Quando moriva un re in Francia, il suo corpo andava perduto, non il mistero della monarchia che aveva consacrato i suoi ascendenti e che ne avrebbe legittimato i discendenti. "Il re è morto, - si diceva, - Viva il re". Questa devoluzione solenne e automatica della sovranità era la prima "legge fondamentale", che nessun monarca poteva modificare: nel segno di un equilibrio provvidenziale che doveva scongiurare i drammi delle rivoluzioni, delle successioni, delle novità e dei vuoti di potere. Ma con la rivoluzione, a morire fu la monarchia. E fra le varie cose che si ruppero nella società e nella politica ci fu, non ultima, la maestà del re: essa passò al popolo. Tuttavia, non fu subito chiaro se si fosse trasferita nelle forme e negli istituti rappresentativi della nazione, o concretamente nella folla; se si fosse immediatamente identificata nel formalismo astratto della volontà generale, o ancora nella concretezza etica del bene comune.Finché la rivoluzione rimase un progetto per rimediare al disordine costituzionale, la volontà fu contesa fra i deputati e il re. Quando si riconobbe uno spazio legittimo alla violenza popolare e la rivoluzione divenne una specie di catastrofe naturale, un viaggio senza ritorno nel tempo, allora ci vollero alcuni anni perché fosse di nuovo possibile rappresentare la sovranità: di fatto, almeno, se non di diritto. I giacobini furono i primi a riuscirci. Con la rilettura di quei momenti, agli albori della democrazia moderna, Paolo Viola traccia un originale percorso interpretativo. Nelle sue pagine, ciò che pensano e sentono gli intellettuali nel loro tentativo di capire, di dirigere, o semplicemente di non farsi travolgere, entra in risonanza con quanto pensano, temono o sperano larghissimi strati popolari. Quasi paradigmatico di ogni rivoluzione, emerge il dialogo fra la cultura dei dotti e quella degli illetterati, fra idee politiche e mentalità, fra masse e dirigenti.