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Balbala

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French

192 pages, Pocket Book

First published January 1, 1997

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Abdourahman A. Waberi

36 books19 followers
Abdourahman Waberi nació en la ciudad de Yibuti en la costa somalí francesa, actual República de Yibuti. Se fue a Francia en 1985 para estudiar literatura inglesa. Trabajó como consultor literario para Editions Le Serpent à plumes, París, y como crítico literario para Le Monde Diplomatique. Ha sido miembro del jurado internacional del Premio Lettre Ulysses para el Art of Reportage (Arte del Reportaje) en Berlín, Alemania (2003 y 2004).

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Profile Image for Alfonso D'agostino.
938 reviews73 followers
August 13, 2023
Due informazioni che mi mancavano su Gibuti, nuova tappa del mio giro del mondo letterario in ordine alfabetico: è uno stato del Corno d’Africa (e confesso che non avrei saputo minimamente posizionarlo sulla piantina) e quando ho aperto io gli occhi per la prima volta a Gibuti (che è anche il nome della capitale) sventolava ancora la bandiera francese. Sì, Gibuti fino al 1977 era colonia, non so perché la cosa mi abbia fatto così impressione, ma tant’è.

DAl punto di vista letterario, tutti le fonti mi hanno condotto a Abdourahman A. Waberi: non che la scelta appaia infinita, ma Balbala – romanzo del 1997, indipendenza del paese appena maggiorenne (continua a farmi impressione) – mi era sembrato potenzialmente interessante.

Non sto dicendo che non lo sia stato del tutto, ma introdurrò un concetto che probabilmente riguarda la mia sola personcina e fine lì: quando nell’introduzione leggo la definizione di “romanzo atipico”, inizio a preoccuparmi, è più forte di me.

Ora, Balbala è sicuramente un romanzo atipico: è certamente polifonico, anche se la voce in qualche modo principale mi è sembrata quella del maratoneta ex gloria nazionale Waïs, incarcerato per opposizione al potere politico in quella che sembra la giusta rivendicazione di chi è passato dallo status di colonia a quello dittatoriale, e prima ancora di domandarsi se “non si stesse meglio prima” (semi-cit.) rimpiange le possibilità evaporate. L’atipicità letteraria risiede principalmente nella forma espressiva, saltellante fra richiami a storie popolari e infiniti monologhi interiori, con una linea temporale che si affaccia verso un futuro incerto, guarda con un minimo di nostalgia a un passato (remoto) di pura socialità e fatica a interpretare un presente di difficoltà.

E’ quel tipo di sperimentazione letteraria che faccio fatica ad apprezzare e che mi appare sempre un filo dispersiva: mi fa pensare a una (magari ottima) antologia di racconti artificiosamente trasformata in romanzo senza riuscire a integrarla, come quando fai un puzzle e provi a schiacciare quel maledetto pezzo che è lì che dovrebbe stare, ma appena sposti lo sguardo ti rendi conto che non ci sta, che non va bene.

C’è sicuramente che ho bisogno, in questo periodo, di respirare dentro una storia, e qui mi sembrava di tossire, di tanto in tanto.
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