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RACCONTO D'INVERNO

Il campo è quello di Gerlospass, sulle Alpi austriache. Tommaso, insieme a un gruppo di prigionieri polacchi, ucraini e italiani, lavora alla creazione di una linea elettrica tra il Tirolo e il Salisburghese. Tirano su i pali del telegrafo nella neve, sotto un cielo livido e inclemente. Le giornate hanno l’odore asprigno dei mantelli bagnati, le scarpe sono basse e rotte, le labbra dolenti come i muscoli. Alla sera, gli stanzoni si riempiono del fumo delle stufe. Fuori dai vetri corre l’urlo delle abetaie lungo i pendii lisciati dalle tormente e di notte si sente il tonfo delle imposte. Ogni tanto del pane raffermo e una tazza di caffè di ghiande danno un po’ di sollievo alle gambe stroncate. Ma non si aspetta più nulla. Si guarda soltanto l’assurdo candore della neve e si pensa che l’inverno non sia più una stagione, ma uno stato dell’anima, una sorte chiusa, come se la prigionia durasse da sempre e la vita, ormai, fosse stata recisa.Oreste Del Buono è tra i primi in Italia a raccontarci l’esperienza del lager, con una lingua ruvida e urgente ma di grande espressività, e quasi in presa Racconto d’inverno, scritto sulla base di una breve novella, uscì alla fine del 1945. Ma la sua testimonianza trascende la Storia e finisce per illuminare una condizione umana universale, quel senso di smarrimento che allora fu avvertito da molti scrittori l’assistere stranieri al muto dolore del mondo e alla sua insensatezza; l’impossibilità di tornare alle parole di prima, dopo l’esperienza della guerra e della deportazione; il tradimento di tutte le attese e di tutte le speranze.

156 pages, Paperback

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About the author

Oreste Del Buono

135 books1 follower
Scrittore, giornalista, consulente letterario, traduttore, sceneggiatore, protagonista della vita culturale milanese del dopoguerra, editor presso le maggiori case editrici italiane, redattore della rivista «Linus» (1972–1981).

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Profile Image for Gianni.
431 reviews57 followers
November 23, 2019
Racconto d’inverno è costruito sulle memorie autobiografiche di Oreste Del Buono che, dopo l’8 settembre 1943, fu inviato dai tedeschi in un campo di prigionia e lavoro in Tirolo, fino al 1945, anno in cui il racconto fu pubblicato la prima volta.
Il protagonista è Tommaso, alter ego dell’autore, che pensa e racconta in prima persona e a cui si alterna un narratore che ne parla in terza persona. L’ambiente è quello delle baracche in cui sopravvivono oltre ai prigionieri italiani, anche prigionieri polacchi e ucraini, “Dei mucchi d’ossa e di stracci e da anni sono prigionieri, da anni vivono nella paura, nell’umiliazione: la paura di ogni giorno, la fame di ogni giorno, il dolore del mondo.
È un libro dolente che narra di un’umanità smarrita nella costrizione della prigionia, senza speranza e con una pena infinita, con la consapevolezza disperata della propria solitudine, “Certe volte, prima di dormire, abbandoniamo noi stessi alle confidenze, alla memoria e alle immagini; in baracca proviamo il desiderio di parlarci, scambiare parole. Sappiamo che è inutile, che siamo sempre soli, ognuno in sé stesso, ma consola tentare un colloquio, la fiducia umana che non possediamo.”. E senza speranza tutti lentamente muoiono dentro, anche i sorveglianti, “Fa paura pensare che possiamo ridurci così, che forse un giorno quest’uomo era vivo, e che ormai neppure noi siamo più vivi.”, rinchiudendosi sempre più in sé stessi, nella disperata ricerca animale di sopravvivenza “Siamo ciechi e sordi, degli uomini: ma è possibile continuare a chiamarci uomini?”.
E su tutto l’inferno dell’ambiente inclemente, la luce accecante, la neve nel freddo inverno, che diventa una manifestazione interiore “«Penso che l’inverno non sia una stagione, sia uno stato dell’anima», dice Tommaso e si vergogna di avere parlato, gli sembra di essere ridicolo, di dovere arrossire nel buio. 
Non è, quindi, solo la narrazione della disumanità della prigionia e della guerra, il racconto parla di noi, della consapevolezza di essere sempre soli nell’affrontare il mondo, “ È il fatto più atroce: noi siamo soli, soli incredibilmente, non dobbiamo sperare nell’aiuto di nessuno, che nessuno ci porga una mano per rialzarci.”, “Siamo noi stessi a tenderci l’inganno, a buttarci in faccia le menzogne […] È inutile abbandonarsi alle immagini, alla commozione; è inutile barare con noi stessi, usare i dadi truccati. Lascia quel dado, baro. Siamo soli, tu e io e gli altri; ognuno è solo, Tommaso, Attilio, Luciano, i nomi non contano quando si dice tutti: siamo soli e ancora vogliamo ingannarci, giocare con le menzogne” e “Siamo prigionieri della neve, del freddo, della miseria. Cantiamo, ma non è una difesa, è impotenza.”.
Il racconto non ha una trama definita, è un flusso di ricordi e di episodi che si susseguono e che sono lo specchio di un dolore profondo; anche lo stile è asciutto, secco, ossessivo nel ribadire gli stati d’animo, l’impotenza, l’assenza di ogni ragione. Il vuoto.
Sono poco più di 100 intense pagine che difficilmente lasciano indifferenti.
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