Quando la protagonista («la donna») parte per Asmara, sa soltanto che va a fare una visita a un vecchio amico («il ragazzo che aspettava qualcosa») che insegna nel liceo italiano: forse per sfuggire all’orrore delle feste natalizie – o forse per chiarire la sostanza di un legame difficile, troppo simile all’amore per esserlo davvero. Ma sarà proprio lui, l’amico, che la guiderà, nei modi cerimoniosi e sommessi di un’archetipica necessità, all’incontro con un soldato del contingente di pace, che ha tatuato sulla spalla destra san Giorgio, uccisore del drago. I tre si addentreranno così – tra gli abbagli necrotici delle province dell’Ovest e le sfocate visioni della laguna di Massawa, le feste tribali a Barentù e gli incantesimi apotropaici di una fattucchiera – in un dedalo tragicomico di malintesi e maldestrezze che ha, al tempo stesso, l’andamento di un vaudeville e di un dramma amoroso, e al culmine del quale alla protagonista accadrà, come a una derisoria reincarnazione dell’eroina tolstojana, di desiderare la morte ai bordi di una ferrovia sulla quale non passano più treni.Come ben sanno i lettori del suo primo romanzo, Lourdes, Rosa Matteucci possiede la rara capacità di giustapporre e sovrapporre il pathos e il grottesco senza diminuirne la carica, anzi esaltandola. E per questa via raggiunge un’accorata, lancinante percezione di quel fondo oscuro e doloroso che sta dietro a tutto.
Un romanzo tra il perfido e il grottesco che alla fine non risulta all’altezza del titolo “acchiappa lettori”. La storia è in fin dei conti un drammone sentimentale in terra d’Africa con amori gelosie e vendette tra lui, lei, l’altro; più che far versare lacrime spinge a un tiepido sorriso leggendo pagine dense di odori, puzze, polvere, sudori su tre personaggi grigi, ottusi fino al ridicolo, definiti genericamente “la donna, il ragazzo che aspettava qualcosa e il soldato”. La donna arriva da Roma ad Asmara per raggiungere il ragazzo che si aspetta sicuramente qualcosa in quanto innamorato di lei anche se fra loro vi è solo amicizia, comunanza di gusti e interessi. La donna invece prova un amore folle per il soldato, un militare italiano del contingente di pace, che un po' la corrisponde, più spesso la maltratta fino all’umiliazione, mentre il ragazzo soffre compiaciuto… Il racconto è impietoso e come dicevo perfido: la donna è l’eterna illusa senza speranze e capacità cognitive (almeno in amore) attaccata al guinzaglio del soldato, un sempliciotto ottuso nei sentimenti e rude ai limiti della brutalità nelle relazioni, con un paradossale senso dell’amicizia nei confronti del ragazzo, un debole che gode soffrendo dei guai che provoca. Lo stesso titolo può essere letto come un invito a gettarsi sui binari, ma di una ferrovia dove non passano treni; vendetta e crudeltà alla fine arriveranno, inaspettate ma non più di tanto. L’ambientazione poi è in un’Africa caotica e polverosa, tra globalizzazione e guerre tribali, un enorme suk dove i tre, continuamente sballottati, giocano ai post colonialisti e ai turisti improvvisati. La narrazione risulta purtroppo lenta, per non dire farraginosa: il taglio asettico, la minuzia dei particolari anche sordidi, il soffermarsi su tante inezie assurde di una vita grigia e squallida per sottolineare il grottesco della vicenda, finiscono per rendere faticosa la lettura, che appassiona un minimo solo verso il finale. Uno di quei libri che, nonostante la brevità di poco più di cento cinquanta pagine si terminano più per volere che per piacere. Peccato. Due stelle.
Di solito non scrivo recensioni, ma sono rimasta stupita dal numero di giudizi negativi, perciò ci tengo a dare la mia opinione. Libro non per tutti: stile peculiare, molti riferimenti colti (non parlo solo di Tolstoj) a diversi ambiti della cultura. Concordo sul fatto che il titolo sia una bella esca, ma non manca l’aggancio forte a trama e contesto, quindi lo trovo giustificato. Io ho apprezzato la riflessione sui fardelli inconsci che ci portiamo nelle relazioni amorose e sulla necessità di liberarcene per vivere la vera esperienza d’amore. Propone inoltre uno spunto a pensare ai rapporti tra uomo e donna fortemente improntati al maschilismo/machismo. Anche l’ambientazione post coloniale è più che esotica meramente fine a sé stessa, ma ci ricorda del tragico tentativo imperialista italiano. Insomma, a me é piaciuto e mi ha fatto molto riflettere. Cinque stelle!
L'abilità di una scrittrice è saper parlare del banale quotidiano e renderlo appassionante. Rosa Matteucci qui racconta un triangolo amoroso e una passione distruttiva su scenografia esotica. Ho ritrovato la stessa ferocia e ironia di Cuore di mamma. L'impronta teatrale la rende molto affine a Yasmina Reza: le scene sono delineate con cura, i personaggi maschili sempre patetici, quelle femminili sempre un po' isterici e stereotipati. La trama può sembrare ripetitiva, ma lo sono anche le nostre vite, dopotutto. L'ho adorato.
Perché lo scelto - sono stata attratta dal titolo. Non conoscevo la scrittrice. Come trama non è eccezionale, un po' banale direi, tuttavia è scritto in modo coinvolgente. Inoltre mi ha incuriosito il racconto di quei posti mai visti. Comunque è stata una lettura piacevole.
Mi è sfuggito qualcosa. Anzi. Forse proprio tutto.
E dopo pag. 100 mi sono anche piuttosto annoiata, perché il linguaggio, così ricercato, sfumato , atavico quasi, diventa un po' ripetitivo e sembra di leggere copia/incolla infiniti.