Figlio unico napoletano trapiantato a Roma, megalomane, assediato da una selva di nevrosi erotiche, bipolare come tutte le persone di talento nell'Italia contemporanea, Michele Botta ha la sua prima vera occasione per entrare nel mondo degli adulti: viene assunto da una giovane e dinamica società di produzione televisiva. Potrebbe essere l'anno della svolta, e invece è qui che il suo equilibrio già precario finisce per sgretolarsi. Viene mollato dalla ragazza. Il rapporto con i genitori è un ginepraio di ostilità reciproche ormai arrivato al pettine. E l'emancipazione professionale è una fiction milionaria su un mitologico regista porno degli anni Ottanta, che forse non è mai esistito. Comico, caustico, eccessivo, irresistibile, La futura classe dirigente è l'attraversamento della linea d'ombra nell'era della demenzialità istituzionalizzata e della volgarità al potere. Ma anche l'analisi amara e impietosa di un paese attraverso la messa alla berlina della sua «santa trinità»: la famiglia, il sesso, la televisione.
“Mi chiamo Michele Botta, vivo a Roma da otto anni, mangio poco, porto il quarantaquattro di piede, mi vesto fighetto finto stradaiolo, ho la erre rotacizzata, qualche atteggiamento fisico da checca nevrotica anche se mi piace la fregna, e l’abitudine di dormire in posizione fetale abbracciato al cuscino per svegliarmi ogni singola mattina della mia esistenza in un nodo di crampi...” Michele Botta è un ventiseienne napoletano approdato al primo lavoro (precario) nell’Italia del 2008, in una piccola casa di produzione televisiva che sopravvive a fatica nei circuiti televisivi italiani grazie a programmi demenziali tipici dell’era berlusconiana e che si trova all’improvviso di fronte a un bivio fondamentale per la sopravvivenza: essere fagocitata da una multinazionale che imporrà le scelte editoriali secondo le proprie decisioni aziendali facendo balenare davanti agli occhi dei dipendenti i futuri lauti guadagni che ne deriveranno oppure proseguire l'attività nel proprio spazio lavorativo guadagnato nel tempo senza pensare in grande. Arrendersi o resistere. La stessa scelta che tocca prendere a Michele Botta, uscito pieno di speranze dall’università, andato a vivere da solo a Roma per staccarsi da una madre iperprotettiva, nevrotico, assuefatto alla pornografia online, ipocondriaco e ammiratore sfegatato del dottor House, incapace di gestire la relazione sentimentale con la egocentrica Francesca: arrendersi o resistere. Il romanzo racconta, con ironia e con un sorriso amaro tra le battute e le disavventure del protagonista, il cammino accidentato che il protagonista deve affrontare in solitudine per raggiungere la sua meta, che è la capacità di scegliere consapevolmente. Pur non identificandomi nel protagonista per motivi anagrafici, ho apprezzato il romanzo perché ben scritto, per gli spunti attuali di riflessione che porge e anche come affresco di costume dell’Italia contemporanea. “Avere ventisei anni in Italia nel 2008 è una cosa che non auguro a nessuno. Voi non avete avuto maestri, non volete averceli, e in fondo io vi capisco pure. Noi, i padri, non possiamo fare altro che guardarvi annaspare come i pesci in un acquario di acqua avvelenata. Non è colpa nostra, non è colpa dei figli. Non è colpa di Silvio Berlusconi, non è colpa degli anni ottanta, non è colpa del reflusso, non è colpa della televisione commerciale, non è colpa dell’eroina, non è colpa del muro di Berlino. Non è colpa di nessuno, eppure è colpa di tutti”. C’è chi si arrende, consapevole della propria debolezza. C’è chi resiste perché non gli resta altro da fare.
un libro simpatico. davvero, l'unico aggettivo che mi viene in mente è "simpatico". è difficile non avere in simpatia michele, il protagonista del libro: le sue sfighe affettive e sentimentali, la sua famiglia sopra le righe (zio lucio eroe assoluto del romanzo), lasse braun e la sua vicenda (che -incredibile a dirsi- è più o meno tutta vera! persino QUELLA FOTO è vera!!), "qua la zampa" e piergiorgio, e così via. finito il libro ti rimane una sensazione di aver davvero conosciuto michele, che forse c'è qualcosa di michele in molti miei coetanei oltre che in me, e infine che peppe fiore non abbia scritto un capolavoro o un libro da consigliare a tutti, ma che sappia davvero raccontare storie. non è poco. ah, certi aneddoti (su tutti "ti voglio bene don ciccio", ma anche ugo radatti e gli storni di stazione termini) sono assurdi e divertentissimi, eppure sono talmente ben costruiti da lasciare il dubbio che siano basate su storie vere, solo un pelo rimaneggiate, che l'autore ha sentito in giro e ha inserito nel romanzo: conoscendo questo paese potrei non stupirmene...
è giovane e bravo- peppe fiore e questo romanzo *bianciardiano*, commovente e disilluso per me è la conferma di un talento. speriamo rimanga agro e arrabbiato.