... Ehi, Giuliano. Hai colto, con la prontezza di riflessi che accompagna la tua intelligenza come il palo accompagna il ladro, l’occasione dello slogan: moratoria dell’aborto. Che cosa significa? Niente, direi. È uno slogan, appunto, reso efficace dal calco capovolto di quell’altro, moratoria della pena capitale, al quale rubasti lestamente la scena e guastasti la festa. Alla lettera, non significa niente: le donne non possono sospendere a tempo indeterminato gli aborti, a differenza dagli Stati, che possono sospendere le esecuzioni capitali... C’è una sovranità territoriale. Il corpo delle donne appartiene alle donne, e non c’è diritto di ingerenza umanitaria che possa violare questa sovranità personale fino a che la creatura che cresce dentro il corpo materno non se ne sia staccata. L’ingerenza umanitaria sa che uno Stato non esaurisce in sè i cittadini individui. Madre e nascituro sono invece due e tutt’uno. Senza questa ammissione, l’habeas corpus non esiste, se non come diritto dei maschi per i maschi. La condanna delle demografie forzate alla cinese è conseguente al riconoscimento dell’autodeterminazione delle donne, che è la qualità più preziosa delle democrazie. Tu credi, al contrario, che autodeterminazione delle donne (fino nella dolorosa decisione di abortire) e oppressione degli Stati sulle donne costituiscano un medesimo flagello. Questa confusione è la causa della lacerazione che la tua iniziativa non può che provocare. Viceversa, una campagna che denunciasse la vera violenza carnale delle demografie forzate, l’abolizione per legge di fratelli e sorelle, la persecuzione delle bambine, potrebbe riscuotere l’adesione più sentita. Mi dici: «Io la chiamo moratoria. Tu chiamala come vuoi». Come la chiamerei io, la cosa giusta da fare? Moratoria è mediocre, anche «Moratoria della pena di morte». «Nessuno tocchi Caino» è un titolo bello: lo pensò una gran donna. Se fosse viva, potrebbe chiamarla «Il mondo salvato da una bambina», e muovere da lì alla conquista delle nazioni unite, e delle Nazioni Unite. In India è attiva la campagna «Salviamo le bambine». È giusto, ma mi sembra più bello pensare che siano le bambine a salvarci... A.S.
Adriano Sofri (Trieste, 1º agosto 1942) è un saggista, giornalista e scrittore italiano ex leader di Lotta Continua, condannato a ventidue anni di carcere – dopo un lungo iter giudiziario – quale mandante, assieme a Giorgio Pietrostefani, dell'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, avvenuto nel 1972. Sofri è stato scarcerato (dal 2005 scontava la pena in regime di detenzione domiciliare a causa di problemi di salute) nel gennaio 2012 per decorrenza della pena, ridotta a 15 anni per effetto dei benefici di legge. Pur assumendosi la corresponsabilità morale dell'omicidio, a causa della campagna di stampa diretta contro il commissario portata avanti assieme agli altri membri di Lotta Continua, Sofri si è sempre proclamato innocente per quanto riguarda l'accusa penale, così come affermato anche dai coimputati, a eccezione del reo confesso Marino. Scrive su Il Foglio e i suoi interventi sono ripresi anche da una pagina Facebook intitolata Conversazione con Adriano Sofri.