La protagonista di questo libro, una donna ironica e irriverente che assomiglia davvero molto all’autrice, si trova a dover abbandonare il mondo terreno. Fin qui niente di strano. Ma dopo la morte ecco comparirle di fronte, nientemeno, che Dio: sotto le sembianze di un uomo affascinante, autorevole, e perdipiù seminudo. Il creatore esige di essere venerato; insiste perché la narratrice lo segua nel regno celeste. Ne nasce un vivace scontro, non privo di tensione e colpi di scena. Oltre ai muscoli, questo Dio ha degli argomenti, e sa come usarli. Ma servirà ben di più, a un’atea incallita come la protagonista, per rinnegare le convinzioni di una vita e rinunciare alla propria libertà – soprattutto intellettuale. Jacqueline Harpman, autrice del bestseller mondiale Io che non ho conosciuto gli uomini, si conferma con questo libro una tra le più originali e dissacranti figure della letteratura contemporanea.
Jacqueline Harpman was born in Etterbeek, Belgium, in 1929. Being half Jewish, the family moved to Casablanca when the Nazis invaded, and returned home after the war. After studying French literature she started training to be a doctor, but could not complete her medical studies when she contracted tuberculosis. She turned to writing in 1954 and her first work was published in 1958. In 1980 she qualified as a psychoanalyst. She had given up writing after her fourth book was published, and resumed her career as a novelist only some twenty years later. She wrote twelve novels and won several literary prizes, most recently the Médicis for the present novel. She was married to an architect and had two children.
Chi non ha mai fantasticato sulla propria morte? La Harpman lo fa, ma dietro tanta ironia verso le ipocrisie e le incoerenze delle religioni (si è divertita Soprattutto con quella cattolica), cela, dietro questo piccolo scritto, un delicatissimo inno alla vita.
Sono morta in un bel pomeriggio autunnale, risparmiandomi così l'inverno, che ho sempre odiato. Le foglie secche cadevano aggraziate, feci il possibile per imitarle.
Ho amato moltissimo Io che non ho conosciuto gli uomini, e mi sarei aspettata di trovare la stessa profondità e bellezza nella scrittura anche in questo titolo. Purtroppo non è stato così, è un racconto breve che parte da un'idea interessante, ma che ho trovato piuttosto superficiale nello sviluppo. Harpman costruisce, anche qui, una situazione di estraneità, ma stavolta non ho sentito quella forza straniante e quella capacità di scavare davvero nella protagonista (che poi è lei) che avevo trovato in precedenza. Il problema principale, per me, è proprio la brevità: tutto sembra accadere troppo velocemente e alcune intuizioni che avrebbero potuto essere molto interessanti rimangono appena accennate. Il tutto condito da un'ironia che non ho trovato così irriverente o sorprendente, infatti sia prefazione che postfazione mi sono risultata quasi caricate, nonostante esprimessero la volontà femminista dietro il racconto.
Un delizioso e squisito duello tra una donna e il Creatore. Jacqueline Harpman mi aveva già conquistato con “I Who Have Never Known Men”, e con questo libricino ha confermato l'ottima impressione che avevo di lei. Spero di leggere altro della sua produzione in futuro. Costruito principalmente sui dialoghi, quasi come una pièce teatrale, il testo vede l’autrice mettere in scena uno scontro di ideali tra se stessa (dato che anche la protagonista porta il nome di Jacqueline Harpman) e Dio. Frequente è l'uso dell'ironia e della risata, elemento che ho trovato geniale: è proprio attraverso il riso e la presa in giro che la donna riesce a rimettere Dio al suo posto, a togliere a poco a poco potere a questa Autorità assoluta e a preservare la propria indipendenza e lucidità. Il loro confronto rappresenta proprio questo, come illustrato anche dalla brillante postfazione dell’edizione italiana: la riappropriazione e l'ultima ribellione di una coscienza femminile che, grazie al proprio ingegno, alla perseveranza e anche alla fiera rivendicazione di essere una figura scomoda, riesce a sottrarsi a un controllo autoritario. Consigliatissimo, si legge in poche ore, ma lascia tantissimi spunti di riflessione.
3.5⭐️ Ho gradito molto la prosa e trovo che la scrittrice sappia essere ironica in modo molto intelligente, caratteristica per niente scontata. L'idea di fondo del libro è interessantissima e pone un dilemma a cui è difficile trovare una risposta. Nel complesso la lettura è piacevole e sicuramente originale (almeno per me). Credo, tuttavia, che si potesse fare qualcosa di più. Sarà per la brevità del libro, sarà per qualche dialogo un po' ripetitivo, o per le argomentazioni tirate in ballo. In ogni caso ho scoperto un'autrice nuova, che sicuramente rileggerò quando verrà il turno del suo titolo più famoso "Io che non ho conosciuto gli uomini".
Un incipit magistrale, di quelli che ti fanno entrare immediatamente nella storia e ti fanno pensare di avere tra le mani qualcosa di enorme. E, come sempre con Blackie, un’edizione stracurata, che è una gioia anche solo da tenere in mano.
PERSONALMENTE, però, il contenuto non è stato del tutto all’altezza delle aspettative che mi aveva creato l’incipit.
L’idea di fondo è potentissima e mi aspettavo soprattutto un contraddittorio più serrato, più profondo, tra le diverse posizioni in gioco. Invece, ho trovato le argomentazioni attribuite a Dio piuttosto deboli e, in alcuni passaggi, ripetitive. Il discorso finisce per concentrarsi maggiormente sulla sua volontà di affermarsi nel cuore dei propri discepoli, anche attraverso la disponibilità ad assecondarne desideri e richieste, più che su un vero confronto filosofico o morale capace di mettere in crisi il lettore (che resta comunque affascinato dall’acume della scrittrice e dalla sua capacità costante di incalzare il suo interlocutore).
Resta però molto interessante il concetto che emerge verso la fine, quello della coscienza collettiva: un’idea tutt’altro che semplice da costruire e da trattare all’interno di un romanzo, e che proprio per questo ho trovato particolarmente affascinante.
Insomma: un’idea di partenza che mi aveva conquistata e alcuni spunti davvero interessanti, ma che avrei voluto vedere sviluppati con maggiore profondità e con un confronto più incisivo.
Un romanzo sorprendente e affilato, che dietro la sua premessa apparentemente stravagante o teologica nasconde in realtà una struttura allegorica dal carattere squisitamente politico.
Jacqueline Harpman mette in scena un confronto diretto con il divino per smontare, con un'ironia lucida e mai fine a se stessa, le dinamiche del potere, dell'autorità e dell'obbedienza cieca. L'incontro tra l'individuo e una figura creatrice indolente o assolutista diventa la parabola perfetta delle strutture oppressive umane: lo Stato, il patriarcato, i sistemi totalitari e le narrazioni istituzionalizzate a cui spesso ci sottomettiamo senza ribellarci.
Ciò che rende questo libro brillante non è solo il libero arbitrio rivendicato di fronte all'assurdo, ma il modo in cui l'autrice usa l'allegoria come strumento di sovversione. Non c'è consolazione metafisica, ma una potente affermazione di autodeterminazione politica e intellettuale: di fronte all'autorità incontestabile — sia essa celestiale o mondana — la vera resistenza parte dal rifiuto di accettare passivamente il dogma.
Una lettura intelligente, provocatoria e incredibilmente attuale.
"Lei rappresenta uno dei più antichi desideri che l’umanità, disperata, si trascina dietro di generazione in generazione, il padre assoluto, la certezza, il riposo dell’anima; lei è il mio desiderio più segreto e più vergognoso, quello che si oppone alla mia parte razionale e che, nei momenti in cui dimostro buon senso, rifiuto di riconoscere."
Avevo paura potesse non piacermi come l’altro libro dell’autrice, e invece si è rivelato un originale modo di esprimere un’opinione - anche controversa. È ironico al punto giusto ma allo stesso tempo profondo, tocca temi scomodi ma in modo corretto. La seconda metà secondo me vale l’intero libro. Sono contenta di averlo letto, ora ho messo in pace la mia bilancia nei confronti di questa autrice!
Una lettura fulminante. In questo romanzo che sembra un'opera teatrale, Jacqueline e Dio interloquiscono a un ritmo narrativo volontariamente scostante, in una narrazione fatta di pause delicate e feroci invettive.
L'umana e il divino sono più simili di quanto sembri: Dio è Bellezza, Bontà, Compiacenza, Indulgenza, ma anche Rabbia, Sadismo, Contraddizione, Impazienza, Delusione; Jacqueline è Ironia, Cinismo, Irritazione, Megalomania, ma anche Affetto, Umiltà, Malinconia, Umanità. Entrambi sono Narcisismo, Orgoglio, Vanità, Presunzione, Amore. Consapevolezza. Entrambi sono drasticamente consapevoli della propria essenza.
Dio cerca l'amore di Jacqueline, lo desidera come Jacqueline brama la conoscenza eterna, dono che Dio è disposto a offrirle. La tentazione di accettare è forte, ma l'estremismo della donna prevale: non è disposta a contrattare la sua libertà di scelta (di cui Dio parla a lungo) per un'egoistica soddisfazione che la porterebbe a tradire la curiosità e i sacrifici dell'umanità, quella stessa specie che colui che ha davanti, per chi dice di essere, ha abbandonato dalla notte dei tempi.
Come in "Io che non ho conosciuto gli uomini", Jacqueline Harpman si dimostra una scrittrice piacevolmente inusuale, che sa muoversi in temi di grande dibattito umano, senza però cadere nel banale.
"Ah, ecco! avrebbero lavato e imballato la cosa. Povera anziana signora, dissi tra me e me, e mi resi conto che mi sentivo davvero del tutto estranea alle mie spoglie mortali."
Premettendo che questo è stato il mio primo approccio con Harpman – e che la qualità della sua scrittura mi ha convinto a recuperare Io che non ho conosciuto gli uomini –, non sono rimasto affatto colpito da questo romanzo breve. Blackie ha fatto un ottimo lavoro di traduzione, ma la curatela ha amplificato la mia sensazione, ovvero che si stesse esaltando un testo che di "dialogo filosofico" ha molto poco.
Per farla breve, si tratta di un pastiche di Canto di Natale: la scrittrice immagina la propria morte e, accompagnata dal Creatore stesso, vaga in casa sua rifiutandosi di arrenderglisi, osservando con immaterialità le reazioni dei suoi cari e discorrendo varie tematiche senza mai soffermarsi su alcuna. Nulla di nuovo, dunque, nell'espediente narrativo, le caratteristiche di questa storia dovrebbero essere l'assertività, il sarcasmo, la sagacia dell'autrice; tutti elementi che, a parer mio, hanno reso la riflessione superficiale e sterile. Ripeto, la scrittura è impeccabile, ma l'umorismo forzato e una tendenza che lei stessa commenta con: "la morte allentava decisamente la briglia alla mia frivolezza", mi hanno fatto concludere la lettura sentendomi poco stimolato.
Mi ha lasciato indifferente, insomma. Tanto quanto lo è stata la protagonista nei confronti delle continue pretese o promesse divine.
Un romanzo breve che celebra l'ateismo radicale, ma lo fa con argomentazioni ampiamente superate e di poco valore. Un'esaltazione contraddittoria della contrapposizione tout court, priva di spunti filosofici costruttivi e convincenti. Anche l'ironia, a volte presente, è fine a se stessa. Libro profondamente deludente.
Dieu et moi était prometteur dans l'intention, et j'attendais de Jacqueline Harpman qu'elle donne de la substance à ce dialogue entre Dieu et une athée. Malheureusement, on ne sort jamais du vaudeville, où Dieu et Jacqueline se poursuivent de pièce en pièce, sans jamais créer un embryon de conversation nourrissante... dommage.
3.5 stellette Forse avrei dovuto scegliere la prima pubblicazione edita in Italia per conoscere l'autrice, o forse no. Però averne già avuto un assaggio mi porta sicuramente ad avere ancora più voglia di leggere Io che non ho conosciuto gli uomini, che conto di scoprire entro la fine dell'anno.
Mi è piaciuto molto questo suo ricreare una versione di sé che dialoga con un Dio in cui non ha mai creduto e con cui si toglie un po' di sassolini dalla scarpa per tutte le stranezze e le contraddizioni che trascina con la sua figura. Porta anche il lettore a interrogarsi su cosa potrebbe accadere una volta che il nostro corpo esala l'ultimo respiro. C'è qualcos'altro, possiamo ancora osservare ciò che circonda le nostre vecchie forme, o con la fine del corpo si raggiunge la fine di tutto ciò che siamo stati?
Più un racconto lungo che un romanzo, in poche pagine condensa tanto temi interessanti... spero davvero ci arrivi in italiano tutta la produzione di Harpman
Lettura brillante che dà alcuni spunti interessanti, ma troppo breve per entrare realmente nel vivo di una questione così ampia e complessa o per essere in qualche modo memorabile
Già dalla trama non mi ispirava particolarmente e purtroppo devo dire che non mi ha impressionato neanche la lettura. Scrittura sempre bella ma che qui si perde per la forte presenza di dialoghi
L’idea alla base di questo romanzo mi è piaciuta molto: una donna atea muore e si ritrova faccia a faccia con Dio, che pretende di essere riconosciuto e venerato. Peccato che lei non abbia alcuna intenzione di rinnegare le proprie convinzioni solo perché si trova davanti al Creatore in persona. Jacqueline Harpman costruisce un confronto ironico e irriverente che mette in discussione il rapporto tra fede, autorità e libertà di pensiero. La protagonista non smette di fare domande, contestare le risposte e rivendicare il diritto di pensare con la propria testa. Ho apprezzato soprattutto questo atteggiamento, insieme all’umorismo con cui l’autrice affronta questioni tutt’altro che banali. Il romanzo si legge velocemente e ha una premessa davvero stimolante, ma ho avuto la sensazione che non riuscisse a sfruttare fino in fondo il proprio potenziale. Il dialogo tra la protagonista e Dio, pur partendo da spunti interessanti, tende a tratti a ripetersi, senza approfondire sempre quanto potrebbe le questioni filosofiche che mette sul tavolo. Avrei voluto che alcune intuizioni venissero sviluppate maggiormente, perché la materia per farlo c’era tutta. Rimane comunque una lettura intelligente e piacevolmente dissacrante, capace di affrontare temi complessi senza diventare pesante. Non mi ha convinta del tutto, ma l’ho trovata interessante per il modo in cui rivendica l’indipendenza del pensiero persino davanti a un’autorità assoluta.