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MEROPE. Quel scelerato in mio poter vorrei, Per trarne prima, s'ebbe parte in questo Assassinio il tiranno; io voglio poi Con una scura spalancargli il petto; Voglio strappargli il cor, voglio co' denti Lacerarlo, e sbranarlo: in ciò m'aita, O fido amico, in ciò m'assisti, e dopo Ciò ti conforma al tempo. (A. II, sc. 6)
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EGISTO. O di perigli piene, O di cure, e d'affanni ingombre, e cinte Case de i Re! mio pastoral ricetto, Mio paterno tugurio, e dove sei? Che viver dolce in solitaria parte, Godendo in pace il puro aperto Cielo, E de la terra le natie ricchezze! Che dolci sonni al sussurrar del vento, E qual piacer sorger col giorno, e tutte Con lieta caccia affaticar le selve, Poi ritornando nel partir del Sole A i genitor, che ti si fanno incontra, Mostrar la preda, e raccontare i casi E descrivere i colpi! Ivi non sdegno, Non timor, non invidia, ivi non giunge D'affannosi pensier tormento, o brama Di dominio, e d'onor. Folle consiglio Fu ben il mio, che tanto ben lasciai Per gir vagando: o pastoral ricetto, O paterno tugurio, e dove sei? Ma in questo acerbo dì fu tanta, e tale La fatica del piè, del cor l'affanno, Che da stanchezza estrema omai son vinto. Ben opportuni son, se ben di marmo, Questi sedili: o quanto or caro il mio Letticiuol mi saria! che lungo sonno Vi prenderei! quanto è soave il sonno! (A. IV, sc. 3)
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MEROPE. Lode a i pietosi eterni Dei, che tanta Atrocità non consentiro, e lode, Cintia triforme, a te, che tutto or miri Dal bel carro spargendo argenteo lume. (A. IV, sc. 7)