In questo colloquio con Severino Cesari, Giulio Einaudi, sottraendosi alla tradizionale elusività, ripercorre in soggettiva la storia della casa editrice, guidando il lettore nel cuore dell'officina editoriale e riannodando l'itinerario dal progetto culturale al dalle "riunioni del mercoledì" al delicato lavoro di redazione, dalla ricerca di una forma grafica alla conquista del pubblico. E narrando di libri, Giulio Einaudi delinea un ritratto inatteso, a volte anche commosso, ma sempre pubblico dei fondatori o dei veri "perni" editoriali di questa uomini come Leone Ginzburg, Cesare Pavese, Italo Calvino, Giulio Bollati, e insieme a loro, dietro di loro, un gruppo di innovatori, di grandi interpreti del lavoro Massimo Mila e Giaime Pintor, Felice Balbo e Norberto Bobbio, Elio Vittorini e Luciano Foà, Franco Venturi e Delio Cantimori, Natalia Ginzburg e Cesare Cases. Smontando e discutendo pezzo per pezzo ogni singolo elemento di questo laboratorio di idee, Einaudi regala una "lezione editoriale" di sorprendente freschezza e restituisce il senso di un artigianato intellettuale unico in Italia.
Un’intervista preziosissima per conoscere la storia è la filosofia della più grande casa editrice italiana, almeno lo è stata. “Devono esserci ricerca, morale, poesia, in uno scrittore, in un autore.” “Lo sforzo dello scrittore, è dell’editoria di cultura, è di anticipare i tempi. Essere uno che pensa oggi ciò che domani sembrerà ovvio. Quali sono le tendenze sotterranee che esploderanno domani.” “Uno editore deve sempre cercare le parti nascoste dell’attività cultura e artistica. Mai quelle che esplodono, che sono già gratificate dal consenso di massa. Quello, c’è già.”
Sicuramente il libro un po’ di parte lo è, ma Cesari spesso mette in difficoltà Einaudi, fa domande scomode, cerca di “smascherarlo” aggiungendo valore al testo, consigliatissimo.
«C’è allora questa rivista, che ne facciamo? Una rivista che deve servire solo ai quattro gatti di abbonati, professori di università, o una rivista che si interessa oggi ai problemi vivi della società? Avevo diciassette anni. Ho cominciato lì.»
Un colloquio interessantissimo, quello tra Cesari e Giulio Einaudi. Un modo per ripercorrere la storia della casa editrice tra crisi e successi.
Dico spesso: editoria è conoscenza degli uomini. E la bellezza, la chiave di questo lavoro è che deve essere premiata l’intelligenza, che a sua volta proprio del rapporto con gli uomini, oltre che dei testi, si alimenta. Ma non deve essere mai un’intelligenza fine a se stessa, improduttiva e pigra. Devi dunque stimolarla di continuo, provocarla. Non devi soffocarla, spegnerla sotto la monotonia di un’eccessiva routine.
Vengono toccate le più diverse realtà con cui Einaudi si è trovato a che fare durante la sua carriera di intellettuale ed editore. Cesari non ha mancato di "rimproverare" Einaudi quando egli era troppo vago, ha riportato puntualmente eventi e interviste. L'ho trovato sincero e commuovente: le immagini di un'editoria che ha conosciuto dei nomi che hanno fatto la storia del cultura e dell'animo umano nel nostro paese. Un'editoria che ormai non esiste più.
Nel complesso molto interessante, tuttavia alcuni passaggi mi sono risultati difficili e incomprensibili per via della mia ignoranza in merito ad alcuni fatti e persone. Ottimo strumento comunque per conoscere meglio la casa editrice.
«Ultimo tra i compiti dell'editoria di cultura per i prossimi anni mi pare il recupero della felicità. Forse il difetto maggiore di una casa editrice di cultura, dove necessariamente l'atmosfera deve essere operosa sí, ma non burocratica, è la mancanza di felicità. È una mia impressione, sarà un'impressione sbagliata, ma perché allora tanta inquietudine e scontento? Dove si è rifugiata quella felicità di fare?»
Il libro è effettivamente un interessantissimo punto di partenza per parlare di editoria oggi e scoprire la storia di uno dei principali fulcri culturali italiani. In una nota più cinica non vedo oggi la possibilità di essere un’azienda culturale con quello stampo e libertà della prima Einaudi. Sicuramente leggendolo rimane, in chi di cultura si occupa, il grosso desiderio di avere un gruppo coeso e dedito come quello dell’Einaudi del primo dopo guerra.
Se lo avessi letto quando è uscito, gli avrei dato cinque stelle. Oggi è ancora un libro prezioso, ma molto meno attuale, quindi non posso dargli il voto pieno che altrimenti si sarebbe meritato.