"Le panchine scompaiono e io da tempo compongo il catalogo di quelle che ho amato. Quelle del Parco Ducale di Parma, dove guardando gli alberi e la gente scrissi le mie prime poesie. Le panchine delle piccole piazze di Parigi, o sui boulevard, e quelle romane del cimitero dei poeti al Testaccio. Di recente a Ginevra mio figlio, che lì va a scuola, mi ha mostrato un suo luogo segreto. Era nella via più trafficata del centro. Due panchine di legno marrone, vuote, in prossimità della fermata del tram. Gli ho sorriso felice". Simboli della soglia, sottili frontiere tra dentro e fuori, le panchine - scacciate dal mondo reale - trovano ancora rifugio altrove. Fioriscono nella letteratura, dalla amara panchina beckettiana di Primo amore a quella dolente delle Notti bianche di Dostoevskij; imperversano nel cinema, innumerevoli come nelle surreali avventure dei vagabondi Stan Laurel e Oliver Hardy, o intense come quella su cui Ed Norton trascorre l'ultimo giorno di libertà in La 25a ora di Spike Lee. E a volte parlano, come accade con Les Murmures, panchina sussurrante installata da Christian Boltanski nel 14° arrondissement parigino. Quanti universi, in una panchina.
Piccolo libro prezioso, che mi fa riscoprire l'affinità con una pratica del distacco, della lentezza (e ovviamente della lettura) che solo sulle panchine può compiersi. Che per altro rappresentano anche uno dei pochi modi rimasti (e non a caso osteggiati) di vivere davvero lo spazio urbano. In più è scritto benissimo ed è pieno di riferimenti letterari (e perfino filmici) in cui mi ritrovo perfettamente.
Mi è piaciuto questo spostarsi tra le panchine, attraversando ricordi e racconti, punti di osservazione privilegiati. E mi sono piaciuti i ricordi che evoca, condividendo racconti, paesaggi, arte e scrittura. Ed è stato bello perdersi nella rimembranza de L’infinito di Leopardi, Aspettando Godot di Beckett e Il maestro e Margherita di Bulgakov…. Leggere come atto anarchico, su una panchina…..
Però questo susseguirsi di pensieri e racconti non è sempre al servizio del lettore, a volte rimane sospeso…
“So sempre di meno che cosa sia abitare, anche se nel frattempo ho cambiato già troppe abitazioni, ogni volta illudendomi di essere arrivato “a casa”. Itaca è un luogo di sosta come un altro, prima di un nuovo viaggio, e il mistero dell’abitare è tutt’uno col mio vizio di raccontare delle storie, se non un sinonimo. Nel frattempo sono arrivato alla conclusione che siamo tutti, più o meno consapevolmente, dei rifugiati politici.” - estr. pag. 50
Ogni riflessione un capitolo. Ogni capitolo una riflessione. Quasi un diario, un po' frammentato in cui si mischiano vissuto ed osservato. Frammentato anche il narrato. Zoppicante lo stile. Le riflessioni scorrono via come acqua nello sciacquone. Il titolo è bellissimo, però.
Le panchine mi hanno sempre affascinata, sin da piccola, facendomi pensare, così come all'autore, che siano uno dei mezzi per "uscire fuori dal mondo senza uscirne". Seduta su una panchina ad assistere, come dietro le quinte di un palcoscenico, allo scorrere del mondo attorno a noi...o a leggere, mentre i raggi del sole ci riscaldano...o a chiacchierare con un'amica...o anche a stare in silenzio astraendoci da tutto il resto. Sono le nostre piccole isole felici e, purtroppo se ne vedono in giro sempre di meno, semplicemente cancellate senza essere sostituite, perchè ci viene inculcato il falso principio che bisogna essere sempre in movimento, senza fermarsi mai. "Chi si ferma è perduto, ma si perde tutto chi non si ferma mai" (Niccolò Fabi) Un grazie a quest'autore che con la sua descrizione minuziosa, mi ha dato la possibilità di sedere su panchine bellissime, senza mai esserci stata...
Le mie aspettative erano alte perché avevo ascoltato alcuni brani tratti da questo libro che mi avevano entusiasmato . I primi capitoli sono stati interessanti e ricchi di fascino. Gli ultimi per me sono troppo auto referenziali e mi hanno un po’ annoiata .