[2006]
Il mondo di Enzo Bianchi non è il mondo in cui vivo io. Nel mondo di Enzo Bianchi è in atto una «sfida tra cattolici e laici» e si può osservare «una chiesa quasi quotidianamente sotto accusa nei media da parte di un rigurgito di laicismo e di anticlericalismo». Nel mio mondo, invece, non c’è canale televisivo o giornale che non parli con deferenza del pontefice – che dico? del Santo Padre – e che non gli dia ampio spazio anche quando le sue parole non paiono francamente fare notizia. In questo mondo gli attacchi “laicisti” sono confinati a Radio radicale e a qualche brano di intervista a Pannella o a Boselli nelle pagine di politica interna...
Ho avuto la tentazione di iniziare in questo modo la recensione, spinto dalla lettura della Premessa, ma il resto del volumetto non lo permette. Contiene, infatti, non poche osservazioni condivisibili sulla Laicità del rispetto o sul Dialogare e accogliere l’altro (sono titoli di due capitoli). E leggendo il paragrafo Le religioni, legittimate a esprimersi pubblicamente si scopre che le accuse al cattolicesimo hanno qualche rilievo in Francia, mentre in Italia lo stesso Bianchi ricorda di essere intervenuto «negando che qui da noi si andasse configurando una situazione di discredito o di opposizione nei confronti del cattolicesimo». Arriva anzi a dire che il discorso pubblico recente sulla laicità delle istituzioni italiane e europee (soprattutto le seconde, a dire il vero, perché un vero dibattito sulla laicità effettiva dello Stato italiano non mi pare all’ordine del giorno) ha portato molti «a dipingere come reale una situazione penalizzante i cristiani che nei fatti in Italia non esiste».
E allora perché quelle parole lapidarie della Premessa? Probabilmente sono dettate dal tentativo di attirare subito l’attenzione del lettore con contrasti chiari e di dare una cornice organica ad un libretto che risente della sua origine occasionale, soprattutto nel tornare più volte sugli stessi argomenti, talvolta in modo poco efficace e con qualche incongruenza. I capitoli, infatti, derivano da articoli di giornale, da interventi legati in qualche modo alle vicende quotidiane dell’Italia di questi anni. Perché, dunque, non dichiararlo? Evidentemente quella volontà di «pensare in grande» espressa nella quarta di copertina, quel desiderio di «cogliere nel frammento qualcosa del tutto», di «ridare dignità e ampiezza di visione a prospettive troppo spesso tentate di ripiegarsi su un angusto cortile» ha consigliato la cancellazione delle tracce che troppo facilmente potessero rinviare a situazioni, parole altrui, singoli eventi concreti.
Il peso della contingenza, in realtà, continua a farsi sentire anche in assenza: non ci si innalza a modelli filosofici in cerca di coerenza, non si sentono parole profetiche scomode, non si vedono interpretazioni di lunga durata, ma sembra di assistere proprio ad un dibattito circoscritto, indebolito però dall’attitudine a sorvolare l’attualità e dalla scelta di non fare mai i nomi dei possibili interlocutori (tanto che a volte viene voglia di aggiungerli a margine).
A risultare sminuito, così, è l’argomento centrale del libro, indicato fin dal titolo: La differenza cristiana, ossia la visione del cristianesimo come una proposta, non un dato di partenza. Una proposta che si esprime in uno spazio aperto, in concorrenza con altre visioni. Senza effettivi elementi dialogici, magari persino polemici, senza confronti con altri cristianesimi, altre religioni, altre visioni del mondo non religiose, la differenza di Bianchi ricorda il solito cattolicesimo italiano, abituato ad essere la religione, se non la verità, con l’unica novità che si trova oggi costretto maggiormente sulla difensiva dalla somma di secolarizzazione, immigrazione e diffondersi di nuove spiritualità.
Qualche esempio di indebolimento dell’interessante assunto di partenza? Quando parla del mancato inserimento delle radici cristiane nella costituzione europea, Bianchi propugna una formula che considera aperta e inclusiva: «i retaggi culturali, religiosi e umanistici, tra cui soprattutto il cristianesimo nelle sue diverse espressioni, sovente in fecondo rapporto con la civiltà ebraica e islamica». Può sembrare un punto di partenza per una discussione, al quale si potrebbe ribattere che le costituzioni non sono trattati storici, che quei retaggi hanno anche una dimensione tragica, di scontro e di morte, ecc. Ma immediatamente si svela la mentalità totalitaria sottostante: «sarebbe stata non solo necessaria ma anche altamente significativa e da tutti accettabile». Che dialogo può iniziare con chi decide in partenza che la sua posizione è “da tutti accettabile”? È un po’ come dire che nessuno deve sentirsi infastidito o irritato per la presenza del crocifisso nei luoghi di vita pubblica dello Stato laico, perché “non è un simbolo religioso”, perché rappresenta l’identità culturale dell’Italia, perché in fondo rappresenta la sofferenza di tutti...
O ancora, Bianchi riesce a dire che ci sono «convinzioni alle quali i cristiani non possono rinunciare». Bene: penserà alla fede, alla libertà di predicare a tutti l’Evangelo o di cambiare la propria vita seguendo Gesù Cristo... no, pensa all’«etica sessuale e matrimoniale, aborto, eutanasia, bioetica»: questioni sociali e politiche, insomma.
Non stupisce, allora, tornando alla premessa, scoprire in questo libro teso in modo eloquente e condivisibile ad un dibattito e confronto serio, nella libertà e nell’accoglienza reciproca, anche un fondo francamente refrattario alla libertà. Che pensare, tornando alla Prefazione, del rifiuto dell’odierna società, nutrita – secondo Bianchi – di «un nuovo ordine libertario», basato sul vivere secondo i desideri, cosa che pare condurre necessariamente «agli abusi sui minori o agli stupri individuali o di gruppo»?