendo il peso della sua incapacità di agire finché, negli anni Sessanta, lo sgretolarsi del mondo contadino in cui si era rifugiato lo costringerà a compiere la scelta a lungo rimandata.
"Tutto è possibile dopo quanto è avvenuto. Io vi sarò solo quel tanto che basta per esprimere la mia vergogna di sopravvissuto nell'esserne stato escluso; e in terza persona, come la voce cui spetta solo il compito di indicare l'altrui mietitura. Che la Parola mi faccia la grazia di qualche armonico alle mie incrinate parole a memoria dei morti. Per i meriti di tanto sangue gratuitamente versato"
Il mondo delineato da Bianchi non è falsamente irenista. L'autore delinea molto chiaramente la contrapposizione fondamentale fra nazifascismo e lotta di liberazione - e si schiera apertamente con quest'ultima- così come evidenzia la diffidenza degli americani verso le brigate garibaldine e non nasconde le ostilità fra gruppi partigiani animati da diverse ideologie politiche. Tuttavia i personaggi negativi sono sempre delle shilouettes senza spessore, così come lo è la sete di potere che li anima.
"Ci furono ancora morti e feriti, quasi più prigionieri. Fascisti e tedeschi fucilavano o impiccavano, i partigiani fucilavano chi era colto con le armi addosso. Non c'era più pietà. S'incaricavano di quel compito soprattutto i nuovi arrivati e disertori delle brigate nere e dell'esercito tedesco. Gli anziani dei due inverni si rifiutavano sempre di obbedire a quella disposizione venuta dal comando generale, a meno che non riconoscessero nel catturato un assassino dei compagni."
I grandi protagonisti della Resistenza in Bianchi sono tutti eminentemente positivi e riescono a superare le divisioni imposte dalle contingenze storico-politiche attraverso i valori della pietà e della gratuità. Non sono personaggi eroici, ma sicuramente portano con sé una forte carica di esemplarità, anche se dietro a questa solidità si cela uno dei problemi etici centrali del romanzo, espresso nelle pagine del diario di Dom Luca, ovvero come conciliare la prospettiva cristiana con la lotta armata e l'omicidio
"-Tu hai deciso di non portare un'arma - mi rispose - Capisco questa tua scelta. Ma forse ne vorresti tirare un principio, quello di non portare mai un'arma, perché sei un uomo di pace. E se si trattasse di salvare uno di noi, non spareresti? - Non attese che io rispondessi. - Prendi la mia rivoltella se questo è il prezzo per aiutare un uomo. Io ho il mitra - aggiunse. Credo che Piero sia andato a segno con la sua osservazione. In fondo, mantenere fermo un principio è una sicurezza che io stesso voglio costruirmi per poter dire: non ho mai portato un'arma, e compiacermene. Cristo ha permesso che i discepoli sfregassero le spighe il giorno di sabato e non potessero più rifugiarsi nella purezza del principio osservato anche a costo della fame. Ma sparerei per salvare un uomo? Dio mio, non permettere che mi possa trovare in concreto di fronte a un simile interrogativo"
L'autore ha infine il pregio di avere una perfetta padronanza di almeno tre generi letterari: il romanzo narrativo, il diario e il romanzo epistolare e di saperli fondere dando origine ad una struttura coesa e coinvolgente supportata da una prosa classica, ma capace sia di momenti di intenso lirismo sia di descrizioni realistiche.
Estraneo a qualunque ammiccamento commerciale e al desiderio di compiacere il pubblico, Bianchi riesce a realizzare l'opera scritta nel più bell'italiano che mi sia capitato di leggere fra i testi pubblicati dalla seconda metà del Novecento ad oggi.
April 20, 2013
Un romanzo sulla Resistenza. Così avverte la copertina. Ma è molto di più.
Le sue ottocentocinquanta pagine racchiudono un vero e proprio universo di sentimenti, di azioni, di spiritualità, di vicende umane liete e tragiche. Ma c’è anche un ambiente contadino con le sue abitudini segnate dalle stagioni, i riti campestri celebrati con la vanga e con la falce.
Il tempo storico è quello gli anni dal 1940 al 1945, nello scenario dell’alta pianura Padana, non lontana dai primi contrafforti alpini.
In tale contesto si dipana la matassa di una narrazione corale, che segue le vicende di molti personaggi. Il tutto gravita intorno alla cascina denominata “La Campanella”, dove Franco ha fatto ritorno dopo avere lasciato il monastero benedettino in cui era novizio. Il fratello Piero, ufficiale medico, è partito per il fronte greco. I genitori si danno da fare con il raccolto del frumento e con i numerosi lavori che la campagna richiede fino ai primi rigori novembrini, quando la brutta stagione fa il suo ritorno trionfale. Sono ritmi lenti, scanditi dai tempi stagionali, accompagnati dai profumi semplici della terra e dei suoi prodotti.
Quando Piero rientra dal fronte, con i piedi congelati, sembra preannunciarsi una svolta nella pacifica famiglia contadina. Il giovane ufficiale medico guarisce e si innamora di Maria, figlia del possidente Gaspare. Ma la guerra è entrata nel suo momento più drammatico. Parte la spedizione per il fronte russo e anche il paesello padano deve dare il suo contributo di uomini.
Tutta questa prima sezione del romanzo è narrata dal punto di vista di Franco, che metabolizza a poco a poco la sua scelta di non farsi monaco. Grazie all’incontro con l’Arciprete, grazie ai discorsi con il fratello Piero (agnostico pieno di ideali e grande altruista), ma soprattutto all’amicizia di Dom Placido, benedettino musicista, il giovane prende coscienza concreta del grande mistero di vita e di morte in cui l’uomo è immerso, dove i confini tra sacro e profano, tra spirituale e materiale risultano non sempre definibili.
Intorno a lui si muovono innumerevoli personaggi con la loro umanità, testimoni di un’esistenza che non può non avere destini trascendenti o, per lo meno, un significato. C’è Toni, vecchio socialista che conosce i campi allo stesso modo della gente; c’è Rondine, un vagabondo di paese che parla con i morti e andrà a sacrificarsi tra i partigiani; c’è dom Luca, cappellano dei ribelli, che dopo avere sparato si sottopone a un digiuno eucaristico fino a quando tornerà a celebrare la messa con il suo stesso sangue, la notte di Natale; c’è Maria che porta in grembo il bambino, augurandosi che egli possa vedere finalmente un mondo di pace e di solidarietà. E ce ne sono tanti altri: il professore democratico, protetto e nascosto dai paesani; l’arciprete, uomo di fede e di cultura; Stalino, reduce dalla Russia e partigiano convinto; Miriam, la giovane staffetta; l’abate del convento, martire della libertà e dell’amore. Tutti perfettamente caratterizzati e resi vivi da una scrittura calda e incisiva.
La lunga e maestosa overture sfocia nel grande evento. Dal 1943, il paese, e con esso la Campanella, sono protagonisti della Resistenza. Tutti fanno la loro parte, non solo coloro che partono per le vicine montagne. Allora anche la narrazione diventa impersonale e assume i toni dell’epica. Le vicende si intrecciano, formando le trame di un unico grande disegno. E questo risulterà, alla fine, un affresco in cui il lettore si può rispecchiare, subendo il fascino della Parola che va al di là del sacro, che scende fra gli uomini, facendosi carne e sangue.
Si tratta di un romanzo complesso, pur nella semplicità della materia trattata. E a ben vedere, il suo valore è testimoniato anche dal destino che ha avuto nel tempo.
Composto negli anni Settanta, venne pubblicato in edizione autoprodotta ed ebbe subito una fortuna clamorosa, ma un vero successo underground. Più recentemente, l’editrice Sironi l’ha trasformato in un ottimo volume che oggi si offre finalmente a un pubblico ancora più vasto.
Un bel viatico per l’autore, Luisito Bianchi, sacerdote e scrittore fecondo (è recentemente scomparso), impegnato nella ricerca della verità. Una lettura alla quale soprattutto i giovani dovrebbero accostarsi. Perché in questa materia stanno le radici della nostra democrazia, attualmente così minacciata e incompresa.
Giuseppe Novellino
http://www.pescepirata.it
http://www.pescepirata.it/aspiranti_s...
Le sue ottocentocinquanta pagine racchiudono un vero e proprio universo di sentimenti, di azioni, di spiritualità, di vicende umane liete e tragiche. Ma c’è anche un ambiente contadino con le sue abitudini segnate dalle stagioni, i riti campestri celebrati con la vanga e con la falce.
Il tempo storico è quello gli anni dal 1940 al 1945, nello scenario dell’alta pianura Padana, non lontana dai primi contrafforti alpini.
In tale contesto si dipana la matassa di una narrazione corale, che segue le vicende di molti personaggi. Il tutto gravita intorno alla cascina denominata “La Campanella”, dove Franco ha fatto ritorno dopo avere lasciato il monastero benedettino in cui era novizio. Il fratello Piero, ufficiale medico, è partito per il fronte greco. I genitori si danno da fare con il raccolto del frumento e con i numerosi lavori che la campagna richiede fino ai primi rigori novembrini, quando la brutta stagione fa il suo ritorno trionfale. Sono ritmi lenti, scanditi dai tempi stagionali, accompagnati dai profumi semplici della terra e dei suoi prodotti.
Quando Piero rientra dal fronte, con i piedi congelati, sembra preannunciarsi una svolta nella pacifica famiglia contadina. Il giovane ufficiale medico guarisce e si innamora di Maria, figlia del possidente Gaspare. Ma la guerra è entrata nel suo momento più drammatico. Parte la spedizione per il fronte russo e anche il paesello padano deve dare il suo contributo di uomini.
Tutta questa prima sezione del romanzo è narrata dal punto di vista di Franco, che metabolizza a poco a poco la sua scelta di non farsi monaco. Grazie all’incontro con l’Arciprete, grazie ai discorsi con il fratello Piero (agnostico pieno di ideali e grande altruista), ma soprattutto all’amicizia di Dom Placido, benedettino musicista, il giovane prende coscienza concreta del grande mistero di vita e di morte in cui l’uomo è immerso, dove i confini tra sacro e profano, tra spirituale e materiale risultano non sempre definibili.
Intorno a lui si muovono innumerevoli personaggi con la loro umanità, testimoni di un’esistenza che non può non avere destini trascendenti o, per lo meno, un significato. C’è Toni, vecchio socialista che conosce i campi allo stesso modo della gente; c’è Rondine, un vagabondo di paese che parla con i morti e andrà a sacrificarsi tra i partigiani; c’è dom Luca, cappellano dei ribelli, che dopo avere sparato si sottopone a un digiuno eucaristico fino a quando tornerà a celebrare la messa con il suo stesso sangue, la notte di Natale; c’è Maria che porta in grembo il bambino, augurandosi che egli possa vedere finalmente un mondo di pace e di solidarietà. E ce ne sono tanti altri: il professore democratico, protetto e nascosto dai paesani; l’arciprete, uomo di fede e di cultura; Stalino, reduce dalla Russia e partigiano convinto; Miriam, la giovane staffetta; l’abate del convento, martire della libertà e dell’amore. Tutti perfettamente caratterizzati e resi vivi da una scrittura calda e incisiva.
La lunga e maestosa overture sfocia nel grande evento. Dal 1943, il paese, e con esso la Campanella, sono protagonisti della Resistenza. Tutti fanno la loro parte, non solo coloro che partono per le vicine montagne. Allora anche la narrazione diventa impersonale e assume i toni dell’epica. Le vicende si intrecciano, formando le trame di un unico grande disegno. E questo risulterà, alla fine, un affresco in cui il lettore si può rispecchiare, subendo il fascino della Parola che va al di là del sacro, che scende fra gli uomini, facendosi carne e sangue.
Si tratta di un romanzo complesso, pur nella semplicità della materia trattata. E a ben vedere, il suo valore è testimoniato anche dal destino che ha avuto nel tempo.
Composto negli anni Settanta, venne pubblicato in edizione autoprodotta ed ebbe subito una fortuna clamorosa, ma un vero successo underground. Più recentemente, l’editrice Sironi l’ha trasformato in un ottimo volume che oggi si offre finalmente a un pubblico ancora più vasto.
Un bel viatico per l’autore, Luisito Bianchi, sacerdote e scrittore fecondo (è recentemente scomparso), impegnato nella ricerca della verità. Una lettura alla quale soprattutto i giovani dovrebbero accostarsi. Perché in questa materia stanno le radici della nostra democrazia, attualmente così minacciata e incompresa.
Giuseppe Novellino
http://www.pescepirata.it
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August 2, 2017
Premessa Spesso i libri di Sironi, acclamati come geniali capolavori, mi hanno deluso. A questo "capolavoro dimenticato" mi sono, dunque, avvicinato con un certo scetticismo. E sgombriamo il campo da dubbi: questo non è IL libro italiano sulla Resistenza. Ne esistono di bellissimi (Fenoglio, Calvino,...) ma la classifica serve a poco. FINE
E veniamo al dunque. Un grandissimo libro. Diviso in tre parti. La prima e la terza narrate da un curioso soggetto. Un giovane in ritirata; in ritirata dal monastero, in ritirata dal fascismo, in ritirata dalla guerra, in ritirata dalla vita. Un giovane ai margini per scelta, che parla con un tono elegiaco, e interrompe la narrazione dei fatti per divagare sul ruolo della Parola nella Storia, sul rapporto tra fatica contadina e umanità, tra crescita personale e sociale. Un tono elegiaco, avvolgente, anche soporifero a volte, il tono che avvolge certe messe di provincia sovraccariche di incenso. Parti dominate dal rapporto con un Maestro che c'è e non c'è. Che si erge a Maestro prima e si defila poi, lasciandoci mille interrogativi, lasciando al protagonista mille interrogativi, su quanta parte della propria ricerca interiore si possa fare in compagnia e quanta si debba fare in solitudine.
Ma soli non si è mai per davvero. Soprattutto se attorno a voi ci sono una guerra, una dittatura, il suo crollo, la Resistenza, i martiri, la fine della guerra, il crepuscolo degli eroi e la ascesa degli imboscati. Fatti che non restano ai margini, ma neanche invadono la scena. Accadono. E poche volte ho letto restituite in maniera così convincenti le motivazioni di tante, diverse, scelte personali che attorno a quei fatti costruirono l'Italia di quegli anni (e segnarono indelebilmente quella degli anni a venire). Così il vecchio contadino socialista che ha subito l'onta dell'olio di ricino, il Professore dissidente, la guardia comunale, l'arciprete, il maresciallo dei carabinirei, l'oste diventano vivi e pieni nelle loro contraddizioni. Mai giudicati: descritti, accettati, interrogati da un uomo che non potrebbe giudicare nessuno, non avendo ancora risolto il rovello di come giudicare se stesso. In questo modo quello che oggi ci sembra illogico trova la sua logica, quello che oggi ci sembra logico incontra la sua follia.
Nella parte di mezzo l'io narrante scompare. Batte appunto in ritirata davanti all'irrompere di un momento in cui non è possibile non lasciare campo all'azione. E' questa seconda parte quella della Resistenza vera e propria. Avvincente, densa, drammatica, commovente. Il protagonista è rimasto al suo campo, al suo ritmo di vita dettato da semine e raccolte, polente e camini. Al suo posto gli uomini delle montagne e le donne che restano in paese per preparare la prossima generazione.
Ho letto che questa parte è stata criticata per aver tratteggiato uomini troppo buoni, partigianti troppo coraggiosi, eroici, appassionati. Ma, va detto, la bontà e la cattiveria albergano in ogni uomo (anche se non in uguale misura)e sta soprattutto nell'occhio di chi guarda. Un occhio buono non vede che cose buone. Ecco dove si annida il ritirato in questa seconda parte. Non nella prima persona che narra ma nelle caratteristiche dell'occhio che guarda. Qui, dolorosamente, si muore. E l'occhio che guarda si fa carico della necessaria misericordia, pur senza scordare la Giustizia.
Le ultime, densissime, pagine, cercano di dare un senso a tutti gli avvenimenti susseguiti. Non ci riescono in pieno. Nessuno di noi ci riesce in pieno. L'unica strada possibile è la ricerca: costante, sincera, umana.
Impossibile non vedere in questo anelito spirituale sempre attaccato alla realtà un esempio, anche per chi voglia seguire altre strade. Un libro che ci mette in discussione e che mette in discussione il suo autore. Ma anche un libro che ci racconta e ci restituisce intatta la forza del racconto. La forza della parola: sia essa la minuscola dei nostri minuscoli libri o la maiuscola del maiuscolo libro della vita.
E veniamo al dunque. Un grandissimo libro. Diviso in tre parti. La prima e la terza narrate da un curioso soggetto. Un giovane in ritirata; in ritirata dal monastero, in ritirata dal fascismo, in ritirata dalla guerra, in ritirata dalla vita. Un giovane ai margini per scelta, che parla con un tono elegiaco, e interrompe la narrazione dei fatti per divagare sul ruolo della Parola nella Storia, sul rapporto tra fatica contadina e umanità, tra crescita personale e sociale. Un tono elegiaco, avvolgente, anche soporifero a volte, il tono che avvolge certe messe di provincia sovraccariche di incenso. Parti dominate dal rapporto con un Maestro che c'è e non c'è. Che si erge a Maestro prima e si defila poi, lasciandoci mille interrogativi, lasciando al protagonista mille interrogativi, su quanta parte della propria ricerca interiore si possa fare in compagnia e quanta si debba fare in solitudine.
Ma soli non si è mai per davvero. Soprattutto se attorno a voi ci sono una guerra, una dittatura, il suo crollo, la Resistenza, i martiri, la fine della guerra, il crepuscolo degli eroi e la ascesa degli imboscati. Fatti che non restano ai margini, ma neanche invadono la scena. Accadono. E poche volte ho letto restituite in maniera così convincenti le motivazioni di tante, diverse, scelte personali che attorno a quei fatti costruirono l'Italia di quegli anni (e segnarono indelebilmente quella degli anni a venire). Così il vecchio contadino socialista che ha subito l'onta dell'olio di ricino, il Professore dissidente, la guardia comunale, l'arciprete, il maresciallo dei carabinirei, l'oste diventano vivi e pieni nelle loro contraddizioni. Mai giudicati: descritti, accettati, interrogati da un uomo che non potrebbe giudicare nessuno, non avendo ancora risolto il rovello di come giudicare se stesso. In questo modo quello che oggi ci sembra illogico trova la sua logica, quello che oggi ci sembra logico incontra la sua follia.
Nella parte di mezzo l'io narrante scompare. Batte appunto in ritirata davanti all'irrompere di un momento in cui non è possibile non lasciare campo all'azione. E' questa seconda parte quella della Resistenza vera e propria. Avvincente, densa, drammatica, commovente. Il protagonista è rimasto al suo campo, al suo ritmo di vita dettato da semine e raccolte, polente e camini. Al suo posto gli uomini delle montagne e le donne che restano in paese per preparare la prossima generazione.
Ho letto che questa parte è stata criticata per aver tratteggiato uomini troppo buoni, partigianti troppo coraggiosi, eroici, appassionati. Ma, va detto, la bontà e la cattiveria albergano in ogni uomo (anche se non in uguale misura)e sta soprattutto nell'occhio di chi guarda. Un occhio buono non vede che cose buone. Ecco dove si annida il ritirato in questa seconda parte. Non nella prima persona che narra ma nelle caratteristiche dell'occhio che guarda. Qui, dolorosamente, si muore. E l'occhio che guarda si fa carico della necessaria misericordia, pur senza scordare la Giustizia.
Le ultime, densissime, pagine, cercano di dare un senso a tutti gli avvenimenti susseguiti. Non ci riescono in pieno. Nessuno di noi ci riesce in pieno. L'unica strada possibile è la ricerca: costante, sincera, umana.
Impossibile non vedere in questo anelito spirituale sempre attaccato alla realtà un esempio, anche per chi voglia seguire altre strade. Un libro che ci mette in discussione e che mette in discussione il suo autore. Ma anche un libro che ci racconta e ci restituisce intatta la forza del racconto. La forza della parola: sia essa la minuscola dei nostri minuscoli libri o la maiuscola del maiuscolo libro della vita.
October 12, 2019
Non lasciatevi spaventare dalla mole
Un romanzo che narra i fatti occorsi tra la vigilia della Seconda guerra mondiale e la fine degli anni '60 in un paese rurale a nord della linea gotica. Una "commedia umana" in cui prendono vita personaggi grandi e meschini, fedeli e traditori, sicuri e incerti sullo sfondo della fine della dittatura fascista e della Resistenza che porterà alla Repubblica, ma anche al tradimento del sogno di tanti che sognavano qualcosa di più. In tutto il romanzo echeggia la grande domanda dell'uomo: Dio esiste? E se sì perché tanto male? Consigliato a chi crede in Dio, a chi non ci crede e a chi non ha ancora una risposta...
Un romanzo che narra i fatti occorsi tra la vigilia della Seconda guerra mondiale e la fine degli anni '60 in un paese rurale a nord della linea gotica. Una "commedia umana" in cui prendono vita personaggi grandi e meschini, fedeli e traditori, sicuri e incerti sullo sfondo della fine della dittatura fascista e della Resistenza che porterà alla Repubblica, ma anche al tradimento del sogno di tanti che sognavano qualcosa di più. In tutto il romanzo echeggia la grande domanda dell'uomo: Dio esiste? E se sì perché tanto male? Consigliato a chi crede in Dio, a chi non ci crede e a chi non ha ancora una risposta...
May 8, 2020
Bellissimo. Un romanzo sulla resistenza ma non solo, c'è una civiltà contadina che non esiste più. C'è un protagonista ma in realtà sono tanti e ognuno conosci per le spie particolarità, ti sembra di vederle e ti affezioni, fino a soffrire.
April 7, 2024
Un libro da leggere godendoselo troppo bello
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