«È un ragazzo onesto, sarà un buon marito per Milla...». Comincia così questo romanzo d'amore, vivo e appassionato, con personaggi veri, buoni e cattivi, allegri e tristi proprio come nella vita. Milla è una ragazza molto ricca, intelligente, buona e sensibile. Ha un solo difetto: è brutta. Ed è disperatamente innamorata di Martino, bello, povero e troppo onesto per sposarla per interesse. Martino è orgoglioso, vuole riuscire da solo: ma una mattina d'inverno, in un affollatissimo tram, decide di accettare la proposta dell'amico Filippo di aiutarlo a laurearsi, a patto che sposi Milla.
Vladimir Giorgio Šerbanenko was an Italian journalist and writer of Ukranian origin.
He was born in Kiev, in what was then the Russian Empire, on 28 July 1911. At an early age, his family immigrated to Rome (Scerbanenco's father was Ukrainian, his mother was Italian), and then he moved to Milan when he was 18 years old.
He found work as a freelance writer for many Italian magazines, chief among them Anna Bella before becoming a novelist. His first fiction books were detective novels set in USA and clearly inspired by the works of Edgar Wallace and S.S. Van Dine signed with an English-sounding pen name. While Scerbanenco wrote in several genres, he is famous in Italy for his crime and detective novels, many of which have been dramatized in Italian film and television [1]. These include the series of novels with main character Duca Lamberti, a physician struck off the register for having performed a euthanasia, and turned detective (Venere privata - A Private Venus, 1966; Traditori di tutti - Betrayers of All, 1966; I ragazzi del massacro - The Boys of the Massacre, 1968; I milanesi ammazzano al sabato - The Milanese kill on Saturday, 1969), as well as Sei giorni di preavviso (Six Days of Notice), his first novel. He died of a heart attack in Milan on 27 October 1969. As well as in Milan, the writer lived for a long period in Lignano Sabbiadoro, a town on the Adriatic Sea in Friuli-Venezia Giulia. The town holds his archive.
Milla è la ragazza (brutta) dell’addio: dall’uomo che ama riceve una serie nutrita di addii e abbandoni, soffre come un cane, ma con carattere e fierezza, sopporta, e aspetta. Un po’ donna zerbino, un po’ donna determinata e tenace, costantemente donna che soffre, un miscuglio di qualità e difetti che la portano comunque ad ottenere ciò che vuole, ma a che prezzo! Belle le ambientazioni nel paesaggio intorno a Pavia, rogge, campi avvolti in nebbie gocciolanti d’inverno e caldo torrido d’estate e una Milano degli anni 50 zona Monumentale e Bastioni di Porta Volta. L’unico difetto la fine un po’ troppo affrettata. Sì è un po’ romanzo rosa, lo è e fa parte del periodo rosa di Scerbanenco quando lui giornalista scriveva per riviste femminili non ancora autore di polizieschi, ma se i romanzi rosa sono così potrei leggerne ancora e ancora.
Non è un giallo. Non ha nulla a che vedere con la serie di Duca Lamberti. E per certi versi è davvero lontanissimo da quello che leggo. Però mi è piaciuto tantissimo. È che forse, tra gusto melenso e atmosfere rétro, Scerbanenco è talmente bravo con la psicologia dei personaggi che la lettura coinvolge comunque. Il finale, a mio incompetente parere, è quello che fa stridere un po' il tutto, perché è troppo scontato e un po' frettoloso. Nota di colore: Milano è bellissima nelle descrizioni di Scerbanenco. Sempre, ma stavolta particolarmente.
“Troppi addii per una donna sola, e tutti crudeli, e alla fine non si soffre più. Il cuore alla fine si era guastato, non segnava più né l’ora della gioia, né quella del dolore.”
Ho faticato a leggere questo romanzo di Scerbanenco, così diverso dai precedenti noir letti e così impregnato di dolore. Le atmosfere milanesi e della nebbiosa campagna pavese ci sono tutte e mi hanno catturato, come sempre. Questo è un romanzo sull’amore, su quanto può far male questo bellissimo sentimento se non è corrisposto, su quanto può profondamente ferire e trasformare un animo gentile in un ghiacciolo, togliendo ogni illusione. Il fatto è che non c’è nemmeno da odiare, o da biasimare colui che ferisce, perché Martino stesso è ferito, ma onesto nei sentimenti e orgoglioso. Il finale è quasi sorprendente e regala speranza, anche se mi sono chiesta se Milla sarà mai più la stessa, se riuscirà a far riaffiorare quell’amore congelato e più volte deluso nella sua originale spontaneità. Credo di sì e come gli haitiani penso “aita pea pea, non importa la vita è bella lo stesso”.
Scerbanenco sa infondere il giusto quantitativo di nebbia anche in una storia d'amore. So che ha iniziato come scrittore rosa, prima di regalarci Duca Lamberti, ma non credo che questo libro possa rientrare in tale categoria. Per certi versi è modernissimo, come evidenziato anche nell'introduzione, per altri è giustamente legato alla cultura degli anni '50, che considera le donne non maritate difettose, mancanti. Un retelling nel nuovo millenio vedrebbe Milla mandare a quel paese Martino, prendere in mano e gestire con profitto gli affari del padre, magari diventare anche una qualche influencer. Ma Milla è una ragazza brutta e intelligente in un'epoca in cui alle donne si richiede solo di essere belle, e comprende appieno il proprio ruolo di semplice portatrice di dote. I cacciatori non mancano, tra cui il protagonista Martino, un bad boy non poi così bad, che ci porterà al lieto fine.
Per quel che mi riguarda è stata molto interessante la parentesi su Frida e su come si gestissero gli sfollati e gli apolidi dopo la seconda guerra mondiale, i migranti dell'epoca (spoiler: come esseri umani e con dignità, al contrario di oggi). L'amico Filippo - da me soprannominato bancomat - invece è un po' troppo deus ex machina. La comprimaria Carla scompare e ricompare un po' troppo a proposito. Eppure ritengo che tutti i personaggi siano ben sviluppati, sempre tenendo conto dell'opinione dell'epoca (l'excursus in Polinesia francese fa tanto "buon selvaggio").
Ovviamente c'è il lieto fine, in cui l'amore vince sulla razionalità, eppure avrei preferito un finale diverso. Avrei preferito di gran lunga l'altro, che non posso citare per ovvie ragioni di spoiler.
Definire "rosa" questo gran romanzo è estremamente riduttivo. Una storia triste ma densa, corposa, partita un po' incerta e ripresasi alla grande. Non condivido il finale e per questo ho dato 4 stelle. Non mi aspettavo un libro così comunque, immaginavo tutt'altro. Mi piace quando un libro mi sorprende e offre più trame. Scerbanenco sapeva il fatto suo.
[…] il nostro destino dipende da piccole cose, viene deciso per un tono di rosso, o perché compriamo il giornale in un’edicola e non in un’altra o perché ci alziamo mezz’ora più tardi e perdiamo un treno.
A sorprendermi sempre piacevolmente nei romanzi di Scerbanenco è l’universo interiore che ogni personaggio si porta dentro. Sono tutti molto umani, più o meno simpatici, ognuno con le proprie debolezze. E’ una storia che coinvolge molto emotivamente, il lieto fine forse pecca un po’ di buonismo, ma nonostante tutto sono rimasta incollata alle pagine con la stessa curiosità che di solito riservo alla lettura di un giallo piuttosto che a una storia d’amore.
Si vive aspettando sempre qualche cosa, da bambini si aspetta di diventarwe adulti, poi si aspetta un uomo, chi lavora aspetta la festa, il malato aspetta di guarire, il commesso viaggiatore aspetta in treno di arrivare, certe mogli aspettano il marito, le madri aspettano il figlio, delle ragazze aspettano il vestito nuovo. Lei non aspettava assolutamente nulla.
Conoscevo Scerbanenco come giallista. Quando ho letto che questo invece era un romanzo rosa mi sono incuriosita. Ancora di più mi ha incuriosita la prefazione di Carmen Covito che parla di romanzo storico sui nostri anni '50. Ebbene, sono d'accordo con la Covito. Ho trovato il romanzo molto aderente alla realtà dell'epoca: un uomo povero, e quindi con poche speranze, che pur nella sua povertà riesce a sposare chi vuole, a fare sesso se vuole, a trovarsi un lavoro; e una donna ricca e bruttina (non si dice precisamente perché, si parla genericamente di un incarnato scialbo, ma anch'io come la Covito credo che sia considerata brutta più che altro perché mette in difficoltà il maschio con la sua superiorità di carattere) la cui massima aspirazione può essere impalmare uno ricco quanto lei o, vista la bruttezza, anche inferiore, basta che passi socialmente dallo status di ricca zitella allo status di sposata. Milla non ha un lavoro, sarebbe superfluo. Passa il suo tempo tra il padre, le amiche, le famiglie sue pari. Vita banale, vuota, senza senso. Lei il senso lo trova nella passione quasi autodistruttiva per Martino; nonostante lui gli abbia confessato che la frequentava per soldi, nonostante alla fine sposi un'altra, quando rimane vedovo e non sa dove andare c'è sempre lei, Milla. Che però viene abbandonata (sia fisicamente che sessualmente) in favore di una evasione tahitiana in veste di infermiere locale. Alla fine i due si trovano, perché lui si rende conto di quanto Milla valga per lui, solo nel momento in cui lei finalmente arriva a disperare e sceglie di sposare un altro. Immaturità maschile, oppure scelta deliberata (si può accettare una donna solo quando ella finalmente si arrende?). Scerbanenco ha uno stile asciutto, direi quasi verista; non c'è una chiusura nel libro che si possa dire univoca. Il lieto fine a livello di romanzo rosa lascia aperta la domanda: che cosa sarebbe stato di Martino e Milla se l'epoca, lo status sociale, la considerazione della donna fossero stati diversi? E quanto il finale "classico" del matrimonio sia da considerarsi soddisfacente o non piuttosto una resa della figura femminile agli obblighi della forma, della sottomissione alla volontà altrui? Perché quasi tutte noi donne della nostra epoca, se brutte, intelligenti e ricche, uno come Martino lo avremmo buttato alle ortiche dopo la prima volta. In tutto ciò, lo sfondo presenta anche un quadro delle piccole ditte di provincia coi loro commendatori, che possono dare vita o toglierla a piacimento, a seconda del potere e della bontà personale; e la figura della Carla, l'amante un po' di tutti, nella sua generosità spontanea, nel suo concedersi anche per farsi una posizione, concedersi che alla fine anche in questo caso viene premiato con il matrimonio, dopo una esperienza non troppo felice dal punto di vista sentimentale. Ha ragione la Covito: un romanzo storico, nel suo piccolo, particolarmente incentrato sull'amore, il sesso e la figura femminile. Molto bello.
“Non gli piaceva essere costretto, spinto dalla vita a fare una cosa: avrebbe voluto decidere da sé. Ma la vita spinge tutti, pensò, forse non decidiamo mai nulla da noi.”
📖Martino è un bel ragazzo che la vita ha messo a dura prova: brillante studente di medicina, dopo il fallimento e il suicidio del padre, è costretto dagli eventi a prendersi cura della famiglia, in cui non tarda a verificarsi un altro tragico evento. Messi da parte gli studi, fa l’impiegato nella ditta di un amico che da sempre lo sostiene in ogni modo possibile e che lo spinge a fidanzarsi con Milla, una ragazza ricca, non bellissima secondo certi canoni, ma che è follemente innamorata di lui e potrebbe aiutarlo nel costruire la sua strada per il futuro. La miseria che lo colpisce e affligge, lo spinge a fare un passo in questa direzione ma ben presto si trova a dover dire addio a Milla perché dal suo passato si materializza una persona a cui il suo cuore appartiene. La vita, però, ha altri progetti per tutti loro e li condurrà davanti a bivi e scelte che lasceranno cicatrici nelle loro anime.
📖 Con la sua consueta abilità di osservatore e conoscitore dell’animo umano, Scerbanenco traccia chiaramente i profili dei suoi personaggi dandogli corpo e sostanza tra le pagine. Martino, con i suoi dubbi e le sue incertezze, pronto ad abbandonare tutto per inseguire l’amore. Milla, una ragazza brillante, intelligente, empatica, comprensiva, attenta a tutto ciò che le succede intorno. Il padre di Milla, che l’avvolge proteggendola senza mai interferire nelle sue decisioni. E tutti gli altri che si muovono con grazia intrecciando con loro i propri passi.
📖Un romanzo che parla d’amore certo. Ma anche della solitudine. Dell’amicizia. E dell’amore paterno. Delle perdite che feriscono lasciandoci diversi da come ci hanno trovati. Dell’importanza di avere un posto da chiamare patria, un luogo in cui sentirsi a casa, un abbraccio in cui sentirsi amati, uno sguardo in cui sentirsi apprezzati e desiderati.
Malinconico come la nebbia a sud di Milano, perfetto scenario per un melò. Ma stiamo parlando di Scerbanenco la cui capacità di scrittura va ben oltre il genere. Che si tratti di un giallo, o di un romanzo a tinte rosa come questo, si capisce subito che il genere è uno strumento che l’autore usa per aprire un varco nella superficie e addentrarsi nella profondità dei suoi personaggi. “La ragazza dell’addio” è un tratteggio preciso di una mentalità e di un mondo legato a stereotipi maschili e femminili propri di un’epoca ma che ancora resistono, seppure in veste diversa; dissimulati da nuove forme di fascino, con angoli smussati o a volte più accentuati, più volgari e arroganti, o dall’ostentazione di un’eleganza effimera, di un’emancipazione fragile. Cacciatore di dote d’antan, senza malvagità. Un mezzo cialtrone al di là delle sue intenzioni, Martino é privo di carattere, privo di cultura dei sentimenti altrui. Quanto più é innocente nelle intenzioni di far male, tanto più la sua mancanza di consapevolezza ferisce l’amore di Milla. Milla, appunto, la ragazza dell’addio, ricca, intelligente, affabile, di una generosità sincera e nobile, ma non bella. Riporta sui piatti della bilancia il peso della bellezza e quello dell’intelligenza di una donna, e si capisce che laddove l’intelligenza pesa di più non c’è spazio per l’amore di un uomo come Martino. Può esserci stima. Ma erano tempi in cui il rispetto non era la questione centrale, né nel doverlo né nel pretenderlo. Interessante, leggendo questo Scerbanenco, riflettere su cosa e quanto è cambiato nella sostanza. Se abbiamo più consapevolezza di noi stessi e di noi in rapporto agli altri, o se ancora lo sguardo dell’altro è il solo riferimento da cui dipendiamo. Domande che s’infrangono nell’ultima pagina che ci riporta all’epoca dei fatti.
Scerbanenco è uno degli autori milanesi che più mi piacciono. Ucraino di origine, ha scritto noir spesso ambientati a Milano e dintorni.
La ragazza dell’addio è Milla, ricca signorina della provincia pavese, vive in una grande casa avvolta nella nebbia della Padania con il padre. È innamorata di Martino, giovane in rovina economica che sta studiando medicina e che la tratta da eterna amica. La storia si svolge nell’Italia degli anni ’50, nei salotti colti e oziosi e lungo le strade della vita in cui Martino inciampa a più riprese.
Questo libro di Scerbanenco non è un noir, ma un romanzo psicologico in cui l’autore guida il lettore in un’avventura che ci riporta a uno spaccato d’Italia lontana, ma in cui, grazie alla bravura della sua penna, non è difficile ambiaentarsi.
I was expecting to like this book as much as if not more than another of Scerbanenco's "ragazza" books: namely, Al mare con la ragazza. I was slightly disappointed by it, however, perhaps because there were too many comings and goings. It was still reasonably enjoyable, though.
La forza di una donna che convive con il dolore, e nel pieno della sofferenza è pronta a dare la propria luce ad un'altra persona. La ricerca di un posto nel mondo di un uomo, totalmente succube degli avvenimenti della vita. Il lettore viene trascinato in tutte le pagine a vivere la storia di Milla e di Martino, ad imparare le diverse forme di amore, in tutte le loro sfumature, nervature e sfaccettature. Scerbanenco dimostra in questo libro la sua dote di entrare nei personaggi e di descriverne la psicologia, in ogni gesto e pensiero. Preparatevi un tè caldo, sedetevi su una poltrona e godetevi questo film.
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