««Quando scrive Marco Drago ci sentiamo a casa, per forza: è uno scrittore che sta dentro di noi, da qualche parte, rimpiattato, come le pene della nostra adolescenza, di cui parla questo libro». » Sandro Veronesi
««Una storia che non va da nessuna parte ma che lo fa benissimo». » Diego De Silva
««Marco Drago scava nella profondità delle nostre semplici vite e delle nostre personali ossessioni con un'intelligenza libera, coraggiosa e gentile. E la sua scrittura è splendida come il mare e sveglia come i ragazzi quando hanno fame».» Dario Voltolini
«Un’ossessione, se ben gestita, non fa male a nessuno, basta sapere di che cosa si tratta e ormai io lo so di che cosa si tratta, in quarant’anni le fasi dell’ossessione le ho passate tutte almeno dieci volte». Si può davvero pensare per tutta la vita al primo amore nato e cresciuto sui banchi di scuola? Il narratore di questa storia a quell’amore pensa almeno una volta al giorno da così tanto tempo che quasi non se ne rende più conto. E allora prova a scriverne allenando il muscolo della memoria, ricavando dal pozzo profondo dei ricordi piccoli sorsi di un’epoca consegnata alla storia, piccoli sorsi di vita forse vissuta e forse immaginata. Ne risulta una messa a nudo coraggiosa e rara della passione e dei sentimenti maschili, una confessione sincera che non cede mai all’autocommiserazione e che con lucidità e distacco non sfoca le ragioni e la potenza degli altri personaggi e del mondo attorno. Innamorato è un affresco asciutto e ironico sull’essere adolescenti nella profonda provincia italiana degli anni Ottanta, accompagnato dalla musica, la moda e gli stili di vita di un decennio indimenticabile per chi l’ha vissuto.
A pochi giorni dal mio primo commento “mamma mia, che lagna” - che confermo - mi sento di approfondire un attimo.
Nella prima parte del libro mi sono immedesimato moltissimo col protagonista, ritrovando nel racconto l’adolescente che sono stato. Insicuro, propenso a rimuginare, impelagato in cotte impossibili e totalizzanti.
Per fortuna quel me è poi cambiato, anche a colpi di delusioni, è andato avanti, ha fatto esperienze, si è spostato, fisicamente ma anche psicologicamente. In sostanza, è cresciuto.
Leggere questo racconto mi ha dato un grande disagio perché è come - ma lo ammette lo stesso autore - se il protagonista sia rimasto fermo e impigliato a quegli anni di gioventù e a quell’amore superficiale, senza spostarsi di un millimetro, in maniera ossessiva a livelli letteralmente morbosi.
Questo continuo rimuginare e ricordare però non è romantico, dolce, nostalgico: non produce niente di interessante o poetico, nessuna riflessione sul tempo che passa, sui tempi che furono, sul crescere, solo imbarazzo e dichiarazioni urlate di disagio.
Quel che penso è: meno male che non sono più quella persona, meno male che quelle cotte impossibili non si sono realizzate e mi hanno obbligato a cambiare pagina, meno male che da qualche parte mi sono arrivati spunti di cambiamento grossi come un TIR, cambiamento anche profondo e non certo gratuito.
Poi, immagino che lo scopo del romanzo, apparantemente autobiografico (non lo so), sia anche quello di autoanalisi ed esorcismo di quei fantasmi. Buon per lui e spero che abbia funzionato. Forse però, visto che gli spunti di crescita esterni non sono arrivati o sono stati schivati consapevolmente, avrei optato per un serio percorso di psicanalisi qualche decennio fa (senza nessuna punta di offesa o shaming).
Ho fatto sedimentare questo libro per diversi giorni prima di scriverne. Ci ho riso su parecchio, col sonoro anche, e mi ha commossa in alcune parti pur non essendo un libro umoristico o strappalacrime. Ma mi toccava perché insomma, il mio vivaio adolescenziale è stato lo stesso: stessa scuola, playlist, stessi luoghi, stesse inadeguatezze e incertezze sul cosa fare da grande e quindi un sottile struggimento ha accompagnato la lettura. Caro Marco Drago, ci vuole del coraggio per mettersi a nudo così, nel tuo farti uomo, da giovane imberbe e a tuo dire anche timido, ma mi pare che la timidezza sia stata superata facendoci i conti con questo libro. Passo passo ti sbozzoli dall'adolescenza portandoti appresso come una chiocciola una casa di ricordi, di emozioni non sopite e sentimenti duraturi e lo racconti proprio bene, senza risparmiare dettagli. Poi, più volte ci si trova rimarcata la purezza e l'intensità di un amore. Qual è la misura dell'amore, come si identifica il grado di un sentimento, quali gli indicatori? Non è cosa facile indagare le alchimie di due corpi/menti, ma tu qui ci provi.
Riporto 7 righe significative che chiudono il capitolo 33 (i capitoli sono brevi, a volte brevissimi, esteticamente belli nel loro occupare la centratura verticale della pagina) “Quello che sto facendo è molto semplice: sto trascrivendo il flusso di ragionamenti che faccio da quarant’anni, sto mettendo giù ricordi rimasticati mille volte che vanno e vengono senza chiedere il permesso, non ho bisogno di creare cornici narrative, di trovare pretesti, di mascherare la vera essenza di tutto questo, anzi, sto attento a non cascarci, me ne guardo bene, se funziona tanto meglio, se non funziona pazienza.”
Ha ragione Piersandro Pallavicini su Robinson. Noi, la generazione 50-70, probabilmente eravamo (siamo) analogici (che la mente umana poi, sia analogica di suo è un altro discorso). L’ultimo oggetto esistito che ci rappresenta forse sono le batterie per cellulari di vecchio tipo; quelle che conservavano la memoria delle ricariche precedenti e finivano per non aver più spazio per ricaricarsi di nuovo (si chiamava “effetto memoria”, ed era diventato improvvisamente una brutta cosa). Per questo, credo che per un nativo digitale con la power bank in tasca questo romanzo che parla di un’ossessione che dura da quarant’anni sia non credibile, semisommerso nel surreale. Ha ragione Pallavicini però anche quando dice che questo non è un romanzo generazionale. Quel meccanismo lì, che produce ossessioni, appunto, cioè “memoria indelebile” delle cariche di passione che ci hanno attraversati, non è un fatto generazionale. Dentro l’ultima generazione analogica, è un fatto che probabilmente riguarda solo un pezzo di umanità, un tipo d’uomo di solito. Quel tipo che ha la tendenza a farsi impregnare da amori o entusiasmi; per una donna (o un uomo) un film, un personaggio, un libro, uno scrittore un cantante, una canzone, una squadra di calcio (non, in generale: quella squadra, quella formazione. Una cosa precisa, tipo "Sarti, Burgnich, Facchetti, ecc") fino a non liberarsene più.
Insieme col grigiore dei paesini di provincia in quegli anni, Marco Drago racconta benissimo l’assenza che non cancella, il tempo che passa e che però non uccide, l’inesistenza che non diventa mai scomparsa, lo scolorire dei ricordi che non diventa mai oblio, il lutto che dura una vita per qualcosa che da qualche parte esiste ancora, che non muore mai e che la stessa morte probabilmente non riuscirebbe a far sprofondare nel nulla. L'eco, inserita nel libro, di "Opinioni di un clown" di Boll, rimanda giustamente al romanzo-paradigma della disperazione che tutto questo può provocare. E' un romanzo che trasmette molto bene anche quel particolare modo di sentirsi uno sfigato di qualità, un “intellettuale” ipersensibile, che sa un sacco di cose e chepperó non sa difendersi (non sa nemmeno attaccare, ma di quello gli importa meno). Che magari sa anche conquistarsi un posto nel mondo, ma che continua sentirsi un esiliato perché vuole essere protagonista solo in un microcosmo, in un cerchio magico da cui però, per un copione che spesso si ripete, improvvisamente è stato escluso. Quella cosa, per disgrazia, per errori, per stronzaggine altrui, gli è inappellabilmente negata . E lui continua a rigirarci intorno come una mosca attorno alla lampadina, animato insieme da orgoglio ferito e senso di inadeguatezza. Così la passione-malattia si cronicizza, senza cura e senza guarigione. Un libro onesto, a suo modo duro, a suo modo bellissimo.
Maschi sessantenni in brodo di giuggiole, abbracciati e lacrimanti sul Come eravamo di Marco Drago. Donne quasi cinquantenni più tiepidine e con un retropensiero: ma se questo libro lo avesse scritto una donna cosa avrebbero detto?
Torno indietro. Marco Drago che io ricordo dai tempi di Maltese (rivista letteraria mooooolto bella degli anni boh di cui ancora conservo un monografico su Londra da piangere) e dai tempi di un Salone del Libro ancora non così affollato e mainstream dove si aggirava con una birra in mano e aveva un'aria sconsolata, e forse la spiegazione è in questo libro. Insomma Marco Drago racconta la sua prima storia d'amore, la passione adolescenziale che gli è rimasta conficcata nel cuore per più di trent'anni come un'ossessione di cui ha voluto, ci ha provato, a liberarsi con questo libro. Ovviamente, insieme alla biondina, ci sono colonne sonore dell'epoca, ci son pure i paninari, ci sono gli studenti senza una lita che battagliano con filologia germanica, insomma c'è anche una parte del mio mondo che non esiste più. Un'operazione Amarcord ben scritta e ben riuscita, un bel libro, ma che a me lascia sempre il retropensiero di cui sopra. È importante? No, non lo sono mai i miei retropensieri ma se devo dire come ma penso, beh la penso così.
Letto domenica pomeriggio in cui mi sono tappata in casa per contrastare una giornate di sole che già mi fa annusare l'odiata estate dietro l'angolo. Com'è dura.
Un ragazzo e una ragazza si conoscono al primo anno di liceo ed è colpo di fulmine o almeno lo è per lui. Siamo tra la fine degli anni 70 e l'inizio degli anni 80, le ragazze sono sempre più emancipate ma ancora ci sono dei tabù. Assistiamo alla nascita di questo amore, alla sua crescita e alla sua inevitabile fine, perché fin dalle prime pagine del libro sappiamo che quell'amore è finito quarant'anni prima e che entrambi i protagonisti sono sposati con altre persone. Eppure per l'autore quel primo amore è sempre presente, come un rumore di fondo, una presenza costante anche nell'assenza, un ricordo con un eco indelebile. Perché certe storie semplicemente restano dentro, come se in una realtà parallela non fossero mai finite. Un libro nostalgico che è anche un affresco della gioventù di provincia degli anni ottanta, musiche, film, abbigliamento, modi di fare e di essere. Un periodo che io non ho vissuto e quindi non mi ha colpito particolarmente. Libro scorrevole e a tratti piacevole ma che mi ha anche annoiato a volte perché l'autore si perde in eccessive elucubrazioni.
mi uccide pensare che i libri più belli che ho letto, sono poco conosciuti. preso al salone del libro per la copertina e il titolo, senza aspettative, anzi già arresa che fosse l’ennesimo libro orrendo preso per la copertina (cafe royal di Balzano, parlo di te). invece una bellissima sorpresa, il caldo di cui hai bisogno quando fa freddo, forse uno di quei libri che devi leggere nel momento giusto della tua vita, se no ne perdi gran parte del senso. come si sopravvive al primo grande amore? come si sopravvive al lutto di una persona che è ancora viva?
una scrittura sincera, senza fronzoli, senza decorazione, mettere così a nudo la parte vulnerabile, ammettere le colpe, i comportamenti ossessivi, le debolezze di una vita è raro ancora più raro riuscire a dare speranza e forza tramite delle parole
Non sono un hater a prescindere dei romanzi ombelicali, anzi, le ossessioni personali mi hanno sempre colpito. Ma devono riuscire a diventare collettive, a trasformare un fatterello privato in un'epica generazionale, altrimenti il tutto diventa uno sfogo, una seduta psicanalitica tra scrittore e lettore. Dopo un buon inizio, a me sembra che questo memoir? Romanzo? chissà di Marco Drago non diventi mai universale. Ed è un peccato, perché il ritmo c'è, l'affabulazione pure.
Noiosissimo! Questa ossessione dell'autore per il primo amore, non mi ha detto nulla. Quasi coetanea di Drago ricordo tante cose di costume di spaccato di un'epoca che l'autore ci descrive e di questo gli rendo merito. Il resto è ni. Peccato perché avevo amato i suoi racconti "amarcord" della serie "La vita moderna è rumenta".
La consapevolezza di un'idealizzazione disinnesca gli effetti dell'idealizzazione stessa? Questa è la domanda che mi sono posto al termine del lungo viaggio nei ricordi che è "Innamorato" di Marco Drago, ma ho la sensazione che a contare davvero sia il percorso: un'odissea di decenni scaturita da un amore durato "solo" un anno e mezzo, e coltivato per anni già da prima. Evidentemente, però, gli anni del primo amore hanno un peso maggiore, una magnitudine a cui non è possibile sfuggire, e così il cuore del protagonista si incastra nel passato. Ne è complice anche la chiusura irrisolta di questa prima esperienza, che diventa un bagaglio non necessariamente ingombrante ma per lui imprescindibile. Eppure, è proprio questa consapevolezza di "eccesso" a sabotare il sentimento e permettere di andare avanti: riconoscere l'esagerazione di un sentimento elevato a perfezione spegne la miccia, la allontana dalla realtà, le impedisce di deflagrare qualora l'occasione pure si palesasse. "Innamorato", allora, pur partendo come ammissione di un amore mai eclissato diventa il racconto di questo disinnesco attraverso un flusso di memoria senza soste ma con continui salti temporali, alterazioni nel tono - ora adulto, ora adolescenziale nelle sue piccole ripicche e rivendicazioni - e piccoli dettagli sublimati. Il primo amore non sarà dimenticato, ma non può trovare altro spazio che un'innocua idealizzazione che lo relega ai margini della realtà e, insieme, al nucleo più profondo della mente.
Ho amato questo libro per molte ragioni diverse. Su tutte, il coraggio con cui l’autore si è messo a nudo. Resta il dubbio che nulla di quanto letto sia realmente accaduto - dopotutto, abbiamo davanti un romanzo. Non sono certo che sia autofiction, anzi, credo che l’autore abbia giocato con l’autofiction per raccontare qualcosa di diverso. Molto consigliato
La solita autofiction, il solito libro autocentrato, con uno sguardo fisso giusto sul proprio ombelico e non un millimetro in là. Perché sempre più scrittori maschi tra i 50 e 60 ritengono di dover sprecare carta per raccontare le vicende personali, interessanti solo per chi le ha vissute e forse non per tutti, dato che poi nella vita si va avanti?