Più di trent'anni fa Alan Bennett inanellava una catena di monologhi drammatici per la BBC sotto la sigla Talking Heads. Di recente ne ha estratti dal suo inesauribile cilindro altri due, degni di quella leggendaria compagine. I protagonisti sono nel primo caso una donna «qualunque» che s'innamora del figlio quindicenne e, senza essere Fedra, innesca un meccanismo che, pur mitigato da elementi maliziosi o esilaranti, avrà conseguenze più o meno tragiche. Nel secondo una vedova che si reca regolarmente sul luogo dove ha perso il marito biker, incontrando di volta in volta ambigui interlocutori che le aprono spiragli su piccoli, inconfessabili segreti della sua esistenza. Con Bennett per fortuna non si può mai stare tranquilli.
Librarian Note: There is more than one author in the GoodReads database with this name.
Alan Bennett is an English author and Tony Award-winning playwright. Bennett's first stage play, Forty Years On, was produced in 1968. Many television, stage and radio plays followed, along with screenplays, short stories, novellas, a large body of non-fictional prose and broadcasting, and many appearances as an actor. Bennett's lugubrious yet expressive voice (which still bears a slight Leeds accent) and the sharp humour and evident humanity of his writing have made his readings of his own work (especially his autobiographical writing) very popular. His readings of the Winnie the Pooh stories are also widely enjoyed.
Due racconti scritti sottoforma di monologo. Il primo indaga il perverso desiderio che una madre nutre per il figlio; il secondo, invece, lo spaesamento di una moglie nel realizzare di non aver mai conosciuto bene il marito. Con toni umoristici questi brevi racconti svelano pulsioni e dolori che si celano dietro la facciata dell'apparenza e del perbenismo. Sono vicende particolari che, come suggerisce il titolo, possono accadere a chiunque. Stile essenziale al massimo, dato che le narrazioni sono impostate sulla struttura del monologo teatrale. Ne nasce una lettura estremamente limpida e senza intoppi.
« Dunque... io amo mio figlio». «Be', è suo figlio. Mi sembra il minimo». «No. Mi spiego meglio... mi sono innamorata di lui. Ma sono una donna qualunque ». «Nessuno è qualunque agli occhi di Dio». Dato che mi è sembrata una frase inutile, le ho detto: «Non è successo niente. Non abbiamo fatto niente». E lei: « Dirle che Dio lo considererebbe un peccato non serve, immagino. Suo marito lo sa? ». «No». «Non pensa che dovrebbe condividere questa cosa con lui? ». «Condividere? No.». Dopodiché sono andata a sedermi in chiesa. Non mi sento... Non mi sento proprio in diritto di avere questa... questa... passione. Una volta è venuto uno a parlare in biblioteca e ha detto che l'amore trasforma, tanto che anche le persone più banali possono diventare... epiche, mi pare che abbia detto. È che... io sono una donna qualunque.
5 ⭐️ Mi è piaciuto tantissimo questo monologo ma anche il secondo che si intitola “L’altarino”. Alan riesce sempre a far ridere, ma al contempo sorridere e far scendere una lacrimuccia. Insomma le sue opere sono davvero al top.
Dal momento che sono sempre alla ricerca di storie disturbanti o che comunque stacchino dal solito genere, mi sono imbattuta in questo libretto di Alan Bennett (autore del più famoso “la sovrana lettrice”), e mmmboh?! Il primo monologo parla di una mamma che si innamora letteralmente del figlio, il secondo di una moglie che impazzisce a seguito della morte del marito; eppure, nonostante i temi forti trattati, non sono riuscita a trarne nessuna emozione e coinvolgimento, fosse anche solo disgusto o pena. Probabilmente mi aspettavo che arrivasse più alla “pancia” ma niente, l’ho trovato scritto in modo veramente sterile. Sicuramente nella serie televisiva, quindi recitati, avranno avuto un impatto totalmente differente e ce li vedrei anche benissimo come trame per dei film, ma per quanto riguarda quell’entrare in empatia con i personaggi, zero assoluto. Peccato.
11. 2023- Alan Bennett, Una donna qualunque. Lettura "defatigante", fra la precedente e la successiva, che onestamente non mi sento di consigliare a nessuno, neppure a chi ama Bennett come la sottoscritta (cioè sempre e comunque, anche negli scivoloni). Son due monologhi brevi e fiacchi, in cui lo spunto iniziale (una madre che si innamora del figlio quindicenne nel primo, una vedova che erige un monumento sulla strada al marito morto in un incidente) si affloscia in partenza , senza trovare il carburante per ripartire. A meno che non vogliate raccogliere l'opera omnia dell'autore o non abbiate un buco nello scaffale della misura esatta del libro (gli Adelphi arredano, ricordiamocelo sempre) lasciate stare.
Piacevole lettura (d'altronde quando scrive Bennett...). Per il primo monologo non mi aspettavo un tema così controverso, ma parliamo di un autore capace di parlare di tutto e anche in questo caso è riuscito a creare un componimento di equivoci umoristici, ma in grado di riallacciarsi a scenari e riflessioni del mito di Fedra. Anche il secondo racconto (decisamente meno scandaloso del primo) è molto interessante e pone l'accento sulla morte, la memoria e il conoscere davvero le persone che abbiamo a fianco.
Due brevi monologhi in cui a parlare sono delle donne: nel primo una madre che si innamora del figlio e nel secondo una vedova che scopre caratteri del marito totalmente diversi da quelli che usava avere con lei. La scrittura mi è piaciuta, il modo in cui la protagonista si rivolge all'interlocutore è accattivante, ma la trama dei monologhi non mi è piaciuta e la lettura non l'ha resa interessante.
Bennett è tornato e fa centro. Piccoli frammenti di vita di due donne, attimi complessi, epifanie e nevrosi. Si ride, perché l'ironia è sempre il filo conduttore, ma spesso sono risate amare. La vita è anche questo.
Molto molto carino. Forse avrei messo un monologo in più per farne un’edizione più completa. Il primo monologo mi è piaciuto di più perché, come descritto nell’introduzione, ha qualcosa di vagamente personale, e poi certamente è più dirompente per il contenuto.