A un critico che metteva in dubbio la coerenza tra i suoi saggi e le sue opere narrative, Imre Kertész, nell'introduzione a questo libro, risponde che tutte le sue opere parlano del medesimo "L'Innavicinabile". Lo scrittore ungherese, nella propria esistenza, ha vissuto per ben due volte "L'innavicinabile": incarnato nei campi di sterminio di Auschwitz e Buchenwald, dove è stato recluso, e nella situazione storica in cui ha iniziato a raccontare la sua esperienza nei lager, ovvero sotto il tallone del regime comunista sovietico. "L'Olocausto e le condizioni di vita in cui scrivevo dell'Olocausto si erano fusi in modo indissolubile." L'Olocausto diventa allora un verbo coniugato al è lo stato dal quale l'autore continua instancabilmente a inviarci messaggi e a costruire ponti per testimoniare la verità di quel "secolo infelice" che ha preceduto l'inizio di questo millennio e vi è poi confluito. Ecco perché, ci avverte lo stesso Kertész, gli scritti raccolti qui non possono essere considerati propriamente "saggi" ma, in modo più pregnante e corretto, devono essere definiti "approssimazioni": resoconti lucidi, crudeli, talvolta ironici ma sempre impietosi, della realtà e della natura umana di cui chi narra ha conosciuto gli straordinari abissi.
Born in Budapest in 1929, during World War II Imre Kertész was imprisoned at Auschwitz in 1944 and later at Buchenwald. After the war and repatriation, Kertész soon ended his brief career as a journalist and turned to translation, specializing in German language works. He later emigrated to Berlin. Kertész was awarded the Nobel Prize for literature in 2002 for "writing that upholds the fragile experience of the individual against the barbaric arbitrariness of history".
"So bene che tipo di privilegio ho avuto, ho visto il vero volto di questo secolo, ho guardato negli occhi della Gorgone e ho potuto proseguire. Ma sapevo bene che non avrei potuto liberarmi da quella visione, che quel volto mi avrebbe tenuto legato a sé per sempre. […] Già sapevo che se il mio cuore fosse stato abbastanza coraggioso da accogliere questa terribile forma di grazia […] il mio disonore non avrebbe celato solo vergogna ma anche redenzione. E se oggi mi chiedete cosa mi tiene ancora qui sulla Terra, cosa mi tiene ancora in vita, rispondo senza esitazione: l’amore." (La lingua esiliata, p. 224)