Il saggio di Anna d’Elia affronta temi che a distanza di anni dal Covid rimangono estremamente attuali, quali la necessità di ricostituire un pensiero lento e consapevole in un contesto sociale che richiede un’estrema velocità, accompagnata da una sorta di vuoto. L’invito centrale del libro, a mio avviso, è quello di accogliere l’arte e la cultura come parte del proprio quotidiano per entrare a far parte di una collettività, per accendere un pensiero non solo individuale ma soprattutto sociale. La consapevolezza di essere parte del mondo emerge, quindi, come pensiero fondamentale attraverso cui ricostituire l’azione individuale e politica. Sicuramente il saggio offre prospettive interessanti e relativamente originali, introducendo per esempio elementi di taoismo nel capitolo dedicato a Silvia Stucky, insieme anche a una parte di narrativa intima riguardante il tema della caducità; tuttavia, ho trovato il tutto abbastanza dispersivo e leggermente ripetitivo. Quest’ultimo punto secondo me è la debolezza principale.