Sono trascorsi ormai diversi anni da quando Alice Pleasance Liddell è tornata dal Paese delle Meraviglie. Da allora la sua vita è stata scandita dalle regole della severa società vittoriana che l’ha trasformata in una perfetta donna di casa. Alla soglia dei diciotto anni e del suo matrimonio, Alice si rende però conto che dentro di lei è sopita la bambina loquace e fantasiosa, messa a tacere da un’educazione inflessibile. Qualcosa cambierà quando Edward, il suo futuro sposo, scomparirà, e con una visita alla zia Tristania, detta Trixy, apparsa all’improvviso dopo anni trascorsi in giro per il mondo. Ma chi è Trixy? Dove si trova Edward? E chi è Drawde, il maggiordomo della zia per cui si innesca il meccanismo rocambolesco in cui sogno e realtà si fondono, laddove una tana di coniglio rischia sempre di portare Alice fuoristrada? Del resto, si come scrisse il grande William Shakespeare - uno degli autori preferiti di Alice - “Siamo fatti della stessa sostanza di cui son fatti i sogni”. Il resto è una grande, assurda avventura in cui occorre perdersi per ritrovarsi, salvo poi scoprire che spesso l’apparenza inganna, portando Alice (e portando anche noi) lontano da quella bambina che ancora scalpita e sogna. Nel sogno-realtà del suo viaggio in un labirinto traboccante di eventi e bizzarri personaggi, la protagonista (e con lei il lettore e la lettrice) imparerà il significato dell’amore e della libertà, tra enigmi da risolvere e improvvisi guizzi dell’immaginazione.
Di anima se ne sente parlare tantissimo. È una parola usata e abusata, dai contorni sfumati, difficili da raccontare e da contenere in descrizioni e in confini umani, troppo stretti per qualcosa di così strabiliante. Anima è coscienza, è immaginazione, è la sede dei migliori sentimenti di una creatura che, se ne fosse priva, sarebbe soltanto un organismo perfetto, ma vuoto e senza musicalità. L’anima è l’effluvio che ci avvolge e ci rende straordinariamente umani. Così simili agli angeli eppure cosi superiori, perché dotati di possibilità di scelta, di infinite sfumature, legato alla terra eppure vicino al cielo. È l’anima che si riversa nell’arte, che è sia scritta, sia visiva, che sia fatta di tatto, di odori, di sapori e ricordi. Vaghe immagini che si ammassano dentro di noi, in un caotico eppure perfetto mosaico, che ha significati unici per ciascuna testa, per ciascuno sguardo, per ogni udito. Così differenti e così cacofonici, così belli e così orrendi, nelle nostre diverse attitudini, negli errori e persino in quella volontà quasi ribelle di immergersi nell’abisso, nella pazzia e nel male. L’anima è stupefacente anche nelle sue più turpi immagini, nelle sue orrende scivolate verso i più tenebrosi meandri dell’inconscio. Così difficile da definire e raccontare per la razionalità eppure così presente, diffusa come se fosse aria che fa respirare, come se fosse un marchio invisibile sì, ma indelebile sulla pelle. E sapete come si riconosce l’anima? Da dove essa occhieggia beffarda? Nella creatività. In quella caratteristica capacità di trascendere i limiti del reale e immergersi in mari burrascosi e incomprensibili. Mari che possiamo navigare soltanto rinunciando, momentaneamente, all’attaccamento dei nostri sensi acclamati dalla scienza e dotarci di un significato spesso ammantato di non senso, di follia… ma non quella oscena e disturbante causata da ossessioni e dolori, bensì quella bonaria dell’assurdo, del non consueto che gli inglesi chiamavano “weird”1. Carrol ce l’ha mostrato a noi bambini speciali, quelli che volevano colori mai visti, suoni mai uditi e immaginavano creature fuori dall’ordinario, mostri per il volgo, ma incanti per chi ha la doppia vista e sa scalfire il velo di maya. Ma poi si cresce. Ci si addentra in una realtà chiusa e soffocante chiamata società, con la sua socializzazione tendente all’omologazione, quella sua paura del diverso, quella sua volontà di controllo ossessivo. E si dimenticano i mondi incantati troppo liberi, troppo controcorrente, capaci solo di stimolare il nostro pensiero e di farlo arrivare nelle regioni impervie della contestazione. E una società che si regge sullo status quo, che combatte l’evoluzione e il cambiamento per mantenersi sana seppur decadente e salda sui suoi principi zombi, non può e non deve accettare il weird. L’evento più triste, osceno e orrorifico che accade a un bimbo in procinto di entrare nella scena societaria, di effettuare il debutto e barattare con il successo e il potere la sua peculiare stranezza, è quello di far addormentare non l’anima intera, ma la sua parte più creativa, quella che altrimenti metterebbe in discussione ogni dettaglio, ogni convenzione ogni certezza. Ci si immerge nella realtà e nel clamore del mondo con la conseguenza di inaridirsi, di ridursi in cenere, soavi ricordi che ogni tanto fanno capolino nel sonno. Chi ha un talento, una dote, un dono, invece di viverlo, festeggiarlo, di celebrarlo con gratitudine, segno della benedizione della divinità, cerca di addomesticarlo sottomettendolo alle convenzioni, al bon ton e persino ai finti escamotage di liberazione dello stesso, rappresentati dalla tecnica. Briglie che legano un qualcosa che è e deve restare libero, che deve romperle, le regole. Non ossequiarle. Come si può riverire le catene? Come si può concepire che le stesse siano un abbellimento a qualcosa che deve restare indomito? Come si può considerare il dono di creare sottomesso alle fallaci regole umane che impongono soltanto dominio e successo? Il successo è di questo mondo, l’arte di uno che forse non siete mai riusciti a raggiungere. Il mondo delle idee non può sottostare ai dettami umani, perché vive e nasce lungo il fiume che i norreni chiamano Sogno. È sognando che si manifesta il reale, è dalla sostanza delle immagini mentali che noi diamo volto e consistenza alla cosiddetta realtà. Che non esiste. Che è solo proiezione della nostra capacità di nominare. E allora come possiamo pensare minimamente di bestemmiare l’arcano? Di privare di mistero e di segretezza il mondo numinoso? Il paese delle meraviglie cantato da Carroll è questo. È il concetto supremo della capacità di osare, laddove anche gli angeli esitano. L’alice di Roberta De Tomi siamo noi. Noi tutti che affrontiamo riottosi quella fase chiamata socializzazione. Alice perde o dimentica quel weird dove brillano i sogni, dove la linfa vitale incomprensibile dell’arte dimora. Alice dimentica il suo nome. Dimenticando il suo nome scorda la sua essenza. Troppo presa da sé stessa, quella che sboccia in un mondo di luci sfavillanti pieno di promesse, di amore, di lucentezza, di armonia. Smette di raccontarsi storie assurde. Smette di assaporare l’aroma speziato di un the servito da teiere sbeccate, in un ricevimento bizzarro e assurdo. Smette di parlare con i fiori e ascoltare la voce degli insetti. Sono solo insetti in fondo, puoi approcciarti solo con un atteggiamento scientifico. Le porte sono porte, il cibo sostiene le cellule e gli organi. Non fa crescere né rimpicciolire. Un coniglio è solo preda quando non è un adorabile animaletto da mostrare all’altro come segno di status. Un cappellaio si occupa di farci apparire al meglio. Il the non è una gara di indovinelli, ma un preciso rituale con un profondo senso di condivisione dei valori sociali. Noia. Decadenza. Vecchiume. Ecco perché il bisogno mio e di Alice del paese delle meraviglie diviene un forte richiamo. Per non avvizzire in ricordo di amori perduti, di opportunità non sfruttate, per non ascoltare il coro del dissenso, dell’anatema sociale. È il bisogno di bagnarci alla gelida fonte del non senso, di nutrirsi di fantasia senza briglie di accettabilità. Correre in un mondo senza confini, immaginaria dimensione di delicata, piacevole, bonaria follia. Non quella malsana che fa sempre parte delle regole sociali, quelle che hanno bisogno del male per autocelebrarsi, che hanno bisogno del deviante per esorcizzare quella parte oscura, che hanno bisogno del cattivo per apparire buone. Ma di quella saggia mente che gioca con le sue sinapsi e le libera, mettendole alla prova con uno sprone a passare da livelli interpretativi diversi, mai uguali, stimoli per una mente che rischia di atrofizzarsi. Quella che con piglio fiero rompe ogni schema e sostituisce alla sensazione banale la mistica visione dell’intuito, del mito e dell’infinito. È la percezione che abbiamo, anzi che ci hanno obbligato ad avere educandoci secondo precisi intenti, che definisce il nostro ruolo, che definisce la natura del mondo. E che ci tarpa le ali. È quella maschera che diventa così dittatoriale da sostituirsi alla nostra vera pelle, così da frenare ogni nostro altro impulso diverso da quello lecito e accettato. Ecco che ci ritroviamo a pezzi. Crepe da cui non si lascia passare acqua pulita, ma solo polvere e sporcizia. Dalle crepe si potrebbe spiare il mondo, si possono seminare fiori dai colori strabilianti. Sono le crepe dalle quali in vetusti paesini, si innalza ridente un verde rampicante. E invece? Abbiamo tristi fessure riempite con rimpianti e rinunce. Alice come noi è piena di crepe non quando perde il suo amore, ma quando tornando per un capriccio del destino in quel mondo antico, immergendosi in quel fiume oscuro e vitale, si accorge della mancanza. Si accorge quanto quella bimba che inventava storie e parlava con le carte da gioco le manca. Che in fondo non sa più chi è. Sa soltanto chi deve essere: madre, sposa, cittadino perfetto. Perché le hanno bestialmente inculcato che il suo io bambino deve morire necessariamente per far sbocciare la donna. Acclamata e attesa per reiterare l’assurdità societaria. È il sogno di una compagine così spaventata dal disordine, da difendere strenuamente i propri confini tanto da chiuderli all’immaginazione. Del resto come ci racconta Fatema Mernissi: immaginazione è disordine, è caos e anarchia, quel brodo primordiale da cui tutto nasce, da cui tutto discende e a cui, forse, tutti ritorniamo per far brillare quel sé che urla e piange per richiamare la nostra distratta attenzione. Alice diviene integra soltanto quando impara che lei può essere tutto e il contrario di tutto: bambina, donna, anziana, maga e giocoliere, santa e blasfema. Seria e saggia, razionale e folle. E che ogni parte della sua anima, (ecco che torna l'ineffabile vero protagonista della storia) è la chiave per salvare quel mondo di incanti con cui plachiamo la nostra fame di vita. Alice torna a raccontarsi e raccontare storie. Riattiva il legame con il numinoso, spezzato dalle convenzioni, che non è lʹanti realtà, ma soltanto una prospettiva diversa da cui osservare il mondo. Abbraccio la mia Alice, grata per il suo coraggio nell´aver riaperto le porte di quel paese delle meraviglie che tanto mi è mancato. Quello che la società cosiddetta civile tenterà sempre di strapparci. Perché imbrigliare il diverso, il sogno, nascondere l’immaginazione sotto il tappeto e osteggiare la poesia e l’arte è il miglior modo per renderci addomesticabili. È privarci della libertà facendoci vivere come polli, ignari della nostra vera essenza di aquile. Un libro coraggioso, onirico e poetico, dotato di una forza evocativa rara, capace di spronare il pensiero con la sublime tecnica del libro game. Siete voi a crearvi la vostra storia di Alice. Sarete messi alla prova sfruttando il vostro terrore a rompere la rigida consuetudine persino di un libro, che è (e deve restare) sogno. Fuori dalle rigide, improbabili regole del realismo. Vi sfido. Siete capaci di essere folli?
LE RECENSIONI DE IL SALOTTO LETTERARIO Alice Pleasance Liddel, la bambina che cadde nella tana del Bianconiglio e si ritrovò nel Paese delle Meraviglie, ha ormai diciotto anni e sta per sposarsi. Eppure una maledizione sembra pesare su di lei, la storia pare essere sul punto di ripetersi. Quando Edward, il suo fidanzato, l'amore della sua vita, scompare misteriosamente e Alice si reca in visita dalla zia Tristania, la realtà sfuma di nuovo nel sogno, trasportandola di nuovo in quel mondo "al di là del velo"... Alice nel labirinto, librogame di Roberta De Tomi per DAE e ispirato alle avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, si è aggiudicato il secondo premio ex-aequo al "Trofeo Cittadella" per il miglior romanzo fantasy 2019. La sua Alice, ormai adulta, è costretta a seguire le rigide regole imposte dalla società vittoriana dell'epoca, anche se il suo animo non ha dimenticato la magia e le visioni che l'accompagnano fin da bambina. La struttura a librogame coinvolgerà i lettori nella storia e non mancherà di stimolare la loro creatività ma anche la loro curiosità: sarà infatti possibile saltare alcuni capitoli (ma a proprio rischio e pericolo!) oppure seguire la storia in maniera lineare, alla scoperta del mistero che si infittisce intorno alla protagonista. Ma chi è davvero Alice? Neppure lei pare saperlo e il ritorno a questo strano Paese delle Meraviglie sarà per lei un viaggio alla ricerca della propria identità, sepolta sotto strati di trine e merletti. In un mondo ai limiti dell'onirico e del visionario, Roberta De Tomi ricalca e riprende in maniera accattivante lo stile di Lewis Carroll, intercalando ad una prosa fluida e vivace nuovi giochi di parole, nonsense e poesie. L'effetto è straniante, e a volte persino un po' angosciante, proprio come accade nella Alice di Carroll. Non occorre, tuttavia, essere esperti dell'opera originale, in quanto Roberta De Tomi desidera accompagnare e spingere i lettori in un viaggio interattivo alla ricerca di se stessi, della propria identità ma soprattutto della propria libertà individuale e personale. Attraverso la sua Alice, anche noi ci addentreremo in nuovi labirinti, affronteremo nuovi mostri e saremo padroni delle nostre scelte. Siete pronti a rituffarvi nella tana del Bianconiglio?
Voi avete mai letto il libro "Alice nel Paese delle Meraviglie" di Lewis Carroll? Io purtroppo ancora no, ma prima o poi lo farò, anche perché il cartone della Disney e alcuni film mi sono piaciuti tanto, quindi vorrei proprio conoscere anche la versione originale. Perché vi parlo di questo? Perché mi piacciono molto i romanzi che danno una nuova interpretazione delle storie classiche o leggende. La recensione di oggi appunto riprende Alice e alcuni personaggi di Carroll. In questo libro troviamo quindi Alice, cresciuta e che sta per sposarsi con Edward. Alice vivrà però ancora una volta una fantastica avventura per salvare il Paese delle Meraviglie dalla sua nuova regina. Sono tanti i personaggi che conoscerà e numerosi gli enigmi e indovinelli che dovrà superare. Dovrà ritrovare Edward e fronteggiare Drawde, un personaggio misterioso e parecchio ambiguo, che subito mi ha suscitato una certa curiosità nel nome. Voi la notate? Enigmatica è anche la figura di Zia Tristania... La trama è davvero particolare e super misteriosa, e ruota attorno essenzialmente alla ricerca di se stessa da parte della protagonista. Il tutto il più delle volte è molto confuso, ma essendo nel Paese delle Meraviglie, dove lo strano e il senza senso è la normalità, è una scelta che ho apprezzato, anche se dovevo rileggere alcuni passaggi poiché non ne capivo il senso, ma forse sono io che non capivo, forse mi sono lasciata coinvolgere talmente dalla storia che mi ha confusa. Interessante è lo stile dell'autrice: oltre a essere molto coinvolgente ha utilizzato un linguaggio ricercato, capace di emozionare il lettore e tenerlo incollato alle pagine del libro. Ho apprezzato in particolar modo le varie filastrocche in rima, dandogli quel tocco di originalità. Un altro elemento innovativo e perfetto per questo libro è la possibilità di saltare i capitoli, anche se non l'ho fatto, non volevo perdermi nulla. Inoltre a volte il narratore pare rivolgersi direttamente al lettore. I personaggi descritti benissimo, appaiono come in un sogno, infatti più di una volta ho pensato che Alice stesse sognando... e chissà. Un romanzo molto particolare che consiglio agli amanti del genere. Ringrazio ancora tantissimo Roberta per avermi fatto conoscere il suo libro.
Non avendo letto l’originale di Lewis Carrol e disponendo solo di lontanissimi ricordi del (poco fedele) cartoon della Disney, inizialmente ho accusato un lieve sconcerto nel leggere e valutare questo massiccio romanzo, che di Alice e di Attraverso lo specchio rappresenta un ideale seguito. Roberta è una scrittrice capace e impetuosa e la sua narrazione, pervasa di lirismo e pause oniriche, si conferma decisamente possente e a tratti imprevedibile. Alice, ormai diciottenne e promessa sposa, ricade nella tana del coniglio e lì troverà il solito cappellaio matto, il nano e l’odalisca, uno stuolo di dispettosissime cornacchie, ma anche e soprattutto il futuro marito Edward e l’imprevista competizione amorosa da parte della gigantesca e algida zia Tristania. Descrizioni fantastiche, azione e riflessioni amare si avvicendano di continuo, in un collage molto naïf non privo di colpi di scena e spunti originali. La lettura, malgrado la mia assoluta ignoranza del pregresso, è risultata piacevolissima. Unico neo, l’editing non è stato svolto per il meglio e, come spesso accade nella piccola editoria, anche stavolta l’editore avrebbe potuto effettuare un ulteriore giro di bozze, in modo da ripulire il libro da piccoli refusi, disallineamenti del testo e occasionali ridondanze. Malgrado ciò il parere sull’opera resta ben positivo e consiglio il libro a tutti, specie ai cultori del fantastico e del weird.
Alice siamo noi. Noi siamo Alice. Tranquilli, non ho fumato sostanze strane, ho solo letto un romanzo che spalanca orizzonti inaspettati, una chicca del fantasy italiano che se ne stava nascosta nel suo angolino come una perla nella sua ostrica. Penso che se Lewis Carroll, il papà di Alice, fosse fra noi esclamerebbe “chapeau!”. Ma cosa vuol dire la mia frase di prima? È semplice: arriva un punto delle nostre vite in cui, per un motivo o per un altro, andiamo in crisi e dobbiamo imparare a ritrovarci, anzi a ricostruirci e ad amarci per ciò che siamo. Dobbiamo ricominciare. Succede anche ad Alice, che nel suo viaggio nel Paese delle Meraviglie si sfalda, cade e si rompe come una bambola di porcellana ma, come succede alla bambola Sally del film “Nightmare before Christmas”, è capace di ricostruirsi da sola e ricominciare. È un libro rivoluzionario, denso di riflessioni e di sentimenti, una storia che lascia il segno. Lo stile è ben costruito, non banale, ricco di particolari ma non noioso. Ho apprezzato la ricercatezza che l’autrice ha usato per costruire la storia, qui c’è una gran passione che si esprime con tutta la sua forza.