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Palmiro

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S'immagini una cittadina delle Marche nell'immediato dopoguerra, Fermo, e s' immagini una locale sezione del Pci, fra manovali e contadini, giocatori di carte, comizianti improvvisati, ritratti di Stalin, di Gramsci e del compagno segretario del Partito, Palmiro Togliatti; si immagini infine, là dentro, un proletario adolescente, bocciato dalla scuola fascista che però si proclama poeta, mezzo bracciante e mezzo muratore, ironico e insolente, una specie di Socrate anarchico, da tutti sfottuto e mal tollerato. "Palmiro" (1986) è il romanzo di formazione di uno dei maggiori poeti contemporanei, Luigi Di Ruscio, ed è un libro avvincente, travolgente. Scritto dal basso verso l'alto, guardando alla vita come sopravvivenza, il romanzo ha il ritmo tragicomico di un'epopea picaresca dove il protagonista ne viene combinando di tutti i colori ma rivolge di continuo a se stesso le domande più essenziali: ce la farò a sfangarla e a trovare un lavoro? chi sarà la mia donna? e la rivoluzione, quando scoppia la rivoluzione? Scritto con la felicità inventiva e la cadenza orale che peraltro è tipica della poesia di Di Ruscio, "Palmiro" ha già avuto lettori d'eccezione come Italo Calvino, che ne parla in una lettera come di un fratello del Bardamu di Louis-Ferdinand Céline o del "Buon soldato Sc'vèik" di Hasek. Il piccolo eroe, infatti, gira a vuoto, continua a non avere né un lavoro né una donna e di rivoluzione neanche se ne parla.

177 pages, Paperback

First published January 1, 1986

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Luigi Di Ruscio

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Luigi Di Ruscio (Fermo, 27 gennaio 1930 – Oslo, 23 febbraio 2011) è stato un poeta e scrittore italiano.

Autodidatta (consegue soltanto la licenza di quinta elementare), svolge diversi mestieri, e studia da solo classici americani, francesi e russi, la filosofia greca, saghe della mitologia nordica, l'opera di Benedetto Croce. Nel 1953 una giuria presieduta da Salvatore Quasimodo gli assegna il premio Unità. Nel 1957 si trasferisce in Norvegia, dove lavora per quarant'anni in una fabbrica metallurgica, e si sposa con una cittadina norvegese, da cui avrà quattro figli.

Oltre alla produzione libraria, ha collaborato con lavori poetici e interventi in prosa a varie riviste e giornali (tra gli altri: "Momenti", "Il Contemporaneo", "Realismo lirico", "Ombre rosse", "Alfabeta", "il manifesto", "Azimuth").

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September 7, 2017
Una lingua ibrida ed elevata, imperfetta e affascinante. Ha il sapore della terra, gli accenti del suo vicolo di Fermo, l’essenza degli ideali e della poetica più alta. Lui, scrittore “spatriato”, l’aveva portata con sé come un tesoro inestimabile. “Dove è il sottoscritto è anche tutta la nostra italianitudine. L’anima mia riempita dall’universo linguistico m’insegue caparbia.”

Il romanzo germinò sui manifestini delle elezioni non distribuiti e ammucchiati nella sezione del PCI. Iniziò a scrivere nel ’54. Nel ’57 emigrò. Nei primi anni ’60, tornato a Fermo per le vacanze, ritrovò quei fogli, li portò con sé a Oslo e riscrisse tutto. Così, nacque “Palmiro”. Fu pubblicato nel 1986.
In “Palmiro” c’è la sua vita e c’è un pezzo di Storia del Paese Italia, un’abbondanza di fatti e personaggi rocamboleschi (ispirati a persone reali, come ebbe a dichiarare lo scrittore), un susseguirsi di rabbiose quanto sarcastiche osservazioni e conseguenti riflessioni.
Luigi di Ruscio, “poeta operaio”, scrittore marchigiano figlio del sottoproletariato, emigrato a Oslo negli anni cinquanta. Lavorava in una fabbrica di chiodi; finito il turno, tornava a casa in bicicletta e si metteva a scrivere con la sua Olivetti.
La sorte non fu generosa con lui. Collezionò grandi rifiuti. Noto quello da parte di Calvino che rigettò un suo testo (“Verbale”) perché sconvolgeva il suo senso dell’ordine e della geometria.
Scrittore “irregolare”, ai margini del mondo e della Storia, lontano dalle etichette, scrittore che merita un posto d’onore accanto a tante altre grandi penne che in vita patirono la sufficienza di certi editori.
La sua è una scrittura ruvida, carnale, sanguigna, dissacrante, aggressiva, causticamente ironica, feroce ma con picchi di alta felicità e tenerezza.
Una di quelle scritture che non si scordano, che lasciano solchi profondi e grandi insegnamenti.


“Sino a che posso scrivere io vivrò. Scriverei anche se fossi capitato in un pianeta completamente abbandonato senza nessuna possibilità di far giungere a qualcuno la scrittura, e bisognerebbe scrivere come se uno si trovasse in una solitudine assoluta. Bisognerebbe scrivere di tutto quello che vedo come se lo vedessi per l’ultima volta.”
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