Jerzy Andrzejewski was a Polish novelist, short-story writer, and political dissident noted for his attention to moral issues important in 20th-century Poland and for his realistic fiction.
Andrzejewski was born into a middle-class family, and the young writer studied Polish language and literature at the University of Warsaw. The stories published in his first book, Drogi nieuniknione (1936; “Unavoidable Ways”), originally appeared in a right-wing periodical, with whom he soon severed relations. That volume was followed by the novel Ład serca (1938; “Heart’s Harmony”), in which Andrzejewski tried to find in Roman Catholic teachings solutions to the problems of contemporary life. During the German occupation of World War II, he participated in the Polish underground. After World War II, Andrzejewski wrote Noc (1945; “Night”), a collection of wartime stories, and, together with Jerzy Zagórski, a satirical drama, Swięto Winkelrida (1946; “Winkelried’s Feast”). Contemporary political problems are projected in Popiół i diament (1948; Ashes and Diamonds), translated into 27 languages and generally considered his finest novel. It presents a dramatic conflict between young Polish patriots and the communist regime during the last days of World War II. In 1958 Andrzej Wajda, the leading director of the Polish cinema, directed a movie based on the book and bearing the same title.
In 1949 Andrzejewski joined the Communist Party, and for the next seven years he supported its ideology in his essays, but in 1956 he gave up membership and established himself as one of the principal critics of the party’s policies, both in his creative writings and in his activities. In 1976 he became one of the cofounders of the Workers’ Defense Committee (KOR), from which eventually grew the anticommunist trade union Solidarity, outlawed in 1981. Andrzejewski also coedited Zapis (1977–81), a literary magazine publishing dissident writers. Andrzejewski’s novels Ciemności kryją ziemię (1957; The Inquisitors) and Bramy raju (1960; The Gates of Paradise) present modern problems disguised as historical novels, while Apelacja (1968; The Appeal) and Miazga (1981; “The Pulp”) directly address the issues of contemporary society.
Andrzejewski’s life and work seem to be emblematic for many Polish intellectuals of his generation—from his ardent Catholicism before the war to his heroic involvement with the Resistance during the Nazi occupation, through his subsequent skepticism, to his total acceptance of the Marxist ideology after the war, and, finally, to his disillusionment with and open dissent against communism. His short stories and novels, Ashes and Diamonds in particular, can be read as a moving testimony to his development.
Libro prezioso, fuori catalogo da tempo (e già su questo punto ci sarebbe da riflettere, su quanto rapidamente e colpevolmente l’editoria dimentichi opere importanti per proporre a ritmo continuo pubblicazioni che… vabbè, ci siamo capiti) costituito da due racconti lunghi e uno breve, sul tema del passaggio dall’infanzia all’adolescenza. La volpe d’oro è la storia di Lukasz, bambino di sei anni al cospetto del quale una sera si materializza un volpe d’oro che lui deciderà di nascondere nell’armadio di casa, diviso tra la voglia e la paura di condividere con familiari e amici la straordinaria apparizione. Il racconto è un apologo – delicato e crudele – su quella fase della crescita in cui il ragazzino rinuncia al mondo dei sogni per entrare in maniera decisa in quello della realtà. Andrezejewski è maestro nel raccontare con penna leggera come sia difficile per il piccolo Lukasz difendere la sfera della fantasia dalla quotidianità che tende ad occupare sempre più spazio, descrivendo bene anche anche quanto sia frustrante per il bambino dover vivere in solitudine questa esperienza. Così a poco a poco Lukasz cominciò a rendersi conto quanto amari e tormentosi possono diventare i sentimenti più belli, se non è possibile farne partecipi gli altri. Se ciò che doveva restare un segreto possedeva il fascino della cosa insolita, risultava però anche pieno di tristezza, e così lacerante da rendere difficile a volte stabilire che cosa prevalesse in quel sentimento: la felicità o il dolore. E risultava pure che le persone, perfino quelle che ti sono più vicine, sono dure e difficili da capire. Considerato che sembra l’unica ad avere fiducia in lui e a credere all’esistenza della volpe, la madre diventa per il bambino la figura di riferimento, quella sulla quale ripone tutte le speranze per far cadere il velo che sembra rendere gli altri membri della famiglia incapaci di vedere la volpe d’oro. Ma dopo aver origliato una conversazione dei genitori, nella quale la volpe sarà sbrigativamente degradata a fantasticheria, Lukasz si sentirà tradito anche da lei e ancora più solo. Quanto può resistere il sogno di un bambino all’assalto dei mondo dei grandi? Poco, pochissimo. …nei rapporti di Lukasz con la volpe d’oro iniziò un periodo completamente nuovo, senza più illusioni e senza la speranza che quel che per loro era tanto importante potesse trovare comprensione e appoggio fra le persone più vicine. Se almeno avessero potuto vivere insieme in qualche deserto o in fondo a una foresta disabitata, dove ancora la terra non fosse stata calpestata da piede umano, né voce d’uomo avesse rotto il silenzio del bosco. Ma il fatto era che si trovavano fra la gente, e dalla gente e dai suoi mille problemi erano circondati d’ogni parte e continuamente, come dall’immensa corrente di un amplissimo fiume. Come piccole e fragile sembrava talvolta a Lukasz il suo segreto! Scorreva fra le tenebre profonde di spazi indistinti, rilucendo di luce solitaria; ma verso quali rive scorreva, che cosa gli era riservato, dove potevano spingerlo i venti avversi? È l’inizio della fine, e il compleanno del bambino rappresenterà il momento in cui il rito di passaggio verrà consumato: il prezzo da pagare per uscire dall’infanzia e consegnarsi al mondo degli altri sarà il sacrificio della volpe, evento che muoverà nell’animo di Lukasz sentimenti contrastanti. Lukasz sentì che lacrime cocenti gli scorrevano sulle guance, ma nello stesso tempo per lui era come se tutte le più gravi difficoltà si trovassero ormai alle sue spalle, come se, dopo un penoso arrampicarsi sulla cima di un monte, cominciasse ora a scendere giù, per un dolce declivio. E questa nuova impressione gli provocò un senso di sollievo. “Ma se fosse tanto meglio che la volpe se ne fosse andata?” – pensò ad un certo momento. E benché si vergognasse di questo pensiero, non lo respinse. Si asciugò col palmo gli occhi e le guance umide, tirò su col naso, e con un sospiro uscì dall’armadio. L’altro racconto lungo della raccolta, Le porte del paradiso, è un’originalissima riflessione che prende le mosse dalla Crociate dei fanciulli del 1212, un episodio a cavallo tra realtà e leggenda secondo il quale un gruppo di ragazzini sarebbe partito dall’Europa per andare a liberare il Santo Sepolcro. Quello che interessa ad Andrzejewski è il dietro le quinte di questa crociata, raccontare le motivazioni che i ragazzini adducono per giustificare la loro impresa. Ci si aspetterebbe ragioni forti, convinzioni radicate, senso di appartenenza… e invece quello che emerge è un calderone dove bollono insieme realtà e bugie, emozioni, passioni, invidie, vendette, intrighi, piccoli e grossi sgarbi. Cos’è che muove le folle? – sembra chiedersi l’autore. Siamo sicuri che siano sempre i grandi ideali oppure spesso si finisce per aggregarsi dietro simboli e bandiere (anche) per ragioni di convenienza o per motivi diversi da quelli in nome dei quali ufficialmente si lotta? Le porte del paradiso è un gran bel monologo (il primo punto è alla fine del racconto), un racconto allegorico scritto nel 1960 che ben si presta ad essere letto anche fuori dal contesto storico a cui fa riferimento.
4.5/5 Bardzo mądra książka. Im więcej czasu minęło od jej przeczytania, tym głębsze są moje przemyślenia. Na długo zostanie mi w pamięci. Polecam ogromnie 🌟
Een verhaal van een jongen die een gouden vos ziet een vos die alleen hij ziet hij is daardoor Anders en past niet in wat hoort te zijn een triest verhaal van onmogelijkheid tot delen van niet erkend worden van eenzaamheid van moeten plooien en loslaten
It's extremely hard (or impossible) for me to look at this story without bias because it was based around my father's childhood imaginary friend, and written by my father's uncle. The short story sways very far from the story that I know from my father, and is filled with the author's personal agenda. In that way, I feel that the story of the boy that my father was and his golden fox is wildly mistreated. There are, however, certain parts of the story that I find endearing and funny. Particularly the relationship between the two brothers.
A very cute and atmospheric (I happened to read the novella at the exact same time of year as it is set) story about - aahw - the magic of children's fantasy and - oohw - the all-destructive power of, well, peer pressure. While not directly criticizing the Stalinist setting (sometimes leading to some subtly funny scenes, such as one in which the children play 'collective farm' or something) the story takes place in, its grim greyness definitely seeps into the warm magical foreground of the story. I think Andrzejewski does a convincing job sucking the reader into the world of experience of a little boy, while also unfolding a very adult (at least in the context of unfree societies) theme: individuality and ~ quirky ~ thinking is a dangerous thing, but usually, (unfree) society will squash it.